“La diffusione del coronavirus non riguarda più solo paesi lontani, ma la nostra vita quotidiana in Giappone” recita una mail mandata a tutti gli studenti di un’università giapponese con le indicazioni su come comportarsi: didattica online, restrizioni all’uso dei servizi bibliotecari, divieto di organizzare eventi sociali. La parte più interessante del messaggio è però proprio l’idea che la pandemia avesse risparmiato, e per certi versi tuttora stia risparmiando, il Giappone. E del resto molto della gestione di questa emergenza può essere spiegato anche alla luce dell’atteggiamento eccezionalista e “isolare” che caratterizza il paese.

A metà febbraio, quando i casi di contagio registrati in Giappone erano già circa 150 (e solo grazie alla mossa del Governo Abe per cui i passeggeri della Diamond Princess erano considerati casi “internazionali”) e il paese era tra i più colpiti, ho cenato con un’amica che lavora in una banca qui a Nagoya. Mi disse che la banca aveva vietato a tutti i dipendenti i viaggi internazionali: alla mia obiezione che il Giappone aveva (all’epoca) un problema maggiore della gran parte degli altri paesi mi fu risposto in modo lapidario “gaikoku wa abunai”, “l’estero è pericoloso”. Allo stesso modo una collega che era stata invitata in Svezia per alcune lezioni si è sentita sollevata quando, dopo che il paese aveva registrato 11 casi, le è stato proposto di cancellare il viaggio. “Che gentili, vogliono proteggermi” disse, non capendo che in realtà la situazione giapponese era guardata, dall’Europa, con cautela e forse addirittura sospetto.

Ora le cose sono molto difficili da comprendere: il Giappone ha registrato un aumento deciso dei casi, che da meno di mille sono passati a più di settemila in poche settimane. Nonostante sia stato dichiarato lo stato di emergenza ormai per molte aree del paese, l’approccio al problema è ancora molto blando. “Evitare le uscite non essenziali” è il messaggio dominante ed è “raccomandata” le chiusure di alcuni esercizi commerciali (in particolare luoghi di divertimento come bar e locali notturni). Molti commentatori ironizzano sulla valenza unicamente moralizzatrice che il virus avrebbe in Giappone. Ad esempio Colin Jones, professore di diritto costituzionale all’Università Doshisha di Kyoto ed editorialista per il Japan Times, così ha apostrofato una pubblicità informativa rilasciata dalle autorità “Per quanto ne capisco da questo spot del governo giapponese, il covid-19 si trasmette soltanto per mezzo di giovinastri che si dedicano ad attività frivole. Quindi finché ti attacchi alla maniglia nel tuo affollato treno per andare il lavoro o stringi i denti e partecipi a una lunga riunione senza senso, tutto andrà bene!”.

Sebbene le cose stiano cambiando e la percezione del rischio sia più diffusa, i Giapponesi faticano ancora a modificare le proprie abitudini: stiamo infatti assistendo ora a una serie di contagi da “festa di fine anno”. L’anno fiscale in Giappone finisce il 31 marzo ed è prassi comune, in prossimità di quella data, organizzare eventi quali party di commiato per colleghi che vanno in pensione. Ebbene, cluster di contagio si sono accesi proprio a seguito di tali occasioni sociali, tra cui alcuni casi clamorosi: a Toyama, la festa di pensionamento di un medico ha esposto al contagio l’intero dipartimento di anestesiologia. Tra il personale dell’ospedale universitario di Keio, a Tokyo, una festa degli specializzandi (seguita da una sessione di karaoke) ha portato a 18 casi accertati e 99 ordini di isolamento domiciliare. La cosa che più colpisce questi casi è che sono legati a eventi tenuti da medici e personale ospedaliero.

Pare insomma che nel paese la sensazione sia ancora, per molti, di un problema esterno, che riguarda il Giappone solo marginalmente.
La scommessa del Governo di Abe pare essere che la crisi sia controllabile (o per il successo di qualche sperimentazione farmaceutica, o per la sperata stagionalità del virus, o per un colpo di estrema fortuna) senza che siano necessarie misure più drastiche, che comunque sarebbero complesse da adottare a causa di alcune questioni tecnico-giuridiche di legislazione delegata e coordinamento con autorità locali (ma probabilmente non per, come hanno detto in molti, barriere di natura strettamente costituzionale).

Sul tema dell’approccio soft al problema, qualche giorno fa il giornalista italiano Pio D’Emilia ha posto al premier Abe una domanda insolitamente pungente per gli standard locali. In sostanza, D’Emilia ha detto che il Giappone adesso sembra un “paradiso” e che Abe sta vincendo la sua scommessa: se le cose dovessero però peggiorare, se ne assumerebbe la responsabilità? L’emozione ha giocato un brutto scherzo all’esperto reporter, e la domanda è stata formulata in un giapponese non proprio perfetto: in una classica operazione “dito e luna”, i media conservatori si sono concentrati solo sulla questione linguistica, e non sulla dir poco evasiva risposta del Premier. Del resto la domanda era stata posta da un gaikokujin, una persona che viene “dal paese di fuori”.

 

(Ph. giodelbianco su Instagram)

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collaboratore

Giorgio Fabio Colombo è professore ordinario di diritto comparato e diritto commerciale internazionale presso l'Università di Nagoya (Giappone), dove dirige l'Unità di Ricerca "Decolonising Arbitration", e Visiting Professor of Japanese Law presso l'Università "Ca' Foscari", Venezia. E' stato consulente della Judicial Academy of the Islamic Republic of Pakistan in progetti di formazione in materia di arbitrato. Ha insegnato e fatto ricerca nelle università di Pavia, Genova, Palermo, Ritsumeikan (Kyoto, Giappone), UC Berkeley (USA). E' Ricercatore residente della Scuola Italiana di Studi sull'Asia Orientale di Kyoto. I suoi interessi di ricerca riguardano l'ADR, l'arbitrato, i rapporti tra diritto e letteratura e le culture giuridiche.

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