Abbiamo da poco “seppellito” Luis Sepúlveda, il compagno e il maestro. Un funerale di carta, come tutti questi funerali da coronavirus. Parole, parole, parole. Forse gli sarebbe piaciuto andasse così, lui che di parole alla fine viveva. Forse è a noi che manca il rito. L’idiozia delle librerie aperte in queste ore avrebbe avuto un perché. Lì tra scaffali a perdersi nei suoi libri in tutte le lingue del mondo.

Quanti funerali di inchiostro abbiamo già celebrato. 22.170 verrebbe da dire, mettendo in fila tutti i decessi ufficiali per e di covid 19. Poi in realtà sappiamo essere molti, molti di più. Al di là di quante persone siano già morte di coronavirus, sono migliaia e migliaia i funerali senza funerale. Qualsiasi rito abbiate in mente, non c’è stato. Nessun lutto elaborato. Solo una notizia di morte.

I social masticano lutti. Se gli amici sono tanti si creano quegli accostamenti assurdi che vanno dalla freddura su covid e la Pasqua ai necrologi, alla polemica politica di turno. Beppe Sala che da Palazzo Marino, giustamente, chiedeva conto ad Attilio Fontana della sua ennesima giravolta tra il chiudere tutto e il tutto aprire, la domanda del sindaco di Milano, dicevamo, facebook ce l’ha proposta tra il lutto per Sepúlveda e il ricordo di un suocero appena scomparso.

Bizzarrie da social che, governati da misteriosi algoritmi, sputano post in continuazione e creano una narrazione isterica che però, in un modo del tutto inedito, crea un blob tra serio e faceto, tra presente, passato e trapassato. La rete, si è sempre detto, non dimentica e, ora, in quel flusso chiamato time line mischia, frulla e sbatte in faccia realtà di tempi disomogenei. Quindi Attilio Fontana, sfortuna sua, si trova in tutte le sue versioni una sull’altra, che si finisce per pensare di non capire nulla e, invece, tutto si capisce, perché il Presidente della Regione Lombardia è veramente riuscito a dire tutto e il contrario di tutto da che questa emergenza è cominciata. Saremo noi ideologici, ma coerente al suo cognome, l’Attilio, pare un fiume incontrollato e incontrallabile di parole in libertà.

Se però hai tanti “amici” di tifoserie politiche diverse, accade che non solo Fontana, ma anche gli altri protagonisti politici ti vengono proposti in tutte le mise possibili. Luca Zaia che recita un inesistente Eracleonte da Gela. Giuseppe Conte che parla di lockdown mai avvenuti e potremmo andare avanti fino alle brutte dichiarazioni di Giulio Gallera sulle RSA, ma anche a tutti quei richiami ai media a non creare allarmismo. Ventimila morti fa. È che non fa ridere. Ma proprio per nulla. Questa incapacità diffusa, questo parlare, postare, dichiarare a vanvera, crea solo fatalismo, smarrimento, paura.

Perché se sei di Milano, dove i forni crematori non riescono a smaltire le salme, e ti compaiono dichiarazioni sulla Fase2 e sulla Fase3, ti vien solo da imprecare, da chiedere: “ma cosa state dicendo?”. L’Italia non è Milano, lo sappiamo, ma dire riapriamo tutto qui è una bestemmia. Perché riaprire così ti spalanca solo un ventaglio più ampio di possibilità sul chi sarà il prossimo.

Le ambulanze sotto la Madonnina non hanno spento le loro sirene o forse le hanno dovute riaccendere perché c’è evidentemente traffico con tutte le aziende aperte in deroga alle regole a maglie amplissime del lockdown nazionale, quindi accade che, se è il momento sbagliato, ne passano troppe per permetterti di finire un pensiero.

La metropoli non ha il vantaggio del paesotto che se la sirena va di là sta andando in quella casa, viceversa in quell’altra. Nella grande città quella sirena può suonare davvero per chiunque.

È così finisce che ti viene in mente quel passaggio di quel sermone del pastore luterano antinazista Martin Niemöller, passaggio reso noto da Bertold Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

Sappiamo che apparentemente non c’entra nulla, era uno scritto contro Hitler e non contro un virus. Ma se avete la pazienza di cambiare un po’ di parole e metterci “vecchi” al posto di “zingari”, “medici” invece che “ebrei”, “carabinieri” al posto di “omosessuali”, “cardiopatici” al posto di “comunisti”, alla fine restate con in mano quella frase definitiva: “un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno per protestare”.

Quello che manca in queste bellissime parole è che quando la sirena passa, dopo che hai pensato che non va in nessun luogo che conosci, poi inesorabilmente finisce che tiri il fiato perché non è da te che sta arrivando. E poi, poi te ne vergogni.

Si parla tanto dell’Italia che verrà, al nostro essere migliori e non ci si ferma mai a pensare come questo covid19 ci abbia accorciato la vita. Abbiamo scoperto la morte prematura a quelle stime che hanno portato la pensione a settant’anni, prematura a quei mutui a quarant’anni, prematura a quella vita sempre rimandata negli impegni di figli e famiglia portati sempre più in là, che tanto la vita è lunga. L’Italia che verrà sarà meno longeva di quella che è stata e già solo questo, giusto o sbagliato che sia, dovrebbe farci fermare a pensare almeno il tempo di un post.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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