Ogni sei ore la marea cambia verso. Una danza eterna e che da sempre dura. Gli arenili che vengono mangiati dal mare. E poi le onde che si ritraggono. E poi di nuovo mangiati. E poi ancora si ritraggono. 6 ore, poi 6 ore, poi 6 ore, poi 6 ore. A Genova i portuali hanno cambiato il ritmo delle maree pur di fermare lo tsunami del contagio da covid19.

 

Quando vedi le mani di un portuale, capisci subito che quelle mani potrebbero spostare il mondo. Anzi, il mondo lo spostano ogni giorno. Quintali, quintali, quintali e tonnellate di cose stipate in container, a volte sono cose talmente grandi che nemmeno i container le possono contenere. Ma questo non conta, perché quelle mani, spostano il mondo e lo mettono su navi che il mondo lo girano.

 

“È da marzo che non do più la mano a nessuno”. Paolo Inzaina è spezzino ed è un portuale fatto e finito. Nel senso che incarna tutto quello che ti aspetti da un portuale di Genova. Ha ereditato il mestiere, “figlio di” come tanti altri qui, e con il mestiere ha ereditato la tessera sindacale.

 

Perché non solo i portuali hanno grosse mani, ma alla bisogna le menano tutte insieme, quando i diritti non vengono rispettati. Genova si ferma quando i portuali ruggiscono e con loro si ferma l’Italia.

 

È lui, Paolo “il capoturno”, che mi introduce al miracolo Genova, dove il Porto, che impiega 3 mila persone, ma con l’indotto ne coinvolge 60 mila, dove i camion si mettono in fila per ore per portare e prender cose e container, dove navi grandi come paesi di accostano e vanno via a ogni ora del giorno e della notte, dove, appunto, è avvenuta una cosa che in Italia ha pochi eguali, non si è infettato quasi nessuno.

 

“Meno di 10 persone”, dice Radio Bitta, che è quel sistema senza fili, quel groviglio di passa parola, che fa girare le informazioni da un angolo all’altro del Porto. Una decina di persone infettate su tre mila. Lo zero virgola qualcosa. Niente insomma rispetto alla mattanza nazionale. Una decina di persone di cui una sola sta facendo fatica, nella solidarietà generale, a uscire dalla rianimazione. Una decina di persone che il covid hanno preso fuori, da qualche parte, e che però non hanno portato, neppure involontariamente, dentro, nel Porto.

 

Il miracolo di Genova è dovuto a una cosa e una soltanto, sindacalizzazione. I lavoratori hanno preteso da subito, anzi, da prima del protocollo nazionale del 14 marzo 2020, i DPI, i dispositivi di protezione individuale, e subito i DPI sono arrivati. È bastato “chiedere” con fermezza, nessuna ora di sciopero è stata fatta, le forniture sono state immediate. “Mascherine, guanti, gel, termometri e altro ancora”. Il Porto si è difeso e i lavoratori sono stati i primi suoi anticorpi.

 

Paolo però, sorprendendomi, introduce un concetto che si aggiunge alle parole dette dagli altri ed è quello di “orgoglio”. “Da qui – mi spiega – arrivano in Italia le apparecchiature medicali e i container pieni di DPI, eravamo consapevoli che non ci si poteva fermare e mai abbiamo pensato di fermarci”. E da come lo dice capisci che quelle mani si sono prese cura di tutto il Paese.

 

Poi aggiunge: “non potevamo ammalarci, altrimenti come faceva il Porto a non fermarsi”. C’è imbarazzo quando ammette: “Anche noi pensavamo che il coronavirus fosse una roba della Cina, come era stato per la Sars, il problema ce lo siamo posti con la chiusura dei comuni lombardi”. “I camion che qui arrivano pieni e che pieni sono arrivati fino a qualche settimana fa, giungono appunto tutti da lì”. Gli ultimi tir svuotavano i magazzini, perché tante imprese hanno smesso di produrre e di spedire. Ora per la ripartenza c’è chi stima occorra un mese. Da che si riaccendono i macchinari di produzione, trenta o quaranta giorni per rivedere i camion affacciarsi al Porto.

 

“Abbiamo imparato dagli equipaggi”. Inzaina mi svela il trucco. “Molti equipaggi sono di asiatici e loro da anni convivono con virus e contagi”. Quindi mi racconta di come tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, le navi in arrivo hanno cominciato ad adottare i loro protocolli anti-infezione. A bordo accettati solo i rizzatori e gli altri lavoranti indispensabili alla movimentazione delle merci. Squadre di massimo 20 persone. Termo scanner sulla passerella. Nessun contatto con membri dell’equipaggio. Mascherine più o meno complesse a seconda del lavoro da fare e della vicinanza a cui la fatica del muover container obbliga.

 

E poi arriva la questione delle maree. È forse un caso, ma i turni di lavoro in Porto sono di 6 ore. Un turno per ogni movimento di marea. E i portuali hanno cambiato il loro ritmo. Perché ora non si lavora più sei ore. Ma sei ore meno tutto quello cui obbliga la sicurezza.

 

Beppe Schettino sin da bambino aveva il mare nel sangue. Lui non è un “figlio di”, quindi si è fatto la “gavetta” scolastica, prima di quella del Porto. Oggi è HSE, cioè è il responsabile di salute, sicurezza e ambiente. È lui che mi racconta di cosa è dovuto cambiare nell’organizzazione del lavoro.

 

I turni sono stati la chiave della strategia anti-contagio: entrate e uscite scaglionate”. Tutti i luoghi di ritrovo e di possibile affollamento di persone sono stati ripensati. “Abbiamo scoperto lo smartworking, adesso lo fanno l’80% degli amministrativi”. Chi poteva essere lasciato a casa a lavorare con un computer, è stato messo nelle condizioni di farlo. “I container non si spostano però da casa e con un collegamento internet”. La strategia contro covid è basata su protocolli sempre aggiornati di igienizzazione continua dei mezzi di movimentazione merci. Gru, camion e carrelli. Ovviamente i dpi, costassero quel che costassero, sono stati acquistati e non mancano mai. E poi Schettino aggiunge un altro elemento che fa il paio con la sindacalizzazione ed è la responsabilizzazione della dirigenza. “Qui non c’è stato nessuno che ha detto: armiamoci e partite. La dirigenza dal primo giorno era qui, anzi, in uno dei primi giorni nel piazzale è venuto anche l’amministratore delegato e da qui non se ne sono mai andati”.

 

Il protocollo del Porto di Genova è più impegnativo di quello nazionale del 14 marzo 2020, Beppe Schettino non me lo nasconde, anzi con orgoglio mi dice di qualche restrizione in più. L’orgoglio è quello di rappresentare una realtà che ha, da subito, deciso o accettato di guadagnare meno, di sacrificare la produzione, ma di tutelare la propria forza lavoro.

 

Quando a Bergamo era in corso la mattanza, in Porto è comparso uno striscione di solidarietà con la città lombarda e nessuno si è meravigliato. È da lì, da Bergamo che arrivano i camalli. Hamm?l è la parola araba che è nell’etimo di quella usata per definire i bergamaschi che da un tempo che non si sa e fino a poco dopo l’Unità d’Italia arrivavano qui a Genova a fare i facchini, i portatori. Vengono chiamati sulle banchine quando i terminalisti non bastano e non bastano mai.

 

Enrico Ascheri è un camallo, “provengo dalla Compagnia Unica” dice orgoglioso, la Compagnia Unica è l’evoluzione della Compagnia dei Caravana, l’antica corporazione dei lavoratori del porto. Ascheri è il rappresentante sindacale di tutti i portuali genovesi. Tessera della FILT-CGIL in tasca, come 1.500 altri suoi colleghi. 500 invece hanno quella di altre sigle. Il restante migliaio, infine, non ne ha nessuna. Una potenza.

 

Ad Ascari chiedo subito delle pratiche contro l’infezione da covid adottate in Porto: “Ancora prima che uscisse il protocollo dal governo sulle norme anticontagio sui posto del lavoro, noi ne avevamo concordato uno nostro che già prevedeva tutto quanto poi stabilito il 14 marzo 2020 a livello nazionale e, anzi, noi abbiamo previsto pratiche ancora più restrittive. In Porto siamo spesso i precursori, le avanguardie. Storicamente è così”. Però non si ferma nell’autocelebrazione il sindacalista degli “hamm?l” e, infatti, aggiunge: “le difficoltà sono farli applicare, non è che anche da noi li abbiano applicati tutti così subito alla lettera. Però in generale abbiamo avuto un’ottima risposta da lavoratori e aziende”.

 

Il tono di Ascari però non è di soddisfazione, non lo devo neppure incalzare per sentirmi dire: “Guardi che adesso sta arrivando la parte più difficile: la crisi economica dovuta alla pandemia di covid19”. E mi spiega che prima si erano fermate le fabbriche cinesi, poi quando nella Repubblica Popolare la produzione si è riavviata, si è fermato il lombardo-veneto. Ora prima di quaranta giorni nessuno si aspetta che arrivino tir dai comparti industriali italiani. “Non abbiamo paura per la tenuta occupazionale, ma tutti i terminal hanno chiesto e ottenuto la cassa integrazione e i camalli sono i primi a risentirne”. Perché loro essendo appunto richiesti solo quando i “terminalisti” non bastano, meno merci ci sono da movimentare, più è improbabile la chiamata.

 

“C’è anche un po’ di amarezza”, il sindacalista FILT-CGIL lo dice quasi riflettendo tra sé e dopo una lunga pausa aggiunge: “prima il nostro lavoro era indispensabile per far arrivare provviste e materiale medico in tutta Italia. E noi non ci siamo tirati indietro. Adesso, invece, ci sentiamo un po’ abbandonati. È iniziato il percorso di cassaintegrazione. Non siamo più indispensabili. E noi guadagniamo in base alle giornate passate in Porto, se non lavoriamo rischiamo di arrivare a stento a mille euro al mese, di vedere quasi dimezzato lo stipendio rispetto a quando siamo a pieno regime. Che vuol dire giorno, notte, Natale e Pasqua. 365 giorni l’anno, 24 ore su 24. La chiamata fino a due ore prima dall’inizio turno”.

 

Faccio per salutarlo e Ascari mi ferma con un “lo scriva” che sembra quasi quando uno ti prende per un braccio per fermarti: “Lo scriva che è ancora presto per la Fase2, lo so che è strano lo dica io che rappresento chi ha sempre lavorato e che, in fondo, abbiamo bisogno che le imprese ripartano a pieno regime per tornare a caricare e scaricare, però siamo molto preoccupati, rischiamo che ci sia un liberi tutti che finché ci sono questi numeri del contagio, non possiamo ancora permetterci”.

 

I portuali hanno mani grosse, ma sanno che lo tsunami del contagio di covid sono riusciti a tenerlo fuori dal Porto anche con un po’ di fortuna. E la fortuna non è come la marea che, ogni giorno, alla fine, torna più o meno alla stessa ora.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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