I test sierologici non sono affidabili, “per il loro uso nell’attività diagnostica d’infezione in atto da SARS CoV-2, necessitano di ulteriori evidenze sulle loro performance e utilità operativa”, mentre i tamponi nasofaringei non si riesce a farli a tutti i lavoratori, “l’attività diagnostica è ancora strettamente vincolata dalle necessità di acquisire reagenti ed altri beni di consumo, non immediatamente disponibili sul mercato“.

I virgolettati sono estrapolati da una comunicazione inviata, come da protocollo, in data 12 aprile 2020, giorno di Pasqua, da Gianna Zamaro, direttore generale, della “Direzione Centrale Salute, Politiche Sociali e Disabilità della Regione Friuli Venezia Giulia” e con oggetto “Indicazioni sui test diagnostici per SARS CoV2 negli ambienti di lavoro ed indicazioni di prevenzione per il rientro al lavoro nelle attività non sanitarie” e che qui potete leggere integralmente.

Che i test sierologici siano del tutto inutili è proprio specificato ed evidenziato in neretto: “la positività dei test sierologici nei lavoratori ad ora non ha alcuna utilità per consentire loro l’ingresso o meno nel luogo di lavoro, in quanto non è segno di immunità all’infezione ma eventualmente di contatto con il virus SARS CoV2″.

Quanto ai tamponi? Anche qui la lettera non lascia dubbi: “pertanto, alla data attuale, l’esecuzione dei test molecolari su “tamponi” di soggetti sani quali i lavoratori non rientra tra le priorità immediate di esecuzione di tali test, che sono invece destinati al momento ai soggetti con manifestazioni cliniche di infezione respiratoria o ai sanitari che li curano“.

Quindi? La circolare da tutte le risposte: “l’unico sistema di dimostrata utilità ed efficacia al fine della prevenzione del contagio al momento attuale è l’organizzazione degli ambienti di lavoro in modo tale da permettere il distanziamento dei lavoratori, la loro protezione con mascherine chirurgiche in caso fosse impossibile mantenere la distanza prescritta e il perseguimento delle buone prassi di igiene“.

Tradotto: al lavoro si va, se la collega o il collega è positivo al covid-19, magari solo sospettandolo o peggio ignorandolo proprio: niente paura che tanto basta mascherina, l’igiene e starci lontano il giusto come previsto dal “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro del 14 marzo 2020“. I tamponi? Andrebbero fatti nei casi sospetti, nessuno lo nega, ma, “nonostante l’incremento delle attrezzature e del personale destinato ai laboratori di microbiologia del Servizio Sanitario Regionale dall’inizio di questa pandemia“, non abbiamo abbastanza reagenti.

In realtà, continuando nella lettura, c’è un altro passaggio, interessante che ricorda un’altra cosa: “Il tampone evidenzia una sensibilità del 36% se eseguito durante i primi 3 giorni di malattia (su 100 malati 36 risultano positivi e gli altri negativi). Tuttavia circa 2,5% dei soggetti potrebbero essere portatori“. Che è come dire che i tamponi nasofaringei, all’insorgenza della malattia, nei primi tre giorni, riescono a “beccare” solo il 36% dei malati.

La dottoressa Gianna Zamaro, non ha colpe, anzi ha il merito della trasparenza e dell’aver messo in fila tutte le disposizioni ministeriali e tutte le riporta e allega. Perché lo fa? Perché subissata da richieste e allora manda una comunicazione a tutti o come scrive lei: “Nelle more delle indicazioni del Governo in merito alla tempistica e alle modalità della riapertura delle imprese del territorio, considerato il rilevante numero di quesiti pervenuti allo scrivente Servizio, si ritiene indispensabile fornire alcune indicazioni“. Tra queste non tralascia e anzi evidenzia quella della “Circolare ministeriale 03 aprile 2020 la circolare n. 0011715” sulla “Individuazione dei criteri di priorità nell’esecuzione dei test diagnostici“, che determina a chi i tamponi vadano prioritariamente eseguiti:

1 – casi clinici sintomatici/paucisintomatici e loro contatti a rischio familiari e/o residenziali sintomatici, focalizzando l’identificazione dei contatti a rischio nelle 48 ore precedenti all’inizio della sintomatologia del caso positivo o clinicamente sospetto;

2 – operatori sanitari e assimilati a maggior rischio, sulla base di una sua definizione operata dalle aziende sanitarie, tenute ad effettuarla quali datori di lavoro.

Martedì, quindi, non solo in Friuli Venezia Giulia, ma in tutta Italia si andrà al lavoro, positivi o negativi, asintomatici o immunizzati, malati o sani, sicuramente è impossibile fare un tampone e se qualcuno farà il test sierologico, tempo perso: non vale. The show must go on, quello della produzione, ovviamente.

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

Videoreporter

Nato nell ‘82 dove soffia la Bora. Il mio lavoro e le mie passioni, la vela e la montagna, mi hanno fatto girare il mondo tra Europa, nord Africa, Medio Oriente e Stati Uniti, vivendo a seconda dei periodi tra Milano, Malta, Varese e Trieste.

Commenta con Facebook