Dopo il picco (del contagio) che come Godot doveva arrivare domani e non arrivava mai. Dopo la fase 2 che dovrebbe cominciare sempre domani (dopo Pasquetta, ora dopo i ponti 25 aprile-1 maggio), ma in realtà nessuno sa quando potrà davvero arrivare. Ora è la volta di un nuovo tormentone mediatico: #milanononreagisce. La cronaca di questi ultimi giorni si è divertita a discettare e sviscerare il come e i perché la metropoli lombarda, capitale economica d’Italia, piccola superpotenza tricolore del Pil e del costume nazionale, in realtà stia subendo gli effetti nefasti del covid-19 come se fosse una disperata e misera provincia dell’Africa subsahariana.

Ma sono spiegazioni che non spiegano, tesi che non reggono alla verifica dell’antitesi. Sono chiacchiere da bar che il circo social fa diventare “virali” (scusatemi il termine brutalmente cinico). La realtà, dopo accurate ricerche e fact checking delle varie fake news (anglismi che rendono più moderna la verifica delle fonti per evitare di scrivere “bufale”, false notizie), è semplicemente questa: brancolano tutti nel buio. Brancoliamo tutti nel buio. Amministratori locali. Politici nazionali. Esperti di chiara fama: infettivologi, ricercatori, matematici, statistici, economisti e quant’altri apparsi sul proscenio in questi mesi di pandemia. Opinione pubblica che si abbevera a fonti equivoche come i social.

Ed ecco un piccolo e incompleto florilegio delle spiegazioni che vanno per la maggiore. #Milanononreagisce perché il contagio ora si diffonde in mille piccoli focolai: le nostre case; i supermercati dove dobbiamo andare perché abbiamo tutti la brutta abitudine di mangiare (se possibile) almeno tre pasti al giorno, colazione-pranzo-cena; i negozi di vicinato che resistono aperti e nei quali vedi fila che nemmeno sull’autosole negli esodi ferragostani. Oppure no: è colpa delle mascherine che non ci sono. O ancora: è il frutto avvelenato della lotta politica fra Comune di centrosinistra e Regione a trazione iper-leghista.

L’unica verità che invece dovrebbe essere diffusa con umiltà e sincerità è che #milanononreagisce perché non sanno bene cosa fare. Perché non sappiamo bene cosa fare. Siamo di fronte a un virus sconosciuto, per il quale non abbiamo anticorpi, né cure. Bisogna dare tempo ai professionisti della salute e della farmacologia per trovarle. E’ successo sempre nel passato dell’umanità, succederà anche stavolta. L’unica verità è che nessuno di noi vorrebbe essere nei panni di amministratori locali, politici nazionali e nemmeno degli esperti di infettivologia e pandemie. Sono i panni più scomodi oggi da indossare.

Ciò detto, per onestà di cronista e voglia di sgomberare il campo dalle ciarle retoriche anti-sistema, anti-casta, anti-esperti, restano diversi dati di fatto sulla realtà milanese. Morti che continuano a morire. Scandalose gestioni degli ex ospizi per anziani (le Rsa, residenze sanitarie assistenziali), con tanto di blitz della Guardia di finanza alla Baggina e in altri storici ricoveri milanesi. Un sistema sanitario che è (era?) l’eccellenza fra le tante eccellenze meneghine che è andato in apnea e quasi al collasso. Periferie dove mamme con bambini sono costrette a uscire per strada con giocattolini di fortuna (visto con i miei occhi, all’angolo della strada di casa mia, non è retorica: è realtà) perché chiamare casa il tugurio in cui vivono non è un eufemismo.

Questi sono i fatti sui quali si dovrebbe cominciare davvero a pensare. Non per l’oggi, non per fare polemica qui e ora, ma per il futuro. Perché se c’è una cosa che questa pandemia ha spazzato via è l’immagine della Milano post Expo. La Milano “place to be” diventata meta del turismo globale, che vale certo punti di Pil (non percentuali zero virgola) ma che ha fatto dimenticare a tanti, a troppi, che si trattava di una ricchezza e di un benessere distribuito male. Che ha generato, tanto per fare un esempio, orrori quali affitti che valgono in proporzione quelli di New York perché è molto più redditizio mettere a reddito stanze e appartamenti da affittare per brevi periodi su Airbnb e simili invece che darli ai milanesi nuovi e vecchi che ci vogliono vivere. E vogliamo dire dei meravigliosi quartieri firmati e rigenerati da architetti diventati archistar, come le ex Varesine, l’Isola o l’ex Fiera, che però sono diventati inarrivabili per un cittadino non dico povero, ma dal salario medio? Oppure quartieri dove fino a qualche anno fa il proletariato urbano riusciva a convivere con il ricco, fosse pure il pregiatissimo municipio 1, il centro storico.

Dicono: è la gentrificazione, bellezza. Che diventa ancora più brutale in zone periferiche, come quella dove abito: pieno NoLo, periferia che si distende alle spalle di piazzale Loreto, zona che come il Bronx della New York degli anni Settanta o la Belleville della Parigi raccontata da Daniel Pennac ha sì le sue drammatiche criticità di micro-criminalità, disagio sociale, immigrazione, ma che ha ancora un’anima bellissima, vera, di grande città che in quanto grande ospita moltitudini sociali economiche politiche. Per quanto tempo però questa molteplicità resisterà all’assalto della gentrificazione?  In una città governata dal centrosinistra prima con Pisapia e ora con Sala non sono questioni che dovevano essere analizzate meglio, con più autocritica e un filino di trionfalismo in meno? Una domanda anche qui posta non per fare polemica, ma per evitare che davvero #milanononreagisca.

Comunque, c’è anche la Milano dei cittadini e delle cittadine che reagisce. Con diffuse forme di volontariato, ancora più necessarie in tempi di coronavirus. Con la solidarietà. Con un sistema di assistenza sociale pubblica che fra mille difficoltà fa il suo dovere. Con i medici, gli infermieri e tutto il personale del sistema sanitario che fanno lo stesso. E anche con mobilitazioni di senso civico, che usano i social dimostrando come le nuove tecnologie non partoriscano solo mostri, ma anche nuovi e intelligenti modi di essere. Comunità. Cittadini. Opinione pubblica.

E’ il caso, ad esempio, di #FacciamociSentire, l’iniziativa lanciata sul web che invita quotidianamente, all’ora di pranzo, a picchiare con i mestoli sulle stoviglie affacciandosi da terrazzi, balconi e finestre “per dare una sveglia e chiedere risposte alle istituzioni, colpevolmente mute” (come ha scritto il direttore nel suo editoriale, con il quale ha schierato EstremeConseguenze.it al fianco di questi cittadini). Un tipo di mobilitazione assai diffuso in Sudamerica, che lì chiamano “cacerolazo”. E che quindi qui da noi potremmo chiamare un “cacerolazo” alla cassoeula. Un modo sano e giusto per invitare i milanesi a essere “indisciplinati”. A disturbare il manovratore, non per farlo deragliare dai binari, ma per aiutarlo a prendere la direzione giusta.

Poi, certo, bisogna anche onestamente ammettere che c’è un altro tipo di cittadini “indisciplinati”. Eh sì, caro sindaco, che l’altro giorno su Repubblica hai negato recisamente questa spiegazione alla #milanochenonreagisce e al virus che continua a galoppare in città, purtroppo i tuoi/miei concittadini sono alquanto indisciplinati e cercano ogni scusa, ogni stratagemma, per sfuggire alla clausura imposta ormai da un mese e mezzo. E’ brutto e fanno pure incazzare il menefreghismo e la mancanza di senso civico, però i milanesi sono esseri umani come tutti gli altri, mica supersciuri e supersciure. E si comportano come scrisse un secolo e mezzo fa quel genio di Oscar Wilde: resisto a tutto, tranne che alle tentazioni…

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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