Martedì 13 aprile, riaprono centinaia di aziende, studi professionali, in qualche caso librerie, negozi per abbigliamento bambini e altro. La Lombardia studia la ‘patente’ di immunità per allargare ulteriormente la platea di lavoratrici e lavoratori ‘certificati’ attraverso l’esame sierologico. Lo chiediamo a Massimo Galli, direttore Dipartimento Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano

Cosa vuol dire?

I test sierologici sono di due tipi: quelli rapidi e quelli quantitativi. I primi, grazie ad una goccia di sangue, stabiliscono se la persona ha prodotto anticorpi e quindi ci dice se quella persona è entrata in contatto con il virus; i secondi, dove serve un prelievo, dosano in maniera specifica le quantitàdi anticorpi prodotti. In entrambi i casi i test sierologici vanno alla ricerca degli anticorpi (immunoglobuline) IgM e IgG. Le IgM vengono prodotte temporalmente per prime in caso di infezione. Con il tempo il loro livello cala per lasciare spazio alle IgG. Quando nel sangue vengono rilevate queste ultime, le IgG, significa che l’infezione si è verificata già da diverso tempo e la persona tendenzialmente è immune al virus. Perché può essere utile? Prima di tutto perché forniscono il “film”della malattia. Permette di sapere quante persone hanno realmente incontrato il virus e specialmente in chi ha avuto sintomi blandi o asintomatico. Da qui, quindi, si estrapola un campione statistico della popolazione e si riesce a meglio stabilire la dimensione del contagio tra la popolazione, la diffusione geografica, l’incidenza per età .

Ma può bastare per definire chi è guarito e chi no, e quindi concedere un ‘permesso di lavoro’ come vuole fare la Lombardia dal 21 aprile?

Secondo il Direttore del reparto Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, dal primo giorno dell’emergenza in primissima linea anti-Covid19, assolutamente no.

“I TEST SIEROLOGICI NON BASTANO”

“Cosa intendiamo per guariti – dice ovvero quando non possiamo trasmettere ad altri il virus: l’unica cosa su cui siamo tutti ragionevolmente d’accordo e su cui le probabilità danno conforto è che si può dire guarito chi risulta negativo dopo due test-tampone a distanza di diversi giorni. Possono essere persone ancora affaticate e fisicamente provate come altre in perfetta salute. Il siero non può dare alcun riscontro certo a meno che non sia provato che le persone siero-positive non siano anche tampone-negative. Non c’è ancora nessuna evidenza certa che un test sierologico, sia pungidito che da prelievo di sangue periferico garantisca, se positivo, che la persona in questione sia ‘eliminante-virus’. Casomai è il contrario. È altamente verosimile il contrario. Cioè che una parte della popolazione, speriamo sempre più maggioritaria, abbia gli anticorpi e non più il virus. Ma per poterlo dire è sempre il tampone che decide. Per esempio, di vere e proprie ‘recidive’ non ne abbiamo ancora viste e possiamo pensare che per esempio in Cina e Corea del Sud siano state dichiarate guarite persone che in realtà non le erano. Ma che non ci sia una recidiva vera e propria ancora non possiamo saperlo, quindi anche sulle guarigioni effettive andrei molto cauto”.

MEDICINA. ESEMPIO DA SEGUIRE

Un esempio virtuoso arriva dal Comune di Medicina, provincia di Bologna, dichiarata ‘zona rossa’ dalla Regione Emilia Romagna il 16 marzo scorso. Oggi Medicina è ‘arancione’. La ‘zona rossa’ è stata revocata il 3 aprile scorso. Il peggio insomma lì è passato davvero, molto più che nella bergamasca, molto più che nel milanese o in Lombardia.

Perché? Lo racconta a EC il sindaco Matteo Montanari.

“I numeri si sono stabilizzati. Non abbiamo recrudescenze, anzi. Non abbiamo decessi da tre giorni. Siamo un comune di 17mila abitanti che ha avuto 25 morti con circa 250 positivi. Qui la scelta è stata di fare tamponi alle persone, a casa loro, fin dall’inizio e di dotare le persone, sempre a domicilio, di un kit di farmaci per curarsi. Non si è aspettato che le persone stessero a casa per una settimana dieci giorni con la febbre ma già dai primi sintomi si è intervenuti facendo loro il tampone e fornendo loro assistenza medica domiciliare con un mix di antivirali. Le persone ricoverate e poi dimesse dagli ospedali sono state isolate per una decina di giorni in alberghi della zona, in modo da non poter eventualmente contagiare i familiari, anche se sostanzialmente guariti.

Solo adesso, a dieci giorni dalla fine della zona rossa e superata la fase critica, avendo un campione di popolazione statisticamente rappresentativo sulla diffusione del virus e avendo iniziato a fare tamponi anche a chi non ha più sintomi, stiamo ragionando su cosa, come e dove riaprire alcune attività. Certo mi rendo conto che in aree urbane più grandi sia difficile. Ma penso che finché non ci siano queste garanzie e un controllo capillare della popolazione e dell’incidenza del virus qualsiasi ipotesi di riapertura di attività sia molto rischiosa”.

CODOGNO: LA PRIMA ZONA ROSSA D’EUROPA

“È impensabile di poter riaprire le attività come prima. L’emergenza non è finita. Siamo ancora a metà strada, forse. E lo dice il primo sindaco d’Italia ad aver firmato un’ordinanza targata Covid”. Chi parla è Francesco Passerini, Sindaco di Codogno. Proprio quella Codogno dove tutto è iniziato lo scorso 20 febbraio.

“All’inizio ci guardavano come dei matti” dice a EC Passerini “noi chiudevamo tutto e nei paesi limitrofi c’erano feste, si pensava al Carnevale, c’erano biglietti omaggio per andare in treno alle mostre, c’erano sagre di paese. Codogno in questi primi tre mesi dell’anno ha visto triplicare i morti. A Castiglione d’Adda uguale, hanno celebrato in tre mesi lo stesso numero di funerali che fanno in un anno. Nessuno più di noi ha voglia di uscire, di ripartire. Ma abbiamo visto cosa è questo virus. E fa paura. Quindi bisogna essere davvero cauti per non ricaderci. Sabato 11 aprile siamo riusciti a dare guanti e mascherine a tutta la popolazione”.

Come sabato 11 aprile? A oltre 40 giorni dall’inizio dell’epidemia, voi prima zona rossa d’Italia, siete riusciti a distribuire DIP solo quattro giorni fa?

“Si, la stragrande maggioranza dei dispositivi sanitari li abbiamo raccolti noi come Comune. Dalla Regione ci è arrivato un 30%. Dal Governo nemmeno un guanto. Per acquistarle abbiamo messo a disposizione le indennità del mese di marzo di Sindaco e Giunta. Poi ci hanno aiutato alcune aziende private con donazioni importanti. Sabato ne abbiamo distribuite 13mila e siamo cosi arrivati a 26mila mascherine distribuite in totale. Era importante farlo, anche perché ora è obbligatorio indossarle… L’errore più grosso ora sarebbe farsi prendere dalla ‘fregola’ e riaprire troppi luoghi. Nessuno può di noi vuole tornare alla normalità ma lo scenario è completamente cambiato e dobbiamo tenerne conto se non vogliamo finire in un’altra emergenza ancora peggiore, sia dal punto di vista economico che sanitario“.

Sulla ultima distribuzione di mascherine a Codogno ci scrive però un lettore di EC, Agostino Zaccarini: “In merito alla presunta distribuzione di mascherine a domicilio, non posso che negare i fatti: non vi è stata alcuna distribuzione “porta a porta” ma una serie di consegne collettive in varie zone della città. In queste situazioni si sono creati degli assembramenti che ho trovato molto pericolosi: quando ci siamo recati in Piazzale Carabinieri d’Italia dove era prevista la consegna per la zona del centro, abbiamo visto troppa gente e ce ne siamo andati. Mi hanno riferito che dopo solo un’ora le mascherine erano terminate e moltissimi sono andati via senza averne ricevuta nessuna”.

A dimostrazione ecco la comunicazione dal sito del Comune di Codogno:

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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