Non mi ricordo neppure per cosa lo avevo cercato. Un’intervista, certo. Non è che io e Luis Sepúlveda fossimo amici, anzi non lo conoscevo affatto, nonostante lui avesse fatto finta di sì. La trafila era delle più banali. Un ufficio stampa, un numero di telefono. Allora si dava per telefono, nel senso che non c’era una mail. Lasciavi il numero e poi speravi di essere stato abbastanza convincente.

Ero un adolescente quando lo avevo incontrato in libreria. Lui era un libro e io un ragazzino che entrava nelle librerie e comprava i suoi primi libri. Il Mondo alla fine del mondo fu il mio primo Sepúlveda. Guanda, l’editore, se non ricordo male. Da lì, feci retromarcia, e toccò Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Poi toccò a Un nome da Torero. Poi come succede da ragazzini, come me ne ero innamorato, l’amore passò. Nel senso che non usciva più nulla e, pur comprando ogni libro, non era più un’ “urgenza” leggerlo.

Mi sorprese ritrovarmelo su Il Manifesto. È lì che la sua biografia si snocciolò nelle sue belle analisi puntuali sui fatti, sulla realtà del mondo che cambiava. Scritti figli non della sapienza dei libri, ma dell’esperienza di vita. E che curriculum, Luis Sepúlveda aveva. Comunista che, come i comunisti migliori, era stato sbattuto fuori da ogni organizzazione comunista, quella sovietica e moscovita per prima. Poi Socialista con il presidente Salvador Allende, con il quale aveva condiviso le ultime ore nel Palazzo de la Moneda in quell’11 settembre nel quale Pinochet aveva ucciso, con l’aiuto statunitense, la democrazia cilena. Amnesty International salvò la vita al prigioniero Sepúlveda e lui, più che alla letteratura, la regalò a ogni possibile rivoluzione. Nel 1978 si era arruolato nelle Brigate Internazionali Simon Bolivar che stavano combattendo in Nicaragua. Dal ’82 era sulle barche di Greenpeace.

Quando squillò il telefono e dall’altra parte sentii questa voce che sapeva di Sud America, mi ritrovai ragazzino, in una libreria. Mi incantai e lui credette che la linea fosse caduta. Spiegai e sorrise. “Diamoci del tu, disse”. L’intervista parlava di rivoluzione. Aveva un impegno e si scusò e mi sorprese con “no, mi interessa continuare, quando posso richiamarti?”. E, il grande Luis Sepúlveda richiamò e richiamò ancora. Era tutto registrato e mi chiese il grezzo, che gli mandai. Avevamo incrociato ed evocato gli “amici comuni”, tutti morti e tutti autori di libri che ogni persona di sinistra ha, ma che di solito se ne stanno impolverati sullo scaffale più alto. Mi disse “chiamami quando vuoi” e, ovviamente, non lo feci mai.

Lo ritrovai con la Gabbianella e il Gatto che ero già padre. Il libro ovviamente lo avevo. Lì alla voce Sepúlveda, di fianco a Skarmenta. Lo avevo lì, ma non lo avevo neppure sfogliato. Il film di animazione mi sorprese, commosse e, ad un tempo, rassicurò: nella produzione multimilionaria Nord Americana, lui si era infilato con una storia lieve e profonda, come le storie migliori. E “siamo gatti” fu la colonna sonora di tante giornate e tanti giochi con i miei cuccioli. Come tutti i bambini dimostravano un’incredibile propensione alla ripetizione della visione dello stesso film, un loop fisicamente insostenibile per un adulto. Tante volte i miei figli si guadagnarono la “Gabbianella e il Gatto”, da soli, loro e il “cartone”. Al compagno e amico Sepúlveda li potevo affidare. Tranquillo.

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

ARTICOLO PRECEDENTE

QUEL GRAN MACHO DI COVID19

PROSSIMO ARTICOLO

ASPETTANDO IL PROSSIMO

Commenta con Facebook