Che fastidio sentire il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dire: “primo maggio festa del lavoro”. Lo ha fatto qualche ora fa in una brutta conferenza stampa da Palazzo Chigi. Brutta perché doveva dire del rinnovo delle norme anti contagio e invece, in una sede istituzionale, ha pensato bene di attaccare Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E ora, a noi che viene l’orticaria a sentire dire “festa del lavoro” invece che “festa dei lavoratori”, tocca pure dare ragione a due leader di una brutta destra, quando dicono che non si fa. Non si approfitta del palcoscenico di Palazzo Chigi, allorquando si sta dando informazioni che insistono e stravolgono la vita delle italiane e degli italiani mutilandone di diritti costituzionali, per fare propaganda politica, battibecco da talkshow e, per di più, senza contraddittorio. D’altra parte, quasi fosse un hater da social network, nella stessa conferenza stampa il Presidente del Consiglio Conte, forse reduce da una telefonata troppo lunga con Vladimir Putin, si è messo a picchiare sul tavolo e, indirizzandosi a Tommaso Ciriaco, giornalista di La Repubblica, reo di una domanda puntuale quando scomoda, ha berciato: “se lei ha la soluzione, me la dia”. Un modo come dire: “se non ha la soluzione, stia zitto”. Brutta conferenza stampa davvero.

 

I giornalisti non danno soluzioni, a darle sono, votate dal Parlamento di solito, i governanti e, normalmente si chiamano, non dpcm, ma leggi. Talvolta si rivelano corrette, talvolta quasi corrette, talvolta sbagliate, talvolta incoerenti, talvolta basate su falsi presupposti. I giornalisti sono “i cani da guardia della democrazia”, avvertono il pericolo e avvertono del pericolo e denunciano. È il nostro. Per esempio, questa questione del “lock down”. Ormai è una parola talmente usata che finirà nei vocabolari della lingua italiana di prossima edizione, speriamo che nel lemma sia compresa la traduzione: “blocco totale”. “Blocco totale” è quello che ci dovrebbe essere, ma non c’è. Solo qualche ora prima della conferenza stampa di Giuseppe Conte a dirlo è stato Luca Zaia: “Ho l’impressione che almeno il 60% delle aziende venete abbia già aperto”. Che se lo dice un Pincopallo qualsiasi al bar, va beh, se lo dicono dei giornalisti rompiballe, va beh, se lo dicono i sindacalisti trinariciuti, va beh, ma se lo dice un Presidente di Regione, tocca credergli.

 

Cioè mentre dal Governo arriva la narrazione di un’Italia che ferma e con il fiato sospeso aspetta di essere liberata il prossimo maggio, la realtà è assai diversa, perché tra deroghe, deroghine, deroghette e autocertificazioni, le imprese che lavorano sono proprio tante. Così tante che la dialettica tra l’Esecutivo e Confindustria, il primo che non vuole aprire e la seconda che lancia allarmi dell’erosione del PIL a causa della forzata chiusura, sembra un gioco delle parti. Macabro per giunta.

 

Macabro perché dietro alle riaperture, e talvolta le non chiusure, ci stanno le lavoratrici e i lavoratori e la loro salute. E anche sul tema salute ci è venuto incontro il solito Zaia che, candidamente, ha ammesso che lavoratrici e lavoratori non vengono dotati degli strumenti di protezione dal contagio covid: “è inutile che diciamo agli imprenditori che si lavora con mascherine e guanti per tutti se non possono trovarli”. Così ha detto e qui Zaia, afflitto dalla stessa miopia di Conte, pare dimenticare che a lavorare senza i dispositivi sono donne e uomini, le maestranze, non gli imprenditori.

 

 

Le lavoratrici e i lavoratori, questo ci continuano a dire le sindacaliste e i sindacalisti, lavorano rischiando quotidianamente il contagio. Di ammalarsi di covid e di fare ammalare i loro familiari quando tornano a casa. Qualcuno ci dice di aver tentato di denunciare la propria azienda per queste potenzialmente mortali mancanze, ma la procedura pare fatta apposta perché per il singolo sia difficile segnalare, sempre che abbia il coraggio di rischiare il posto di lavoro.

 

Sulla radio di stato, Radio Rai Tre, non su un media qualsiasi, si è sentita l’infermiera di una RSA lombarda che denunciava la carenza dei dispositivi, aggiungendo: “qui mi fermo, perché sono precaria, perché se mi riconoscono rischio il posto di lavoro”. E andando avanti, ahinoi, rischia la vita: in quanti purtroppo in queste settimane ci stanno raccontando “meglio ammalarsi di covid che perdere lo stipendio”.

 

Nonostante i 19 mila morti, sicuramente 20 mila per Pasqua, restando solo ai numeri ufficiali, la povertà fa più paura del coronavirus. Gli aiuti che l’Italia ha messo in campo, si sono rivelati pochi euro tardivi, cioè non ancora erogati, sui conti esangui di chi non riusciva ad arrivare a fine mese, ma il mese scorso, e una manciata di buoni spesa per chi era già povero e non per chi lo è appena diventato. Quindi rischiare la vita pare ormai la sola via per mangiare e far mangiare la propria famiglia.

 

Quanto stona poi la riapertura delle librerie. Sembra un occhiolino strabico, forse fatto a certa sinistra. A chi ama la cultura. Una distrazione di massa mal congeniata, ché se vuoi la cultura e se pensi che la cultura passi dai libri, non le librerie, ma le biblioteche pubbliche riapri o per lo meno entrambe. Non entrambe, però, si sa, fanno PIL.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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