Venerdì 17 aprile dell’anno bisestile 2020, Terna Rete Italia, cioè i tralicci dell’alta tensione, ha reso noti i dati dei consumi di energia elettrica del mese precedente. Con certezza, quindi, possiamo ora dire che nel mese di marzo appena passato, ovvero in quello dell’inizio del lockdown, il “contatore nazionale” ha segnato un -10% rispetto al medesimo periodo dell’anno 2019. Siccome amiamo approfondire, possiamo anche aggiungere che il fabbisogno è crollato nella settimana tra il 23 il 29 marzo 2020, segnando il record di -24% rispetto allo stesso mese del 2019.

Per quanto atteso, il dato, termometro del calo di produzione dovuto alla “chiusura totale”, è impressionante, non esiste una flessione così significativa nella storia recente del nostro Paese. Sorprendente però è anche che questo crollo non sia avvenuto nella settimana tra il 9 e il 15 marzo, ovvero quando, per decreto del Governo, tutte le attività non essenziali avrebbero dovuto chiudere i battenti. I numeri infatti dicono che la prima settimana di lockdown ha registrato un calo di energia elettrica consumata in tutta la Penisola di “solo” -5.5%. Poi è stato un crescendo del calo, nel senso che nei sette giorni successivi, la bolletta nazionale ha segnato un -15,6%. Come dire: l’Italia si è fermata, lentamente. Lentamente come una di quelle locomotive che si bloccano sui binari, il nostro Paese ha “pattinato” per un po’ prima di quel – 24%.

Tra un mesetto avremo i dati di aprile 2020 e lì capiremo se la motrice Italia ha poi sbuffato fermandosi in qualche piccola stazione intermedia di campagna o viceversa, tolto il freno, ha ripreso la via della produzione nazionale verso il pieno regime. Fatto sta che, sicuramente, non ha “inchiodato”. Non sappiamo come sia possibile, ma prendendo per buoni i dpcm e le conferenze stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, avevamo capito che l’Italia si era fermata, lockdown, “blocco totale”. Non che ci aveva messo due settimane a segnare – 24%.

A dire il vero non dobbiamo essere stati gli unici ad averla capita così. Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, solo qualche giorno fa ha detto, sintetizziamo: “ma quale lockdown, qui è tutto aperto?”. Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, è stato un po’ più altalenante. Prima ha detto che tutto doveva restare chiuso, poi, guardandosi intorno e accorgendosi che di chiuso non c’era poi molto, armato di quattro D (Distanza, Dispositivi, Digitalizzazione e Diagnosi), ha chiesto che tutto fosse aperto, o meglio, rimanesse aperto. Ma i due, si sa, sono di destra e quindi capace che, con la complicità dell’Istat che dice che il 55% delle imprese italiane non ha chiuso alcunché, tutto si inventino per attaccare politicamente l’ex alleato, “l’avvocato del popolo” Conte.

Al coro, però, si è aggiunto poche ore fa il presidente della Regione Toscana, il “comunista” Enrico Rossi che ha denunciato: “Decidere quando riaprire le imprese spetta al governo che dice che non è ora. Benissimo. Ma c’è una grande contraddizione con il fatto che, con una semplice comunicazione alle prefetture, stanno riaprendo centinaia di migliaia di aziende senza protocolli per la sicurezza, che solo in pochi casi sono stati elaborati. Non è corretto dire in un modo e poi lasciare che avvenga in un altro”.

Mentre se ne danno di santa ragione via comunicati stampa, facebook e twitter sulla mancata “accensione” della Fase2, nella realtà dei fatti il Governo guidato da Giuseppe Conte ha lasciato alle imprese, e a chi ne rappresenta gli interessi, una voragine al lockdown: per decreto, infatti, con “una semplice comunicazione alle prefetture” possono non chiudere i cancelli e pretendere le maestranze al lavoro. Enrico Rossi, come già aveva fatto Zaia, aggiunge poi un altro pezzo non secondario: la riapertura o mancata chiusura è fatta mettendo le lavoratrici e i lavoratori nelle condizioni di prendersi il covid-19. Questo vuol dire quel “migliaia di aziende senza protocolli per la sicurezza”. O meglio vuol dire che le imprese riaprono, ma non ci sono mascherine, guanti, metro di distanza e gel disinfettante, quindi donne e uomini con fame di lavoro e necessità di stipendio, si contagiano e, se sfortunati, si ammalano e, se sfortunatissimi, muoiono.

Oltre al consumo energetico in calo, c’è infatti un più macabro dato che si può usare come parametro del mancato rispetto delle norme anti-contagio ed è quello del “bollettino delle 18 della Protezione Civile”: l’ultimo, alla voce “deceduti”, segna 23.660. Che sarebbero le persone uccise dal covid-19 o dall’andare al lavoro.

Il governo ha lasciato una breccia, che poi è una voragine, al lockdown, ma sarebbe ingiusto non notare che, da nord a sud, da est a ovest, stando a quanto affermato dai presidenti di regione, sono migliaia e migliaia le aziende che hanno mandato la “comunicazione” alle prefetture. La “comunicazione” funziona con il silenzio-assenso: cioè, se l’imprenditore chiede di restare aperto o di riaprire, lo può fare fintantoché il rappresentante territoriale del Governo non gli dice: “no, stai chiuso”.

È evidente che le prefetture non hanno mai avuto, ne hanno, gli strumenti per gestire migliaia di domande in poche ore e, quindi, per farla tutti franca, c’è solo un modo molto semplice: si mandano tutte insieme e contemporaneamente le domande di deroga, facendole diventare così tante che il sistema si ingolfa. Che è un po’ quel che è accaduto. Se state pensando che per fa sì che un disegno eversivo del genere funzioni, abbia bisogno di un coordinamento nazionale, per esempio di Confindustria, vi risponderemo che siete i soliti complottisti. Concorderemmo però sull’evidenza che questa azione ha i caratteri dell’eversione, dove eversione vuol dire sovvertire l’ordine costituito, le garanzie costituzionali di vita delle lavoratrici e dei lavoratori, delle cittadine e dei cittadini italiani.

L’articolo 32 della nostra Costituzione dice che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”: a questo giro, purtroppo non è andata affatto così. Non lo è andata per chi si è recato al lavoro senza dispositivi di protezione individuale e rispetto dei protocolli di tutela dal covid-19; per chi, a quel punto infettato, da quel luogo di lavoro è tornato a casa e ha infettato o è andato al supermercato e ha infettato o si è recato chissà dove e ha involontariamente, magari asintomatico, infettato, trasmesso il virus.

Illazioni direte voi, il -24% di fine marzo 2020 dimostra che l’Italia si è fermata, piano, ma si è fermata. Terna, sempre quella dei tralicci elettrici, nel suo report, dà un altro dato, molto interessante, ed è quello dei consumi della zona che è chiamata “area Milano”, ma che, alla fine, ricomprende l’intera Lombardia. La regione con il PIL più alto d’Italia, la più popolosa, la più densamente popolata, nel terzo mese del 2020 si è “mangiata” 4,9 miliardi di kwh. Possiamo quindi dire che la regione regina italiana delle infezioni e delle morti da covid-19, si è quindi fermata? Vi risponderemo con una considerazione e un dato. La considerazione è che Milano e la Lombardia si fermano solo una settimana all’anno, quella di ferragosto. Purtroppo il dato dei consumi in quei sette giorni di “lockdown estivo” non sono disponibili. Ci sono però quelli dell’intero agosto. Prendendo in considerazione quello del 2017, anno nel quale non ci furono blackout per il caldo e i condizionatori d’aria tutti accesi, il consumo fu di 4,3 miliardi di kwh. Più di mezzo miliardo di kwh di differenza, la differenza che c’è tra un “blocco totale” e un contagio senza soluzione di continuità o, se preferite, di 12.213 lombarde e lombardi deceduti ufficialmente per coronavirus.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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