Quello che a noi fa rabbia, ma tanta rabbia, è che al Pio Albergo Trivulzio dovevano proteggere tutti i pazienti, che avevano diritto sacrosanto di essere curati al meglio. Il covid-19 potevano prenderlo ovunque, ma la struttura a cui li abbiamo affidati avrebbe dovuto tutelarli”. Non si da pace Maria Sicilia, che si è rivolta a Daniele Viola del portale che tutela i malati Risarcimentosalute.it. La sua mamma, Dina Guretta, ha 80 anni, dal 27 febbraio era ricoverata al Pat per fare la riabilitazione dopo un’operazione complicata al femore, ultima stazione di una via crucis di interventi che si sono susseguiti negli ultimi tre anni. Per questo le figlie hanno deciso di farle trascorrere la convalescenza alla Baggina. Una decisione che adesso non le lascia dormire e le riempie di dolore. Entrata il 27 di febbraio, la madre ha vissuto l’incubo che molti altri pazienti del Trivulzio hanno sperimentato sulla loro pelle in queste settimane. Anche lei si è ammalata, è stata curata per circa un mese con antibiotici e ossigeno, e solo il 10 aprile è stata portata in gravi condizioni in pronto soccorso dove, dopo aver fatto il tampone, ha scoperto di avere il coronavirus. Al Trivulzio, però, per giorni i medici avevano detto ai familiari prima che si trattava solo di “una lieve bronchite” e poi di “una polmonite batterica”, curabile con antibiotici e ossigeno. La realtà era ben diversa: febbre alta, difficoltà respiratorie acute e una polmonite bilaterale in fase già avanzata. In breve, poche speranze di farcela. “E’ una grande lottatrice – dice Maria con la voce incrinata dalla commozione – e ne ha passate tante, speriamo che anche questa volta vada bene”.

Quando sua mamma era alla Baggina, nella struttura si è scatenato il panico. E chi ha cercato di tutelare i pazienti, è stato allontanato. La signora Guretta era “al reparto Ronzoni, dove lavorava il dottor Luigi Bergamaschini, il geriatra che è stato sospeso perché indossava la mascherina” anche quando la direzione non voleva. Un dei primi episodi di covid-19 è stata proprio la compagna di stanza della signora, che è stata male e  ad un certo punto ed “è stata portata via e di lei non abbiamo avuto notizie”. Ai familiari degli altri pazienti, però, è stato detto di “non preoccuparsi”. “All’inizio erano state prese tutte le precauzioni e la stanza di mia mamma è stata in isolamento – racconta Maria – e il personale indossava guanti mascherine”. Poi “il giorno successivo è tornato tutto normale e la caposala ha tirato via in maniera brusca i cartelli che avvisavano del contagio e i raccoglitori per depositare guanti e mascherine usati. Noi siamo potuti andare a prendere la biancheria di mamma, che abbiamo lavato a casa senza troppe precauzioni. Ci è stato detto di non preoccuparsi, che è tutto tranquillo”. Anche la seconda compagna di stanza della signora Guretta, ricoverata per una semplice riabilitazione alla schiena, però, dopo pochi giorni dal ricovero non si è sentita bene. In pochi giorni, la signora non si muoveva più, non mangiava più e non si alzava più dal letto.

Nonostante tutto, il personale ha lavorato senza guanti e mascherine almeno fino a 7 marzo, l’ultimo giorno che Maria e la sorella sono riuscite ad andare a trovare la madre. Poi il Pio Albergo Trivulzio è stato chiuso ai familiari e finalmente trai dipendenti hanno iniziato a spuntare i Dpi. “Gli infermieri li avevano, mentre chi portava da mangiare non ancora aveva nulla, era il caos”. Anche le notizie dal reparto si sono fatte poco chiare. La dottoressa che seguiva la signora Sicilia chiamava le figlie “ogni quattro o cinque giorni e ad un certo punto ha avvisato che anche la mamma aveva un inizio di polmonite batterica, curata con cortisone e antibiotico”. La signora, però, raccontava alle figlie che in realtà “prendeva un sacco di medicinali” e che la sera e la notte vedeva che nei corridoi “venivano portati via un sacco di pazienti morti”. Si era molto spaventata e c’è chi, tra lo staff della Baggina, ha chiamato Maria per chiedere di tranquillizzarla. “Nella stanza di fronte alla mamma – racconta ancora Maria – c’erano ricoverare tre signore poi sono state mandate via e a struttura chiusa hanno ricoverato tre uomini, di cui due sono morti”.

Con l’inizio delle indagini sul Trivulzio, se è possibile, le informazioni da reparto si sono fatte ancora più scarse. Solo il 9 aprile la dottoressa ha detto alle figlie della signora Sicilia che il giorno dopo l’avrebbe mandata in pronto soccorso perché “aveva gli esami sballati e non respirava bene”. “La cosa strana – ricorda Maria – è che in quel momento mi abbia anche detto che si dissociava dalle indicazioni della Direzione e che ci teneva alla salute di mia mamma”. Parole sospette certo, ma in quel momento non lasciano un segno profondo. Troppa è la preoccupazione per la sorte della madre. Quando arriva al Policlinico, infatti, la signora è già “molto grave” e viene ricoverata in un reparto semi intensivo. E adesso sta lottando.

Ancora “prigioniera” del reparto Fornari del Trivulzio, dov’è ricoverata da due anni, è invece Marisa De Marzi, 76 anni, mamma di Alessandro Azzoni. É stata “abbandonata in un letto, senza cure, abulica, disidratata e, immagino, positiva al virus, anche se non le hanno fatto il tampone”, ha raccontato il figlio in questi giorni. Lui ha dovuto lottare perché le venisse “messa almeno una flebo” e non fosse “legata al letto” per evitare che, dopo che si era ammalata, si alzasse e diffondesse il contagio, come invece gli aveva chiesto il personale sanitario. Preoccupatissimo per una situazione che, nonostante le indagini in corso, sta andando avanti anche in queste ore Azzoni, assistito dall’avvocato Luigi Santangelo, ha deciso di presentare un esposto in procura “per informare i magistrati sulla situazione che è attualmente in corso all’interno del Pat e per dare una mano, se è possibile e utile, agli inquirenti che si stanno già muovendo per fare luce sulla vicenda”, spiega il legale. Azzoni con una ventina di altri familiari dei pazienti ha anche costituito il ‘Comitato giustizia e verità per le vittime del Trivulzio’. Insieme a lui c’è anche Gianfranco Privitera, ingegnere, ex dirigente pubblico che ha lanciato una petizione su change.org chiedendo tamponi e cure per gli ospiti del Trivulzio e ha raccolto 50 mila adesioni. Non appena il comitato è approdato su Facebook, le storie di malasanità e ingiustizia sono diventate centinaia. E centinaia sono i “condannati a morte” dentro al Pat, dove sono già mancate tante persone. “L’auspicio è che i familiari di questi pazienti possano anche aiutare la procura nelle indagini e quindi facciano dichiarazioni che aiuti gli inquirenti a fare luce su quello che è accaduti ai loro cari”, aggiunge l’avvocato Santangelo. Alle loro voci, si sono aggiunte anche quelle dei medici, degli infermieri e degli operatori sanitari che in una lettera hanno denunciato la grave sottovalutazione dell’emergenza. “La triste e sofferta verità – è il passaggio chiave della missiva – è che, a fronte della diffusione del virus all’interno del Pat, siamo stati lasciati completamente soli, senza direttive che prevedessero protocolli aziendali diagnostico-terapeutici, univoche direttive sul trattamento dell’epidemia e delle norme di isolamento, senza la possibilità di fare tamponi, senza dispositivi di protezione fino al 23 marzo”. Chiunque volesse segnalare una situazione sospetta può scrivere dalla Guardia di Finanza all’indirizzo MI0550009@gdf.it, allegando anche una semplice registrazione audio e video. Ci penseranno poi gli investigatori a trascriverlo e a inserirlo nei fascicoli dell’inchiesta.

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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