La data cerchiata in rosso sulle agende delle cancellerie europee (e anche di Stati uniti, Cina e Russia, spettatori esterni, ma tanto interessati) è giovedì, 23 aprile. E’ il giorno dell’Eurogruppo, che dovrà finalmente decidere se e quali risorse mettere in campo per combattere la strage economica provocata dal coronavirus. E’ il d-day dell’Europa: o si fa unione davvero oppure muore.

Sul tavolo, come in una partita a poker, sono rimasti due giocatori: il fronte del sud guidato da Francia Italia e Spagna (con altri undici paesi dell’Unione) e il fronte del nord con in testa Germania e Olanda (più Austria, Finlandia Svezia e Danimarca). Cicale spendaccione contro formiche austere e risparmiatrici, secondo una metafora molto semplificatrice e sulla quale tornerò più avanti, anche per confutarla almeno in parte.

La posta in palio

Sul tavolo dell’Eurogruppo diversi e tecnicamente complessi sono gli strumenti al vaglio. In questi giorni decisivi che portano al redde rationem di giovedì gli sherpa (i tecnici e i consiglieri di ministri e capi di stato o di governo) sono al lavoro per rendere accettabile un compromesso che possa mettere d’accordo i 27 litigiosi – e divisi politicamente, ma oserei dire pure “eticamente” – membri dell’Unione europea. E’ una sfilata terrificante di acronimi e di neologismi: Meccanismo europeo di stabilità (Mes), Banca europea di investimenti (Bei), Banca centrale europea (Bce), Sure (una sorta di cassa integrazione comunitaria per combattere la devastante disoccupazione che il coronavirus sta provocando), Recovery fund, eurobond. Ma quello che è davvero sul tavolo è un concetto molto più politico e sostanzioso: è l’idea stessa di cosa debba essere l’Unione europea. Ed è su questa idea che si gioca la partita davvero decisiva.

Solidarietà versus rigore

Con la sua indubbia competenza lo dice chiaro e tondo Joseph Stiglitz, economista e già premio Nobel nel 2001 (josephstiglitz.com). La molla sono i soldi, i sempiterni soldi. Al di là di motivazioni politiche o ideali, che hanno dimostrato di avere ben poco appeal per le attuali classi dirigenti continentali, c’è una molla molto più concreta che dovrebbe convincere i 27 membri che è nel loro singolo interesse trovare un compromesso davvero accettabile per tutti: “Diffondendosi da un paese all’altro, il covid-19 non ha badato alle frontiere nazionali né a nessun grande muro costruito lungo il confine. Né tantomeno è stato possibile contenerne le ricadute economiche. Com’è stato chiaro fin dall’inizio, la pandemia è un problema globale che richiede una soluzione globale. Nelle economie avanzate, la compassione dovrebbe bastare a giustificare una risposta multilaterale. Ma un intervento globale è anche una questione d’interesse egoistico. Finché il nuovo coronavirus imperverserà nel mondo, sarà una minaccia per tutti”.

Formiche & cicale

E qui vale la pena tornare sullo scontro fra le cicale del sud Europa e le formiche del nord. E’ certamente vero che i virtuosi bilanci di questi ultimi fanno a pugni con i disavanzi di molti degli Stati dell’alleanza guidata dalla Francia di Macron. Su tutti, lo spaventoso debito pubblico lordo italiano, arrivato alla mostruosa percentuale del 135% del pil (secondo i parametri stabiliti dal trattato di Maastricht non dovrebbe mai essere superiore al 60%…). Ma sono davvero così virtuosi i bilanci delle “formiche”? Prendiamo giusto i due paesi leader dello schieramento: Olanda e Germania. La prima da anni pratica uno scandaloso “dumping” fiscale, che ne ha fatto una sorta di paradiso fiscale all’interno dei confini dell’euro. “Analisi parziali e incomplete – scrive Massimo Riva su Repubblica – già stimano in non meno di dieci miliardi il gettito annuo sottratto dai Paesi Bassi al fisco degli altri soci dell’euro e questo solo per quanto riguarda le imposte delle multinazionali americane”. La Germania invece ha “un patto occulto che la lega ad alcuni Paesi del nord e dell’est, una sorta di omertosa alleanza a reciproca protezione di abusi incompatibili con le regole dell’Unione”. Da qui, sottolinea Riva, la difficoltà di sanzionare le derive autoritarie dell’Ungheria di Orban, perché “il vasto complesso industriale tedesco in terra magiara lucra su bassi salari e tasse minime”. Insomma, chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Se no, meglio evitare ipocrite lezioni di moralità economico-finanziaria e lavorare per trovare la ricetta giusta per rilanciare la Ue.

La ricetta di Stiglitz

A proposito di ricette, utile è tornare a Joseph Stiglitz. “Molti paesi non possono far fronte ai propri debiti: in assenza di una sospensione globale del rimborso del debito, il rischio è quello di una serie di insolvenze a catena. In molte economie in via di sviluppo ed emergenti, la scelta dei governi è tra pagare i creditori stranieri o lasciar morire i cittadini. Quindi la vera scelta per la comunità internazionale è tra una sospensione ordinata e una sospensione disordinata. Quest’ultima, inevitabilmente, si tradurrebbe in turbolenze per l’economia globale”.

“Sarebbe ancora meglio – continua il premio Nobel – se avessimo un meccanismo istituzionalizzato per la ristrutturazione del debito pubblico. Forse è tardi per creare subito un sistema di questo tipo. Ma ci saranno altre crisi, quindi la ristrutturazione del debito dovrà essere una priorità quando ci sarà la resa dei conti dopo la pandemia. John Donne disse: “Nessun uomo è un’isola”. Lo stesso vale per qualsiasi paese, come la crisi del covid-19 ha dimostrato. Se solo la comunità internazionale tirasse la testa fuori dalla sabbia”.

“Per capire perché è così importante, prendiamo il caso dell’economia americana. A marzo il dipartimento statunitense per l’edilizia abitativa e lo sviluppo urbano ha annunciato che per sessanta giorni non ci sarebbero stati pignoramenti sui mutui assicurati a livello federale. La misura fa parte di una “sospensione” generalizzata dell’economia statunitense. I lavoratori stanno a casa, i ristoranti sono chiusi e le compagnie aeree sono ferme. Perché i creditori dovrebbero continuare ad accumulare rendite? Se i creditori non fanno la loro parte, molti debitori emergeranno dalla crisi con una quantità di debiti che non saranno in grado di ripagare”, chiude l’economista della Columbia university.

Stiglitz parla di economie emergenti, ma mettete Unione europea, fronte del nord e fronte del sud al posto di mondo, paesi ricchi e paesi emergenti, e l’equazione è valida anche per la nostra Europa. E se lo dice un premio Nobel per l’economia è probabilmente un poco più valida.

 

Qui il pezzo precedente sulla “battaglia” per l’Europa: “Tulipani sfioriti: dall’Olanda libertaria anni Settanta a quella sciovinista di oggi

Qui invece quello sull’Ungheria di Orban: “Democrazia sospesa? No grazie

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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