Nelle ultime settimane solo il 35% degli italiani sta continuando ad andare regolarmente al lavoro. Sono soprattutto i dipendenti delle attività ritenute essenziali, come supermercati, farmacie, aziende del settore della logistica e imprese che non possono interrompere i cicli produttivi. Oltre a medici, infermieri, operatori sanitari e forze dell’ordine. Ma ci sono anche numerose eccezioni. Come denunciano i sindacati, non mancano gli imprenditori, da Nord a Sud, che hanno cercato di “forzare il più possibile le maglie” dei decreti e tenere aperte le aziende anche se i codici Ateco non rientrano in quelli elencati nei Dpcm. E non sempre la sicurezza sui luoghi di lavoro, anche in piena emergenza coronavirus, viene rispettata.

Secondo le norme emesse per far fronte al contagio, le aziende sono tenute a trasmettere al personale tutte le indicazioni fornite dall’Istituto Superiore di Sanità sull’epidemia in corso e sulle misure di prevenzione, spiega l’avvocato giuslavorista Susanna Carinci. Gli imprenditori devono anche segnalare i casi di covid-19 tra il personale, mettere in quarantena i colleghi che hanno avuto contatti diretti con chi si è ammalato e sanificare i locali dove il dipendente lavorava. Se non viene fatto, le sanzioni sono salate e nei casi più gravi si può sfociare persino nel penale.

Non è facile, però, per un lavoratore orientarsi nella miriade di norme e indicazioni e capire concretamente cosa fare se in azienda non vengono rispettate le distanze di sicurezza. O magari mancano mascherine, guanti e disinfettanti. O ancora se non c’è un livello di pulizia adeguato. Lo sappiamo per esperienza personale.

In primo luogo, si può fare una segnalazione alla task force che per legge ogni datore di lavoro deve mettere in campo, composta dal responsabile servizio prevenzione e protezione, dal medico competente all’interno dell’azienda e dal responsabile dei lavoratori per la sicurezza. Basta una mail, una telefonata, un messaggio. Queste figure, poi, devono a loro volta comunicare le eventuali irregolarità al datore di lavoro, che è tenuto a intervenire tempestivamente. 

Se anche dopo questo passaggio non cambia nulla, si possono contattare i rappresentanti sindacali, che a loro inoltrano la segnalazione alla Prefettura. Da un paio di settimane sono molti gli esposti piovuti attraverso questo canale alla Prefettura di Milano, che ha organizzato i controlli  – il numero esatto non è noto – nelle attività essenziali aperte a cui si aggiungono circa 3000 aziende dell’indotto. Un lavoro enorme, che più di qualche volta ha messo in luce delle situazioni di rischio per i lavoratori.

Altra possibilità è quella di contattare direttamente la Azienda sanitaria della città dove si lavora. A Milano, ad esempio, si può scrivere direttamente alla mail dip19@ats-milano.it. “Abbiamo ricevuto tantissime comunicazioni ed esposti relativi a situazioni che non vanno in diverse aziende – conferma a EstremeConseguenze.it il dottor Battista Magna, dell’UOC Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro della Ats di Milano – . Finora abbiamo concentrato i controlli soprattutto nei supermercati, che non sono sempre rimasti aperti, nel settore dei trasporti, nei servizi essenziali e nelle strutture della logistica. Abbiamo trovato dei problemi non tanto nei magazzini di singole aziende, dove quasi sempre c’erano pochi lavoratori, ben distanziati, quanto nei capannoni dove vengono stoccate merci per conto terzi, che poi i padroncini vanno a caricare con i loro furgoni. Lì c’era più affollamento”.

In alcuni settori, come l’agricoltura e l’edilizia, non è facile osservare le distanze di sicurezza. “Dove non si riesce a tenere un metro di distanza – spiega il dottor Magna – necessariamente tutti i lavoratori devono mettere i Dpi”. Negli uffici, invece, “in generale c’è abbastanza attenzione, perché in tante realtà si fa lo smart working e tanti dipendenti non sono in azienda”. Un capitolo a parte vale per le strutture socio sanitarie, come le Rsa, dove chiaramente molte cose non sono andate per il verso giusto, soprattutto per la grave mancanza di guanti e mascherine. Situazioni sulle quali “ci sono anche delle inchieste in corso che cercheranno di far luce sull’accaduto”, ricorda il dottor Magna.

Accanto all’attività di controllo, la Ats insieme ai sindacati regionali ha anche creato una lista di misure che le imprese, a seconda delle diverse tipologie, devono rispettare per essere in linea con la normativa. “Abbiamo predisposto dei questionari che abbiamo inoltrato a migliaia di aziende – prosegue il dirigente dell’Ats di Milano  – e adesso li stiamo raccogliendo per capire come viene applicato il protocollo. È una sorta di servizio di assistenza per le attività produttive che, se seguono il percorso che abbiamo indicato, sanno di essere in regola con la normativa”. Il clou del lavoro, però, deve ancora arrivare. “Vediamo che cosa succederà quando inizierà la fase due – conclude il dottor Magna con un filo di preoccupazione nella voce- e si riaprirà tutto”. 

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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