Carla (nome di fantasia ndr) è arrivata in Rsa che aveva circa trent’anni e ne dimostrava meno. Timida, esile, taciturna. Con una voglia di lavorare che quasi spaventava gli altri, ché i montanari sono montanari a qualsivoglia latitudine o, invece, più semplicemente, conosciamo gli altri per assonanze: quando pensavamo che non ci saremmo riviste più mi regalò un vassoio intero di arroz com pojio. “Io non lo faccio come la Flor, io sono di montagna: la nostra ricetta è diversa, se ti avanza puoi congelarlo”.

La scintilla con lei è scattata in un momento preciso, attraverso mio nonno, montanaro anche lui, in miniera, in Belgio, a dover lavorare il doppio degli altri per dimostrare di averne voglia nonostante fosse italiano. Sgranò gli occhi e le si riempirono di lacrime trattenute, i denti stretti.

È bella Carla ed è un inno alla voglia di vivere, insopprimibile: “io e mio marito avevamo solo un sogno: comprare una casa, avere dei bambini, essere felici qui in Europa”. Lo vedi che è davvero felice, che ogni piccolo pezzetto della sua vita è un tassello di quella felicità: una piccola vacanza, il calcio del grande, la ginnastica artistica della piccola, la cena da Mc Donald nel giorno di riposo.

Me la son portata dietro dappertutto Carla. Da tirocinante a capo reparto. Il nostro è un lavoro in cui si butta chiunque e che pochissimi son capaci a fare. Carla è capace. Fianco a fianco in una battaglia assurda contro una dirigenza che mette a tacere pesanti atti di maltrattamento. Il nostro direttore viene spinto a licenziarsi. Io vengo spostata in un servizio, lei in un altro. Saltano gli appalti. Non siamo più neppure nella stessa società. Non che cambi molto tra merde di diverso colore.

Sono a casa in maternità. Carla mi racconta che i suoi vecchietti si ammalano, che non le danno i dpi, i dispositivi di protezione individuale, che il direttore sanitario dice che gli ospiti con la febbre si alzano lo stesso. “Questi sudamericani che trovano qualunque scusa per non lavorare”. “Che facciano un bel tavolino di ospiti con la febbre”.

“Un bel tavolino di morti. Sono morti tutti”. Mi dice Carla, me lo dice tra rabbia e pianto. “Carla resta a casa. Carla prendi i giorni al 50%. Prendili. Sta a casa con i tuoi bambini”. Mi dice che si guadagna troppo poco, che c’è il mutuo da pagare, che non vuole lasciare i colleghi in difficoltà, che gli ospiti hanno bisogno.

Le rispondo al telefono. “Ho sbagliato. Non ti arrabbiare. Avevi ragione. Ho preso il virus”. La voce le si spezza in gola. “Siamo in trenta ammalati. Sono morti venti ospiti. Ce ne sono moltissimi ammalati. Le mascherine ce le hanno date una settimana fa. Venerdì non mi reggevo in piedi. Hanno chiamato mio marito. Sono fortunata. I colleghi sono in ospedale. Io sto reagendo bene. Mi sono ammalata perché credo di aver ceduto psicologicamente. Tu lo sai: ci si affeziona. Sono persone che stanno lì anni. Li abbiamo visti morire uno dietro l’altro. Le mascherine, il tavolino di quelli con la febbre, il tavolino dei morti. L’articolo sul giornale. Hanno detto che hanno fatto tutto, che non sanno come è arrivato il virus. Hai visto al Trivulzio? Io spero indaghino anche loro”.

È un fiume Carla. Un fiume col fiato mozzo che ansima tra i colpi di tosse. Di là il marito, i figli. In videochiamata nella stessa casa. “Devo pulire bene il bagno ogni volta. Ogni volta. Anche se non sto bene. E la struttura chissà se ci sarà ancora dopo. Dopo tutti questi morti”.

Le chiedo di non pensare a niente altro che a guarire e provo solo tanta rabbia. Così tanta da non riuscire a darle forma con le parole.

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