Lo ammettiamo, rimpiangiamo Silvio Berlusconi. Con lui era tutto più chiaro. Lui violava ogni norma del democratico sentire, forte del suo inaccettabile conflitto di interessi e dei suoi misteriosamente grassi conti correnti, se ne fregava e faceva cose inaudite. A partire da quel messaggio a reti Mediaset unificate della discesa in campo. Quanto ci faceva incazzare? Ve lo ricordate? E poi era un rimbalzare di telefonate tra le redazioni giornalistiche e di “ma ti renti conto?”. Poi la mattina dopo ci godevamo la mazzetta dei quotidiani e, tranne quelli che lavoravano nei suoi giornali, noi tutti spendevamo il nostro migliore inchiostro per dire quale regola scritta o non scritta aveva violato, di quale oltraggio alla democrazia si era macchiato.

 

Quando hanno iniziato ad arrivare gli editti bulgari, allora in tanti abbiamo cominciato ad abbassare un po’ la cresta. Berlusconi faceva paura, distruggeva carriere giornalistiche dei giganti, figurarsi di quelli tra noi che non vantavano neppure un volume a propria firma in libreria. In quanti pubblicammo in Italia le foto di Villa Certosa, premessa storica del Bunga Bunga? Quelle rese note da El Pais all’inizio di giugno del 2006? Ricordiamo con certezza un paio di testate. Una La Repubblica diretta da Eugenio Scalfari, l’altra la versione on line di un’agenzia radiofonica diretta da un direttore ragazzino.

 

“Giornalisti al soldo di un qualche potere, probabilmente di Botteghe Oscure”, si disse allora. Più banalmente gente che faceva il suo lavoro e pubblicava notizie. Che poi fossero uno sparuto numero coloro che certe news contro il Caimano mettevano in stampa, ammantava tutto ciò di un eroismo che era involontario. Lo stesso di quelli che si gettano oltre le linee nemiche e poi si girano e si accorgono di essere gli unici partiti all’assalto, gli altri in trincea forti di un “armiamoci e partite”. Dei pirla, più che degli eroi.

 

Il tramonto berlusconiano, molto lento a dire il vero, ha coinciso con l’alba grillina, molto veloce a dire il vero. Il Blog di Beppe Grillo era la macchina di propaganda elettorale che in un’indignazione poco collettiva, eleggeva pressoché quotidianamente “il giornalista del giorno”. Cioè il collega, pennivendolo ovviamente, su cui spander merda. Una pessima premessa di Governo.

Governo che i Cinque Stelle hanno poi guadagnato, più o meno fregandosene della stampa, più o meno, visti i risultati, avendo ragione. Primo giugno 2018 è nato il Conte 1, quello con Matteo Salvini e Luigi Di Maio vice primi ministri. Quello delle odiose leggi sicurezza. Quello dei migranti costretti su imbarcazioni tenute a forza lontane dalle nostre coste. Quello durato fino al mojito al Papeete Beach di Milano Marittima dell’agosto 2019 sorbito da un ministro dell’interno che aspirava a “pieni poteri”, cioè a fare il più possibile a meno del Parlamento. Il 5 settembre 2019 è morto così un pessimo governo, che in 461 giorni ha fatto pessime leggi, tutte firmate da quel Giuseppe Conte che, venendo meno alle sue dichiarazioni che alla politica era solo prestato, si è poi riciclato in uno speculare Conte2 Movimento Cinque Stelle, Pd, Italia Viva, Articolo Uno. Diciamo che cose così, una volta le facevano personaggi “minori” come Clemente Mastella e non presidenti del consiglio esponenti del partito di maggioranza relativa.

 

Ma, al di là della numerazione dei governi, Giuseppe Conte uno e uno soltanto è. L’avvocato del popolo è un esponente del Movimento Cinque Stelle che invece si vorrebbe “prestato alla politica”, si vorrebbe civico neutrale, una sorta di figura istituzionale super partes, ma che super partes non è. Ha già un curriculum che l’emergenza covid-19 non ha reso né migliore né peggiore. Il problema è che ricordarlo oggi sui social o sui giornali è pericoloso. Scrivere in maniera critica del Governo Conte 2 scatena la Bestia. Ma non la Bestia di Matteo Salvini. Ma un’altra, in un certo senso analoga, ma speculare, fatta nei risultati di insulti e minacce all’odioso giornalista che ha vergato un articolo non plaudente. “Il giornalista del giorno”.

 

Se Silvio Berlusconi, che ne ha fatte tante, avesse tolto prerogative costituzionali al popolo italiano via dpcm, avremmo, almeno sulle pagine dei quotidiani, fatto una rivoluzione, di carta, ma sempre una rivoluzione. E se avesse approfittato di una conferenza stampa istituzionale e su un’emergenza nazionale per attaccare D’Alema o Bersani o Occhetto, avremmo abbandonato indignati il meeting stampa.

 

I tempi sono cambiati, oggi ci sono i social. A commento di nostri pezzi talvolta compaiono lezioni di giornalismo che si traducono in “perché non fate da eco a tale o talaltro”, “chi siete voi per criticare”, “allora date la soluzione”. Quest’ultima espressione anche Giuseppe Conte è riuscito a farla sua indirizzandosi al collega Tommaso Ciriaco di La Repubblica a reti unificate. Il pensiero unico straripa da molti post pubblicati. Il sentimento smemorato e acritico che si cela dietro agli #iostoconConte è in fondo emblematico. Il mister Hyde Conte 1 ci faceva paura per le brutte leggi che ha firmato, il dottor Jekyill Conte 2 non ci tranquillizza per i modi poco istituzionali, per la gestione dell’emergenza covid-19 e per 19.468 morti ufficiali e i non si sa quante decine di migliaia reali. E, bestia o non bestia, continueremo a scriverlo.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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