Smart working … chi non ne parla? E’ incredibile come nasca una moda. In realtà lo spiega benissimo ne ‘Il diavolo veste Prada’ una grandissima Maryl Streep parlando con la sua giovane e ignara assistente: “Oh, ma certo ho capito: tu pensi che la moda non abbia niente a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda quindi in effetti indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba”.

Ed ecco che veniamo allo smart working, una similitudine fuori dagli schemi, ma che dipinge perfettamente quello che sta avvenendo in questo momento.  Per l’ad di ManpowerGroup Riccardo Barberis “prima dell’emergenza, intorno al 20% della popolazione aziendale usufruiva dello smart working, e in poche settimane siamo passati a circa 2mila persone, me compreso, e stiamo proseguendo”. Ebbene sì, uno strumento che fino a poco tempo fa non sortiva particolare scalpore, oggi è sulla bocca di tutti. Lo smart working odierno viene denominato ‘casalingo’ perché come mi sono permessa di definire in una mia precedente riflessione sul punto, attualmente pochi lavoratori svolgono la propria prestazione lavorativa in regime di smart working. Onestamente, dopo una piccola e privata indagine in cui ho coinvolto alcuni responsabili delle risorse umane, ho notato che in molte realtà la modalità operativa viene posta in essere seguendo un indirizzo prettamente datoriale, privando l’accordo di quel apporto del lavoratore, venendo così meno il principio del cosiddetto life balance.

Ed è così che il 50% degli intervistati ha dichiarato che attualmente i lavoratori sono in regime di smart working senza che gli sia stata inviata alcuna specifica comunicazione, il 50% ha risposto che ai lavoratori è stata inviata una comunicazione con la quale si precisava la proroga dell’accordo sottoscritto con il dipendente. 

Nel 67% degli accordi sottoscritti, l’azienda ha facoltà di recedere con effetto immediato in presenza di sopravvenute esigenze organizzative e comunque a suo insindacabile giudizio, senza che il lavoratore possa sollevare alcuna eccezione.
Interessante, inoltre, il fatto che per il 67% delle aziende l’accordo prevede l’obbligo per il dipendente di rispettare l’orario contrattualmente previsto per il suo inquadramento, quindi solo il 33% prevede una modalità di esecuzione determinata liberamente dal lavoratore sia nello spazio che nel tempo.
In totale contrasto con quanto sta accadendo in piena emergenza, poi, è il fatto che proprio in ottemperanza a quanto previsto dalla normativa sul lavoro agile,  il 100% degli intervistati dichiara che l’accordo prevede un massimo di giorni mensili da svolgere in modalità agile, appunto.
Infatti, ricordiamo che lo smart working prevede che la prestazione lavorativa venga svolta parte in azienda e parte all’esterno dei locali aziendali.
Con riguardo alla pianificazione della prestazione lavorativa, nel 30% dei casi l’accordo prevede che il lavoratore trasmetta al proprio responsabile una ‘proposta di pianificazione’ della giornata lavorativa in smart working e che questa debba essere necessariamente approvata.
Ritengo che sia necessario intervenire sulla disciplina del lavoro agile, senza tornare al telelavoro. Questo poiché, alla riapertura delle aziende, che in parte sta già avvenendo come dichiarato da governatori di regioni  più industrializzate, sia datori che lavoratori possano seguire delle direttive certe che evitino inutili conflitti. E questo è un punto sul quale potrà e dovrà intervenire la task force creata dal governo, in cui ho ritrovato il nome di un collega amico, che ha certamente a cuore il rapporto di lavoro nelle sue più ampie sfaccettature.

(Ph Ea-idea su Instagram)

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

avvocato giuslavorista

Susanna Carinci avvocato giuslavorista nata a Bologna dove ha studiato e vissuto, salvo per una felice parentesi Milanese. Dal 2007 lavora presso lo studio legale del Prof. Franco Carinci, padre e mentore che le ha trasmesso la passione per la materia. Ha avviato la partnership con lo Studio LABLAW Studio Legale Failla Rotondi & Partners per la sede di Bologna.

Commenta con Facebook