Ci pensate mai alle 24.114 persone che sono decedute, sicuramente malate di coronavirus? Sarà che noi le abbiamo viste diventare da una a due, quindi superare la decina. Poi via così, cifre con sempre più zeri e oggi eccoci sopra quota 24 mila. Sembra tanto tempo, ma oggi sono due mesi esatti. 21 febbraio 2020, il caso del presunto infettato numero uno, Mattia, oggi, 21 aprile, 24.114 donne e uomini non ci sono più.

 

All’inizio, non senza ingenuità, avremmo voluto serbarne i nomi. Volevamo ospitarli tutti sul nostro portale, foto e necrologio, foto e necrologio, foto e necrologio. Oggi ci vorrebbe una redazione con più giornalisti di quanti ne abbiamo mai sognati di avere per compilare la lunghissima lista di vittime, per costruire il cimitero virtuale di covid-19.

 

Anche l’idea che i numeri fossero scritti in lettera, anziché in numero, perché sfuggissero meno velocemente, perché durassero il tempo immaginato per dire un nome e cognome, è stata superata dall’enormità della cifra. Ventiquattromilacentoquattordici. I secondi che si impiega a leggerli tutti questi numeri, equivalgono adesso a quelli necessari per dire il nome, il cognome e anche l’indirizzo di residenza. Incredibile.

 

Ormai ci siamo arresi alla brevità del numero arabo, cinque numeri e la memoria delle vittime è assolta. Il prossimo passaggio, già in atto tra un annuncio di Fase2 e uno sproloquio sul MES, sarà la rimozione. Serve per andare avanti, sembra. “Si pensi ai vivi e non ai morti”. Allegria.

 

Ma chi sono queste migliaia di persone? Che faccia avevano? Che storia? A chi si affidavano? A chi credevano? Che rapporto avevano con la scienza? Che rapporto con la politica? Chi avevano votato? Chissà?

 

Considerando che metà delle vittime è lombardo e ricordando con che percentuali ha vinto la corsa a Presidente della Regione Lombardia, molti probabilmente avevano dato la loro preferenza ad Attilio Fontana, quello che, volente o nolente, avrà, insieme a Giulio Gallera, il suo nome indissolubilmente legato alla strage delle RSA. Chissà se oggi, con il senno del poi, lo rivoterebbero?

 

E i milanesi, quella parte dei 24.114 che aveva la residenza a Milano e la cui salma magari è ora in attesa all’ingolfato forno crematorio del cimitero di Lambrate, chissà quanti di loro avevano votato per Beppe Sala e chissà quanti tra loro lo rifarebbero? #milanononsiferma, 27 febbraio 2020. Quanto sembrano assurdi quegli aperitivi per Milano. Niente bancone, solo tavolino. I bar, quanti di quei bar non riapriranno perché il gestore non c’è più? Chissà?

 

Ma Beppe Sala è solo quello della città più grossa, perché erano in 500 sindaci a Palazzo Lombardia a chiedere, il 23 febbraio 2020, deroghe per poter sfuggire ai blocchi regionali anticontagio firmati solo 72 ore prima dal Ministro Speranza e dal Presidente Fontana. E quanto sembrano assurde le deroghe che chiedevano per poter tenere aperti teatri e cinema, la Regione Emilia Romagna, e le terme, la Regione Veneto. Che fortuna che non siano state loro concesse, pensate quanti morti in più ci sarebbero stati.

 

E chissà quanta gente si sarebbe salvata se fosse rimasta in vigore quella circolare del Ministero della Salute che imponeva il tampone naso-faringeo, per la ricerca di covid-19, nel caso di polmonite? È rimasto in vigore 5 giorni. Poi il dicastero di Speranza cambiò idea, “tamponi solo per chi è stato o ha avuto contatti indiretti con la Cina”. Disubbidirono a questa circolare per fare il tampone due mesi fa a Mattia, il paziente uno. Incredibile, no?

 

Chissà Mattia per chi aveva votato e per chi voterà alla prossima tornata elettorale. Per Matteo Salvini, le sue madonne, rosari e infinite giravolte sul chiudere tutto e riaprire tutto? Per il PD? Il Partito Democratico il cui segretario il 27 febbraio prendeva aperitivi sui navigli a favore di telecamera e, purtroppo per lui, di coronavirus? Per il suo Movimento Cinquestelle? Il partito con una componente #novax che ha la grande responsabilità del sostegno a Giuseppe Conte e al suo tentennare?

 

Giuseppe Conte, ormai le cronache, da chiunque firmate, raccontano unanimamente della sua strenua resistenza a Roberto Speranza che chiedeva di chiudere tutto. E l’avvocato del popolo diceva di no. Ora, la versione che trapela da Palazzo Chigi è che “la strategia della gradualità si basava sulla convinzione che solo un sentimento profondo di paura diffusa poteva rendere tollerabile una forma così severa di reclusione sociale”.

 

Chissà quanti dei 24.114 deceduti gioiva per questo secondo governo Conte e chissà se prima di morire han poi cambiato idea? Forse no, perché non avevano fatto in tempo a sapere quello che è stato negato e poi, dopo aver sparso a piene mani accuse di fakenews, ammesso piano piano. Abbastanza piano perché alla verità della cronaca di quello che è avvenuto, si sovrapponesse l’entusiasmo per una Fase2, sempre più minacciata.

 

Scriviamo minacciata, perché riaprire ha solo un valore economico, è la vittoria della borsa sulla vita, non è così diverso dai bar e dai ristoranti aperti, che si chiedevano e ottenevano in deroga alle ordinanze restrittive e anticontagio. In deroga al buon senso, ma purtroppo non alla morte. Chissà se fra un mese, un mese esatto, non ci guarderemo indietro avendo pietà di noi? Chissà?

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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