Sbaglia Die Welt, il giornale conservatore tedesco che, nella sua versione on line, chiede al governo di Angela Merkel di non dare soldi all’Italia perché vorrebbe dire darli alla mafia. Sbaglia perché i fondi che arriveranno nel nostro Paese, così come parte di quelli che ci stiamo “dando da soli”, andranno, e probabilmente sono già andati, a mafia, camorra e ‘ndrangheta. O meglio, andranno anche alla criminalità organizzata, una parte sarà così, è inevitabile e consigliamo, perché non si cada un po’ tutti nel ridicolo, che chi ha responsabilità di governo non faccia come quell’intramontabile personaggio che, in quella indimenticata pellicola cinematografica di Roberto Benigni, diceva: “La piaga che infama Palermo è il traffico”, intendendo il traffico stradale. La piaga, quella più purulenta, del sistema paese Italia sono senz’altro le mafie che vantano un giro d’affari, secondo Eurispes, di oltre 200 miliardi di euro l’anno, di oltre il 10% del nostro PIL.

 

Sbaglia però Die Welt a pensare che mafia, ‘ndrangheta e camorra di quei soldi abbiano bisogno. Una holding da 200 miliardi di euro i soldi non li chiede, tendenzialmente li investe e fa affari, distruggendo ogni tessuto socio-economico, in una interpretazione criminale del più becero capitalismo da rapina e della prassi della massimizzazione dei profitti. Il termine “holding mafie”, che può sembrare una forzatura giornalistica, è invece una cruda rappresentazione della realtà. A seconda del livello sul quale insiste, la criminalità organizzata ha infatti gli abiti e i modi del “bravo” di manzoniana memoria, tanto in voga nelle serie tv, o del colletto bianco inamidato del “lupo di wall street”, la divisa gessata propria dei lustri uffici dei grandi gruppi economico-finanziari.

 

 

Sbaglia quindi Die Welt a pensare che i soldi andranno alle mafie, direttamente alle mafie. Faranno almeno un passaggio. Andranno a imprese controllate in tutto o in parte da mafia, ‘ndrangheta e camorra, “partecipate”, diciamo così, da “holding mafie”. Sembra una differenza di lana caprina, ma così non è. Il sistema imprenditoriale italiano si è scoperto permeabile alla criminalità organizzata. Nella sua dinamica più semplice, funziona così: l’industriale, come il più piccolo negoziante, ha bisogno di soldi e, siccome la banca o la finanziaria non gli concede un prestito, prima o poi finisce da un delinquente che quei denari gli presta a usura. Da lì è la fine, più o meno lenta, più o meno violenta, ma comunque la fine. La fine non è sempre uguale. A volte l’impresa non c’è più, fallisce, e l’imprenditore viene derubato di tutto quanto accumulato in una o più vite, a volte l’impresa c’è e continua a operare, supportata, nel suo successo, da metodi mafiosi. Che, per uscire dall’accademia, vuol dire persone ammazzate. Quasi prosaico sottolineare come le crisi economiche o le austere strette creditizie tutto questo hanno sempre aiutato e aiutano.

 

Sbaglia allora Die Welt a pensare che non si debbano dare soldi all’Italia per non darli alle mafie. In realtà bisognerebbe riempire di denari il nostro Paese per depotenziare mafia, camorra e ‘ndragheta. È questo il solo modo per fare sì che l’imprenditore, il negoziante o qualsiasi attore del sistema produttivo, per continuare a operare non debbano rivolgersi alla “holding mafie”. È dimostrato dai fatti che il virus covid-19 sta uccidendo con più facilità i corpi già fragili e malati: come vale per gli uomini, così vale per le nazioni. Il nostro Paese è malato di coronavirus e ha bisogno di medicine, miliardi di euro, per curarsi, poi è afflitto da un altro virus, la criminalità organizzata, di cui l’Italia è indubbiamente la più malata del continente, ma sarebbe colpevolmente miope non accorgersi che il cancro mafioso è già in tutta Europa.

 

Sbaglia perciò Die Welt a usare in maniera pretestuosa la questione degli aiuti economici necessari all’Italia per affrontare l’emergenza covid-19. Pretestuoso perché Christoph B. Schiltz, l’autore dell’editoriale titolato “Frau Merkel, bleiben Sie standhaft!” (“Signora Merkel, rimanga incrollabile!”), ben sa che la Germania, lo scriviamo con partecipazione al dramma e senza alcuna soddisfazione, è piagata da mafia, camorra e ‘ndragheta già dagli anni settanta del secolo scorso. Se non lo sapesse, gli consigliamo di contattare la sua collega e connazionale Petra Reski, l’autrice di Santa Mafia, che tanti problemi ha avuto in patria, la Germania, per la pubblicazione del suo libro inchiesta. Problemi, è bene ricordarlo, dovuti alla legislazione tedesca che con le mafie, ahinoi, a differenza di quella italiana, ci va un po’ troppo morbida. Se poi Christoph B. Schiltz avesse tempo di farselo tradurre e pazienza per compulsarlo, gli consigliamo la lettura dell’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia. A pagina 487 si parla di Germania e così per tre pagine. Dalla lettura scoprirebbe i nomi dei clan che insistono sul regno di Angela Merkel. Iniziamo dalla ‘ndragheta. I Romeo-Pelle-Vottari e Nirta-Strangio che si occupano del traffico di stupefacenti nel maggiore scalo per il narcotratraffico in Europa: Amburgo. Poi ci sono le famiglie Pesce-Bellocco e Farao-Marincola per gli esercizi commerciali nella Assia, nel Baden-Württemberg, nella Baviera e nel Nord Reno-Westfalia e per gli investimenti immobiliari e finanziari in Turingia, in Sassonia, nella ex Germania dell’Est. Per le rapine la cosca di Neuwied è la Morabito-Bruzzaniti-Palamara. Armi e riciclaggio di capitali illeciti è invece roba di mafia, di Cosa Nostra. Lì la famiglia è la Rinzivillo. Berlino, Amburgo, Dortmund e Francoforte invece sono territorio di camorra. Il clan dei Casalesi si occupa di contrabbando di gasolio. Marchi contraffatti è questione gestita dai Di Lauro.

 

Sbaglia quindi chi ha responsabilità politica nel nostro Paese a dire indignato che “la piaga che infama la Penisola è il traffico” e sbaglia, almeno quanto sbaglia “il bue” Die Welt a dare del cornuto “all’asino” Italia.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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