E’ pasqua, tempo di resurrezione. Per chi crede, una speranza meravigliosa, bellissima. Ed è anche l’unica speranza a cui possono affidarsi i parenti e gli amici dei tanti, troppi, anziani morti in questi tragici giorni di coronavirus nelle Residenze sanitarie assistenziali italiane. Quelle che una volta si chiamavano più semplicemente (e forse anche brutalmente) ospizi. A chi non crede resta invece la consolazione che su quella “mattanza” facciano luce le inchieste finalmente aperte dalle procure di mezza Italia. E che a quei tanti, troppi, anziani deceduti venga almeno concessa giustizia. Perché se morire è una cosa naturale, raggiunta una certa età, morire per colpa di decisioni sbagliate fa incazzare assai.

Due le date segnate in rosso dagli inquirenti. Le ordinanze regionali con le quali Lombardia (a inizio marzo) e Piemonte (il 20 marzo) hanno aperto le porte delle Rsa ai pazienti affetti di covid-19. Due decisioni che oggi sappiamo drammaticamente sbagliate, grazie anche all’inchiesta di Lerner su Repubblica sulla Baggina (come i milanesi chiamano affettuosamente il Pio Albergo Trivulzio, che Rsa tecnicamente non è, ma che per i meneghini è da sempre e per antonomasia l’ospizio dei vecchi), che per primo ha scoperchiato questo vaso di Pandora. In attesa che il lavoro degli inquirenti faccia giustizia, c’è uno studio del Politecnico di Milano che racconta la situazione degli ex ospizi in italia e che rivela come fossero delle bombe pronte a esplodere. Il coronavirus e le decisioni regionali sbagliate di Lombardia e Piemonte hanno solo fatto da miccia…

Rsa. Un acronimo diventato tristemente famoso
Lo studio dell’ateneo milanese, curato da Marco Arlotti e Costanzo Ranci, è una fotografia spietata dell’universo delle Residenze sanitarie assistenziali italiane, nelle quali sono ospitate quasi 300.000 persone over 65 anni, in gran parte ultraottantenni (il 75%), donne (il 75%) e non autosufficienti (il 78%). Quello che i due ricercatori fotografano è un universo con una popolazione sempre più anziana e malata, che viene però assistita da sempre meno personale. Ciliegina sulla torta: nonostante le rette sempre più care, sono stati troppo pochi pure gli investimenti su ristrutturazioni delle strutture e tecnologia.

La premessa
“Proprio perché concentrano al loro interno una popolazione molto fragile, queste strutture avrebbero dovuto, e dovrebbero sempre, offrire una condizione di particolare tutela sanitaria, per quanto riguarda le procedure, i dispositivi di protezione individuale, nonché le misure preventive volte a controllare l’infezione e limitare il contagio” scrivono Arlotti e Ranci. “La diffusione dell’infezione ha invece falcidiato non solo gli anziani fragili, ma anche un numero rilevante di medici, infermieri, operatori socio-sanitari, creando le premesse per ulteriori difficoltà nella gestione di queste strutture”.

 Come è nata la debacle
“Si tratta di strutture abitate in gran parte da persone con elevata fragilità e scarsissima autonomia”, si legge nello studio del Politecnico (pubblicato in rete grazie a Redattore sociale: https://www.redattoresociale.it/). “Alla luce di ciò, e diversamente dagli altri paesi europei, la componente alberghiera e abitativa della residenzialità rivolta anche a persone in buona salute e con poche necessità assistenziali è pressoché assente e le strutture si presentano come unità di offerta fortemente sanitarizzate per lungodegenti. Dovremmo essere, quindi, di fronte a realtà in grado di offrire importanti garanzie sul piano sanitario e assistenziale. Tuttavia tale aspetto, purtroppo, spesso non si verifica, come hanno mostrato le drammatiche vicende delle ultime settimane. A fronte di un aumento della popolazione anziana e del numero di persone non autosufficienti, il sistema delle residenze ha conosciuto, in controtendenza, una contrazione significativa nel numero dei ricoverati. La contrazione dei ricoveri è coincisa con una focalizzazione delle residenze verso l’alta intensità sanitaria (che assorbivano il 26% nel 2009 e assorbono il 36% dei ricoverati nel 2016), con il conseguente aumento dei ricoverati in strutture a elevata intensità e con età superiore a 80 anni (dal 72% al 75%)”.

Rette sempre più care
“Basti pensare che in Lombardia, mentre la quota sanitaria è in media di 41,3 euro pro die, la quota pagata dagli utenti è variata, fra il 2013 e il 2016, da un minimo di 54-60 euro pro die (+10,23%) a un massimo di 63-69 euro pro die (+8,56%)”.

Sempre meno personale
“La progressiva sanitarizzazione delle strutture è avvenuta congiuntamente a un netto taglio (pari al 15%) del personale medico, compensato da un aumento di pari proporzioni nel personale adibito alla cura delle persone e alla sostanziale stabilità del personale infermieristico”.

La conclusione
“Sono tutti segnali che da soli non spiegano cosa sta accadendo in questi giorni in tali strutture, ma che segnalano una notevole sofferenza gestionale, in una parte sostanziale determinata da una forte disattenzione politico-amministrativa. L’emergenza di oggi impone un profondo ripensamento dell’intero settore e una rinnovata attenzione da parte delle politiche a questo importante pezzo del nostro sistema sanitario”, concludono i due studiosi.
Un quadro dunque chiarissimo. Che rivela come la mattanza nelle Rsa sia il classico caso di una “cronaca di morte annunciata. Con questo vero e proprio bollettino di guerra, secondo il monitoraggio reso noto ieri dall’Istituto superiore di sanità: su 577 strutture raggiunte, il 26,6% del totale (2399), si segnalano 3859 morti dal 1 febbraio con 133 pazienti risultati positivi al tampone e 1310 con sintomi simil-influenzali. Facendo due semplici conti significa che il 37,4% del totale dei decessi – cioè 1443 su 3859 – ha interessato ospiti con infezione da covid-19 o con manifestazioni sintomatiche compatibili con il virus. Non siamo di fronte a fatalità anagrafica (gli anziani muoiono perché anziani), ma a uno scandaloso mix di carenze, scelte sbagliate e di ricerca di profitto a scapito del servizio.

(Ph Gad Lerner su Instagram)