Prendete il calendario e andate avanti di due settimane esatte dal giorno di Pasqua, anzi metteteci dentro anche lunedì di Pasquetta. Vi aiutiamo: i nuovi infettati da qui al 27 aprile sono i “positivi di Pasqua”. Sono figli delle eccezioni che ognuno di noi si è concesso. I genitori, la zia, i nonni, la fidanzata, gli amici, ma “solo quelli intimi”, la grigliata. Le code sulla Pontina, che hanno disarmato pure il Totti nazionale e il suo appello “anche io vorrei andare a Sabaudia, ma state a casa”, sono solo la punta più visibile e, stando al basso numero di multe comminate, forse più incolpevole, di quello che è accaduto il 12 aprile.

Le cronache ne raccontano di ogni: balli sui tetti con musica dance “sparata a palla”, fuochi di artificio con pubblico plaudente, tavolate in strada, barbecue di piazza, bagnanti in spiaggia, seconde case aperte per l’occasione, esodi stradali. Il Viminale minimizza: “fisiologico”. Il sindaco Leoluca Orlando meno sobriamente li ha definiti: “incoscienti criminali”. Considerando che una parte di questi “positivi di Pasqua” moriranno o infetteranno qualcuno, che andrà a unirsi incolpevole ai 19.899 ufficialmente deceduti positivi al Covid-19, forse è più congrua l’espressione del primo cittadino di Palermo.

Noi, che con il Governo non ci andiamo mai leggeri, il vociare dei ragazzini e degli adulti vestiti a festa, che dai marciapiede riusciva a coprire il suono delle sirene delle ambulanze, questa nuova ondata di prevedibili e scontati contagi, “i positivi di Pasqua” non riusciamo proprio ad attribuirglieli. Ci potevano essere più persone in divisa in strada? Più multe? Pene più severe? Il carcere per i trasgressori? La verità è che in uno stato democratico è la condivisione delle regole che crea le condizioni del vivere comunitario, non la paura della sanzione. Detta diversamente: se fossero gli agenti di polizia a doverci tenere chiusi in casa, staremmo freschi.

“Sono andato a consumare un rapporto sessuale da una mia amica”. È la dichiarazione di uno dei trasgressori del lockdown del week end pasquale. Potrebbe far sorridere, se non fosse che del signore che ha firmato in calce questa dichiarazione tutto sappiamo. Nome, cognome, luogo dove è stato fermato, località dove il rapporto è stato consumato, l’ammenda di cinquecento e rotti euro che pagherà. Lo sappiamo perché lo ha dichiarato a un posto di blocco, quello per “beccare” quelli come lui. Un agente di polizia a quanto pare ha deciso di filmare il verbale e, condito con una battura sagace come “una escort gli costava meno”, viralizzarlo. Anche questo non appartiene allo stato di diritto, un’azione sconsiderata che rischia di distruggere vita e famiglia di un cittadino che “a domanda, risponde”. Ma risponde allo Stato e lo Stato, con un suo uomo in divisa, lo mette alla berlina, alla gogna.

Di una cosa siamo sicuri dell’amante trasgressore di ogni regola anticontagio e di tutti quelli che del covid19 se ne sono fregati, che martedì si potranno recare al lavoro e che nessuno potrà far loro alcun controllo. La Pasqua ha portato infatti un’altra sorpresa, una comunicazione del Friuli Venezia Giulia “Indicazioni sui test diagnostici per SARS CoV2 negli ambienti di lavoro ed indicazioni di prevenzione per il rientro al lavoro nelle attività non sanitarie” nella quale si dice, citando ogni possibile circolare ministeriale, che nessuno, cioè nessun datore di lavoro, è autorizzato a tenere a casa una o un dipendente risultato positivo al test sierologico per il coronavirus, perché questo esame è ritenuto inaffidabile, né può essere obbligato al tampone per poter rientrare in ufficio, officina o fabbrica, perché non ci sono i reagenti e quindi questo esame non si può fare. In un’appendice si dice poi che, comunque, l’affidabilità dei tamponi è quella che è.

Traduciamolo, ai “positivi pasquali” si aggiungeranno i “positivi del PIL”, tutte le lavoratrici e i lavoratori che, sarebbe stato umano ancor prima che logico tenere a casa fino alla certezza della tutela della loro salute, e che invece verranno sacrificati in nome del “non fermare la produzione”. Questo sì che lo attribuiamo al Governo che, piegato alle pressioni di certi cinici attori del comparto produttivo, sta consentendo, tra false produzioni essenziali e infinite deroghe, nuovi contagi e, va da sé, nuovi morti.

Giuseppe Conte, il Presidente del Consiglio dei Ministri, ha rilasciato un’intervista alla BBC, ne va così fiero che la potete andare a guardare sul suo profilo facebook, al minuto uno e 44 secondi rispondendo a una domanda sui ritardi di cui è accusato il Governo, l’Avvocato del Popolo, finalmente, ammette e dice, finalmente, il perché del ritardo: “se avessi proposto un lockdown o la restrizione delle libertà costituzionali all’inizio quando avevo i primi focolai, mi avrebbero probabilmente preso per pazzo”.

La parola pazzo non appartiene al nostro vocabolario, irresponsabile invece sì e definiamo irresponsabile un capo del governo che, per non passare per pazzo, non attiva tutte le procedure necessarie per tutelare la vita e la salute del suo popolo. L’avremmo preferita pazzo, Presidente Conte, avremmo preferito convocasse il Parlamento d’urgenza, avremmo preferito salvasse più persone possibili, avremmo preferito non registrare il 195% di morti in più in tanti comuni del nord Italia, avremmo preferito che a guidarla fosse il bene del Paese e non della sua reputazione. Ha anteposto la sua reputazione, la sua ambizione politica, alla vita di tante persone, di sue concittadine e concittadini, di suoi pari, e questa volta lo ha detto lei.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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