Maledetto Trilussa e maledetto il suo pollo. Chè a leggere le statistiche si direbbe che il 55 e rotti per cento delle italiane e degli italiani stia lavorando. Uno su due, lo dice l’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica. Però appunto poi c’è Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, il cui cognome anagrammato fa appunto Trilussa. Il poeta romanaccio, nonché senatore della Repubblica, senatore a vita, la disse in poesia: “Me spiego: da li conti che se fanno, seconno le statistiche d’adesso, risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra nelle spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso, perch’è c’è un antro che ne magna due”. Tradotta, la statistica dice che due mangiano un pollo a testa anche se a mangiarne due è soltanto uno dei due.

Con il lavoro funziona uguale, come per i polli di Trilussa. A Priolo Gallo, per esempio, non ha smesso di timbrare il cartellino l’82,3% delle maestranze. A Fiumicino il 78,4%. Il Sud e il Centro Italia battono il Nord. Il podio della presenza, in un inedito contrappasso dantesco, è di Basilicata, Sicilia e Calabria. Però le città fanno eccezione e la posizione geografica vale quel che vale. Genova, al lavoro è il 69,6%, Bari 68,7%, 68,5% Roma, Ancona 68,4%, Trento 68,3%, Bologna 67,7%, Milano 67,1% e Palermo 66,6%. Neppure in “zona rossa” si è smesso di lavorare, a Lodi non hanno marcato visita il 73,1%, a Crema il 69,2%.

Il lockdown, un po’ come tutte le parole inglesi usate a sproposito, non vi suona ora un po’ come una sonora presa per… i fondelli? Nel senso che, se la si diceva in italiano, cioè “chiusura totale” e poi il 70% delle lavoratrici e dei lavoratori delle città al lavoro continuava ad andare, l’incoerenza tra il dire e il fare era un pelino più evidente.

La fase 1, la fase 2 e la fase 3 appaiono quindi per quello che sono, un artificio retorico per non dire che covid o non covid si va quotidianamente sui posti di lavoro. Diciamola diversamente: mascherine o non mascherine si va al lavoro. Osiamo di più: contagio o non contagio, la carne da cannone è stata mandata in trincea e, indovina?, si è ammalata. Correggiamo: è morta.

Bollettino di poche ore fa: 21.067 morti. Ohibò. Vecchie e vecchi delle RSA direte voi. Saperlo, diciamo noi, perché come sappiamo ormai tutti, e sicuramente i nostri “25 lettori”, i numeri non si sanno perché non vengono detti ne dati nel dettaglio, neppure quelli falsi, perché parziali, spacciati quotidianamente dalla Protezione Civile.

Si chiamano “fattoidi”, sono quei fatti falsi, ma verosimili, “venduti” per veri. Talmente dettagliati e particolareggiati che i più pensano non possano che essere veri. Chi si inventa, per esempio, che i morti in Italia per e con il covid-19 siano “precisamente” 21.067? Chi non vuol dire che in realtà sono almeno 30 mila. Chi ha deciso e non ricorda ogni giorno che a quei morti sono da aggiungere tutti coloro i quali sono deceduti senza essere stati “tamponati”. Chi non vuol ricomprendere tra le vittime del coronavirus tutti coloro la cui morte è stata denunciata all’anagrafe e che, ahinoi, a sommarla alle altre ha fatto sballare ogni previsione di mortalità, registrando, come avviene in tanta parte del nord del nostro Paese, una moltiplicazione per tre dei morti che erano attesi nel marzo 2020.

Questo mentire di Stato, è un mentire di tutte le istituzioni coinvolte: nazione, regione, provincia e comune. Ed è un omettere, o dir parziale, che non permette di capire e neppure di farsi l’idea, l’opinione sull’operato di chi guida il nostro vivere. Ne diciamo una per tutte. Se si volesse mettere in correlazione il fatto che il 67,1% delle lavoratrici e dei lavoratori di Milano vanno quotidianamente al lavoro con il numero dei decessi della città, non lo si potrebbe fare.

Il sindaco Beppe Sala, tanto per fare un nome, ha deciso, lo ha dichiarato, che non dà il numero dei morti e il suo ufficio stampa all’ordine si attiene. Noi di EstremeConseguenze.it li abbiamo chiesti un mesetto fa quei numeri. Niente. Ora abbiamo fatto un “accesso agli atti”, aspettiamo fiduciosi degli strumenti democratici e consapevoli del fatto che Sala quei numeri li ha e non li dà, quasi fosse un satrapo di una provincia imperiale e non un cittadino come gli altri, un primo tra pari. Abbiamo chiesto educatamente, ora chiederemo sempre meno educatamente al signorotto di Palazzo Marino. Il prossimo passaggio sarà unirci alle milanesi e ai milanesi di #FacciamociSentire che quotidianamente alle 13 sbattono mestoli e pentole dai loro balconi per dare una sveglia e chiedere risposte alle istituzioni, colpevolmente mute.

E, per inciso, e per quel che vale, non dimenticheremo alle prossime amministrative di ricordare che mentre si seppellivano morti c’era chi, Beppe Sala, quei morti nascondeva. Perché? Tolto un patriarcale “per non impressionarvi”, optiamo per un interesse in atti d’ufficio, dove l’ufficio è un governo nazionale amico. C’è in fatti una questione e sono 21.067 morti, o meglio sono 602 persone morte nelle scorse 24 ore. Lo sappiamo che ormai ci abbiamo fatto tutti il callo, ma 602 donne e uomini non ci sono più e noi vorremmo sapere quanti di loro sono morti, per esempio, a Milano e capire perché.

“Per il coronavirus”, direte voi. “Certo,” rispondiamo noi. Ma dove e come lo hanno preso? Nel senso, i milanesi sono oramai da troppe settimane chiusi in casa per riuscire ad ammalarsi e a morire. Nella media chi è morto ieri, si è contagiato venti, venticinque giorni prima. Cioè a metà marzo. Cioè in piena e consolidata quarantena. E allora vogliamo sapere chi sono queste persone decedute. Vogliamo sapere se sono ospiti delle RSA, se sono medici e soccorritori, infermieri e benzinai, se sono lavoratrici e lavoratori, se sono, è il nostro sospetto, martiri del PIL.

Donne e uomini che religiosamente si sono attenuti ai decreti, ai dpcm e ai moduli di autocertificazione, fiduciosi e fedeli a uno Stato che li ha traditi nel peggiore dei modi, mandandoli, consapevolmente a morire.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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