L’ultimo portato via dal maledetto covid19 è stato Giuseppi Logan. Prima di lui, Manu DiBango (eccentrico jazzman, ma di pure basi afro jazz), Mike Longo, Wallace Rooney, John Paul “Bucky” Pizzarelli, Ellis Marsalis, Lee Konitz, Henry Grimes. Alcuni di loro vere leggende del jazz, come Lee Konitz. Altri forse meno famosi per il grande pubblico. Ma tutti con vite e biografie che raccontano la meravigliosa storia di quella musica nata a New Orleans agli esordi del ventesimo secolo sulle fondamenta “orali” delle ballate degli schiavi afroamericani delle piantagioni di cotone e di tabacco degli Stati uniti del sud.

Il pezzo va letto ascoltando questo…

Musica di libertà, il jazz. Che ha costruito le sue fortune ormai ultracentenarie sull’improvvisazione. Certo, ci sono basi. Strutture musicali. Addirittura, pentagrammi. Ma che poi vengono reinventati e reinterpretati nel fuoco creativo delle jam sessions. E delle improvvisazioni fuori dai canoni e dagli standard. Libertà, appunto. E identità afro. E musica del riscatto e dell’orgoglio black.

Come racconta bene la biografia di Ellis Marsalis, che proprio a New Orleans era nato il 14 novembre del 1934 e che il coronavirus si è portato via il 1 aprile scorso. “Ha sempre vissuto la musica come sistema educativo, il suo modo di approcciarsi ha contribuito al successo di una generazione intera di musicisti”, è non a caso l’epicedio funebre che gli ha dedicato Umbria jazz (nel quale sono stati ricordati anche Rooney e Pizzarelli). Pianista di curriculum straordinario, a lui dobbiamo dire grazie anche perché dei suoi numerosi figli ben quattro sono diventati jazzisti e due, Wynton e Branford, vere jazzstar come e forse più di papà.

 

Di Wallace Rooney (Filadelfia, 25 maggio 1960 – Paterson, 31 marzo scorso) basti invece dire che era considerato l’erede di sua maestà Miles, Miles Davis. E di cui Miles fu mentore e amico. Trombettista sopraffino, nel suo “palmares” spicca il Grammy award vinto nel 1994 con l’album “A tribute to Miles”, suonato nientepopodimeno che con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams, tutti ex allievi di Davis. Di John Paul “Bucky” Pizzarelli (Paterson, 9 gennaio 1926 – Saddle River, 1 aprile scorso) dice invece tutto l’epicedio di Umbria Jazz: “Di lui possiamo parlare come dell’inventore di un genere musicale, per aver adattato uno strumento tipicamente rock-pop come la chitarra alla musica jazz in maniera assolutamente personale, creando un sound unico”.

Le biografie jazz sono caratterizzate, spessissimo, da vite vissute all’eccesso. Nell’eccesso. Di droghe. Di alcool. Di sesso. Di notti consumate e vissute sempre fino se non oltre l’alba. Inutile fare l’elenco, si farebbe prima a dire chi fra i grandi fu anche un bravo ragazzo o una brava ragazza. Giuseppi (non è un refuso, si chiamava proprio così) Logan non sfugge alla regola del “bad boy”. Il virus se l’è preso il 17 aprile, quasi 85enne (era nato a Filadelfia il 22 maggio 1935). Con “The Giuseppe Logan quartet” del 1964 e “More” del 1965 rivoluziona la scena jazz all’insegna del free. Nel frattempo si fa di tutto in quantità industriali. La moglie lo fa rinchiudere per quattro anni in manicomio. E poi per altri 4. Quando esce è completamente distrutto. Diventa un homeless. Una quindicina di anni fa lo riconoscono per caso che dorme su una panchina di Tompkins square, un parco di New York. Torna in scena, incide tre album, ma non è più lo stesso. Il corona è la “ciliegina” sulla sua torta.

Ultimo di questa spoon river del jazz è Henry Grimes (Filadelfia, 3 novembre 1935 – New York, 15 aprile scorso). Contrabbassista, un altro genio bizzarro e assai eccentrico. Tralasciando quello che si trova facilmente su qualunque pagina Wikipedia, lo racconta alla grande questo aneddoto: nel 1970 è su un taxi con altri musicisti, loro si mettono a criticare Cecil Taylor, con cui Grimes suonava in quel periodo. Henry si arrabbia assai, scende dal taxi e sparisce per oltre trent’anni. Esatto, 30 anni. Si mette a fare prima il custode di una sinagoga, non è ebreo, poi il tassista. Nel 2000 un assistente sociale appassionato di jazz lo riconosce a Los Angeles, lo convince e lo aiuta anche economicamente per tornare a fare jazz. William Parker gli regala un contrabbasso verde Olive Oil e lui riprende a suonare sul serio. Come prima. Come se non fossero passati oltre 30 anni. Che la terra gli sia lieve. A tutti loro.

 

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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