Uomo, di mezza età, del Nordovest, angosciato per lo stravolgimento dei propri equilibri, sia sociali che interiori. E’ il ritratto più ricorrente tra le migliaia di persone, circa 6400, che si sono rivolte dall’inizio di aprile allo 02 2327 2327 di Telefono Amico Italia. Monica Petra, 20 anni di volontariato alle postazioni, ne è divenuta la presidentessa nel novembre del 2017.

Qual è stato l’andamento delle richieste di aiuto dall’inizio dell’emergenza?
C’è stata un’impennata da metà marzo, arrivando a 400 chiamate al giorno in questo ultimo periodo.

Come spiega questo fenomeno? Non era più logico aspettarsi il contrario?
Cosa fosse logico aspettarsi non è possibile dirlo. Quello che emerge è che i primi tempi dell’epidemia sono stati vissuti come un’esperienza di gruppo: gli italiani si sono sentiti tutti nella stessa barca e hanno dedicato molto tempo alla socializzazione, sia durante le uscite consentite sia tramite i social e il telefono.

Cosa è cambiato con il passare delle settimane?
Inevitabilmente ognuno si è trovato a fare i conti con le proprie difficoltà personali. La situazione era uguale per tutti, come regole, ma le persone l’hanno vissuta soggettivamente. E debolezze e fragilità hanno cominciato a venire a galla.

Chi si sta rivolgendo al Telefono Amico?
La fascia di gran lunga maggioritaria è quella dai 36 ai 65 anni, con una grossa accentuazione sugli uomini tra i 46 e i 56, in particolare dal Nordovest. Si rivolgono a noi anche gli under 35 e i giovanissimi ma scelgono whatsapp o la mail.

Quali sono i problemi più comuni?
C’è molta differenza per fascia di età e localizzazione. Ad esempio, le chiamate dal Nord stanno cominciando ad evidenziare la tematica del lutto, che è inesistente al Sud. Nelle regioni meno colpite i disagi sono di carattere più generale, legati all’angoscia e all’ansia; la mancanza della passeggiata viene vissuta come una privazione. Dalle zone con un altro numero di vittime e di ammalati le richieste di supporto psicologico sono legate al contingente. Ad esempio, l’impossibiità di avere un commiato dai propri cari e non aver potuto nemmeno fare un dignitoso funerale ha intaccato dei valori che sono profondi, ancestrali.

E guardando invece le fascie di età?
I più giovani si sentono particolarmente colpiti nella socialità, che in quella fase della vita ha un valore primario. Man mano che l’età aumenta, le preoccupazioni si legano alle prospettive, soprattutto economiche, ma quello non è il nostro target di utenti. Le persone più anziane sono quelle che sono in maggiore sofferenza perché per moltissimi di loro è difficile riuscire ad avere assistenza e beni di prima necessità, come medicine e cibo.

Secondo il suo punto di vista, a che grado di allerta sociale siamo?
Dipende tantissimo dal contesto in cui la pandemia si è andata a inserire. Chi era già in una situazione di fragilità importante, seguito dai servizi sociali, da due mesi si trova senza punti di riferimento. In queste situazioni il livello di allerta è altissimo. In generale sta salendo la preoccupazione, l’ansia legata alla mancanza di comunicazione, la paura di potenziali situazioni di pericolo. Quello che invece mi sembra non in crescita sono il numero di persone che stanno pensando al suicidio.

Come si svolge una telefonata tipo?
Noi diamo due cose, ascolto e supporto verso l’auto-aiuto. Uno dei problemi principali è la mancanza di qualcuno che ci ascolta, con il quale possiamo mettere noi stessi al centro del discorso. Con il lockdown questo tema si è ulteriormente aggravato. Nella prima parte della telefonata noi ascoltiamo chi ci ha chiamato. Poi, nella seconda parte, cerchiamo di evidenziare le risorse per uscire dal problema, risrse che richiedono lo sforzo di essere attivate. Diciamo che cerchiamo di trovare il nome al problema per poi trovare la soluzione. E’ un percorso attivo.

Lei in 20 anni ha risposto a milioni di voci anonime che le hanno aperto i propri spazi più reconditi: cosa le rimane?
Ho imparato a sentirmi parte della complessità e della delicatezza dell’esistenza. Bisogna superare nodi, attriti, resistenze, durezze, ma sono parte inevitabile del percorso per uscire dal proprio problema.

E chi aiuta voi? 
I volontari di Telefono Amico seguono un training continuo, con appuntamenti mensili, e li stiamo portando avanti anche in un momento come questo. Anzi, soprattutto in un momento come questo.

Un consiglio per i lettori di EC.
Che utilizzino questo periodo di bassa, se non nulla, socialità per prendersi cura di sé stessi. Mi spiego meglio: ascoltiamoci per poterci raccontare all’altro e per poter ascoltare l’altro. Credo che sia uno strumento fondamentale per affrontare il presente e soprattutto ciò che sarà.

 

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Collaboratore

Vittorio Felletti, piacentino, appena finito il liceo si trasferisce a New York, dove si mantiene facendo i lavori più disparati, dal smm per un ristorante italiano al modello. Inizia anche la sua attività di blogger, che lo porta ad alcune collaborazioni con testate on line americane. Tornato in Italia di recente per motivi famigliari, ha iniziato la collaborazione con EC

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