Francesco è stato licenziato. Nelle scorse ore la notizia, dopo aver superato i cancelli dell’Ilva, dopo aver rimbalzato tra le pareti arrossate dalla micidiale polvere che marchia velenosa le case di Taranto, è arrivata alle redazioni di tutta Italia. Arcelor-Mittal, che dal 2018 è padrona dell’acciaieria pugliese, la più grande e probabilmente la più inquinante d’Europa, ha lasciato a casa Francesco, reo di aver postato il 14 marzo 2020 una verità già denunciata dai sindacati: all’Ilva si stava lavorando senza mascherine.

 

“È venuto meno il rapporto di fiducia con il lavoratore”, questa la motivazione sulla lettera che lo ha lasciato a casa. I Padroni delle Ferriere in epoca di covid19 alzano la testa e calpestano con nonchalance i diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori. Come possono farlo? Grazie ai dpcm del Governo Conte, vi spieghiamo come funziona il giochetto.

 

Quando vieni lasciato a casa per un motivo assurdo fai un 700, cioè lo impugni davanti a un giudice del lavoro affidandoti all’articolo 700 del codice di procedura civile. Qualche mese e vieni reintegrato, se non c’è il covid. Se c’è l’emergenza sanitaria i tribunali sono chiusi e, quindi, aspetti riaprano. Quando? Boh.

 

Ma la vita in un’acciaieria non è mica scandita solo dai tribunali, per quanto quella dell’Ilva spesso lo è stata ultimamente nel suo braccio di ferro, sostanzialmente vinto, con il Governo Italiano. Detto questo, se succede qualcosa che non va, in una fabbrica che conta 8.200 lavoratori di cui il 75% sindacalizzato, si sciopera. Cioè si blocca ogni lavorazione fintantoché il collega non torna al suo posto. Ma c’è covid e ci sono i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

 

Le ferriere sono imprese essenziali e, quindi, non le puoi fermare, tanto più che per fermarle dovresti violare tutte le norme anti-contagio. E se chiami in Ilva te lo dicono che “ora non c’è partita”. L’azienda comanda e lì finisce. Quindi, come nei tempi più bui, “fai quello che ti dice il padrone o a casa”.

 

Il sindacato, persi gli strumenti di lotta tradizionali, che fa? Nel caso dell’USB di Taranto si autotassa per mantenere i lavoratori in attesa di essere reintegrati. Sono tre ad oggi quelli che hanno chiesto e ottenuto aiuto dall’Unione Sindacale di Base. E se ve ne raccontassimo le storie, piangereste, perché alle tragedie, che alle tragedie si sommano, si reagisce con la commozione.

 

Però attenzione, perché a frustrare quella grande massa di persone, quel mare di vite e storie che è l’esercito degli 8.000 metalmeccanici dell’Ilva, si rischia che prima o poi il gioco salti. Perché alla  “vigliaccheria padronale”, come ce l’ha definita un sindacalista di laggiù, finisce che presto o tardi la risposta non sia senso di responsabilità o paura di perdere il posto, ma la rabbia operaia non sempre si gestisce, non sempre prende vie governabili.

 

Francesco è stato licenziato per un post per la mancanza di dispositivi di protezione individuale pubblicato il 14 marzo 2020. Vi dice niente la data? È quella del protocollo per la sicurezza sui posti di lavoro in periodo di coronavirus. La base, il punto di riferimento, la conditio sine qua non, la bibbia di regole da rispettare per l’avvio della Fase2, la ripartenza dell’Italia senza che scoppino nuovi contagi.

 

Ma nel nuovo modello di relazioni sociali e sindacali nel quale le lavoratrici e i lavoratori si trovano oggi, nelle quali vengono licenziati se denunciano sui social, nelle quali i tribunali non sono di fatto operativi, nelle quali non si possono bloccare i cancelli di ingresso della fabbrica per protestare, in questo conteso quel protocollo, per altro già blando nei contenuti, è una foglia di fico che malamente copre le vergogne vecchie e nuove della nostra Penisola.

 

Perché quel che è accaduto all’Ilva, pur nella sua infinita gravità, è nulla rispetto a quel che sta accadendo in quella miriade di fabbriche e fabbrichette dove la sindacalizzazione non esiste, in quella costellazione di “senza diritti”, di quel mondo del “lavora, guadagna e taci”.

 

Così è dietro i torni meccanici o i telai industriali, ma diverso non è stato nelle RSA dove a migliaia sono andati e sono andate a lavorare senza protezioni, ammalandosi e ammalando, ammazzando un numero drammaticamente alto di degenti, senza nulla dire, senza nulla poter dire.

 

Il ricatto del lavoro è cosa non nuova, la crisi, l’abolizione di diritti fondamentali dei lavoratori, la loro messa in discussione, ha reso il ricatto più stringente. Chi oggi ha un posto fisso o anche precario, sa che fuori, se lo perdesse, ci sono le file per avere un impiego e sa che coloro che quelle file affollano, sempre di più poi li ritrovi in altre file, quelle di coloro che per vivere, per arrivare alla fine del mese hanno bisogno degli aiuti quotidiani dei piccoli dei welfare informali.

 

Sono decine e decine le iniziative di solidarietà di cui si sta arricchendo fortunatamente il nostro Paese. Ce ne sono di spontanee, ce ne sono di organizzate. Accadde anche in Grecia, nella Grecia messa in ginocchio dalla Troika. Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. Syriza, la coalizione di estrema sinistra, organizzava aiuti di prossimità, cibo e medicinali, così faceva Alba Dorata, i neo fascisti. In Italia sta accadendo la stessa identica cosa. Ad Atene a sorpresa, alle prime elezioni utili, vinse la sinistra di Alex?s Tsipras, non è detto che noi saremo così fortunati, perché l’Italia con i fascismi ha, purtroppo, una brutta tradizione.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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