Vi siete sentiti mai un po’ dei fessi a rispettare le regole? Per esempio, quando, inventiamo ovviamente, il dentista vi diceva “con fattura o senza?”, prospettandovi dei risparmi che “quasi quasi”, ma poi, per colpa di quell’odioso senso del dovere civico, vi siete sentiti dire “con fattura”? Oppure quando dal parrucchiere, stiamo continuando a inventare ovviamente, avete sfidato l’espressione improvvisamente cagnesca della titolare perché avevate osato chiedere la ricevuta? Oppure quando dal parcheggiatore, lasciatecene inventare un’altra, vi siete arresi a quella bizzarra regola che sotto i venti euro solo contanti e contemporaneamente nessuno scontrino? Se avete provato quell’odiosa sensazione, probabilmente è la stessa che stanno provando certi imprenditori.

 

Oggi il pallottoliere dei furbi e furbetti dice che 150 mila aziende, fabbrichetta più fabbricona meno, non ricomprese tra quelle essenziali, hanno già aperto i battenti. Fregandosene del lockdown, del contagio, dei 25.085 morti ufficiali di covid19, hanno mandato una letterina alla prefettura e hanno aperto i cancelli. Una marea di aziende. Già. Tante, tantissime, ma contemporaneamente pochissime. Il 5% di quelle che avrebbero potuto farlo.

 

Proprio come dal dentista, dal parrucchiere, dal parcheggiatore, dall’idraulico e da tutti gli “con fattura o senza?” che avete incontrato nella vita, per ognuno di questi, ce ne sono altrettanti, anzi decisamente molti di più, che la “fattura” la fanno punto e basta. Sapete che ogni anno, qualsiasi sia il governo, arriva puntuale la dichiarazione di guerra a chi non paga le tasse? Sapete quant’è il mancato gettito annuale? Arrotondiamo, 210 miliardi, il 10% di quanto raccolto ogni anno. Siamo quindi tutti evasori? No, un italiano su dieci lo è. Tutti gli altri sono ligi cittadini.

 

Per le imprese non va così diversamente. Il 95% di quelle che per decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dovevano restare chiuse perché non essenziali, sono restate chiuse. Quindi, chiederanno le lettrici e i lettori più attenti, non è vero che il lockdown non sta reggendo? E poi aggiungeranno perfide e perfidi: allora Luca Zaia dice boiate quando sostiene il lockdown non c’è mai stato?

 

Il problema sta nel manico, come spesso accade. La verità è che il Governo, cedendo, come denunciò il segretario generale della CGIL Maurizio Landini, a Confindustria, non ha mai chiuso 2,3 milioni di aziende. Poco più della metà delle aziende italiane, covid o non covid, mascherina o non mascherina, distanziamento sociale o non distanziamento sociale, è restato aperto.

 

Il dato completo dice che 15,5 milioni di occupati non hanno mai smesso di lavorare. Due terzi delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, non hanno mai rinunciato a timbrare il cartellino. Tutti in smart working? Tutti a casa propria con computer, internet, figli urlanti e riunioni in video chat? No, ma tanti si. Quanti? Non lo sa nessuno. Fate voi. Un terzo, la metà? Quello che sia. Quante saranno le italiane e gli italiani che hanno continuato a fare su e giù con autobus, automobili e biciclette? Quanti milioni e milioni? Visto il contagio come è salito, nonostante il lockdown, diciamo, comunque, tanti.

 

Quindi, tornando a Zaia, oltre a recitare le poesie di un inesistente Eracleonte da Gela, recita pure numeri altrettanto falsi, quando dice che il 60% delle aziende venete sono aperte? Evidentemente, no. Più corretto sarebbe poi se dicesse che non hanno mai chiuso per volere del Governo Conte e contro quanto pattuito con i sindacati. Ma dirla così non va bene a nessuno. Meglio dire che ormai è un liberi tutti.

 

Perché meglio? Intanto per accarezzare il pelo a tutti quegli industriali, imprenditori, partite iva, dipendenti, elettrici ed elettori che vedono gli altri andare a lavorare e, al contrario, osservano il loro conto corrente assottigliarsi.

 

Poi perché così la Fase2 diventa più potabile. Quando il contagio e i morti torneranno a bussare alle conferenze stampa delle 18 della Protezione Civile, tutti potranno sostenere: “in realtà ormai il lockdown non esisteva più”. Che è come dire: “ve la siete voluta voi, la politica si è solo adeguata”.

 

Infine, ed è forse l’aspetto psicologico più importante, se passa l’idea che tutti evadiamo, è più facile giustificare l’evasione da parte dell’evasore. È più facile portare avanti una deregulation. Allo stesso modo, se tutte le aziende aprono, norme anticontagio rispettate o meno, non si capisce perché proprio la mia, dove mia è perché la possiedo o perché ci lavoro, debba restare chiusa. Si varca quel confine che c’è tra chi rispetta le regole per dovere civico e chi invece, da fesso, è il solo che le rispetta, giocandosi irrimediabilmente presente e futuro economico suo e dei suoi collaboratori o dipendenti. Se tutti lavorano e stanno bene, mascherine o meno, vuol dire che io sono uno scansafatiche che pretende l’assistenza dallo Stato e non uno che, con il suo sacrificio di portafoglio e di libertà, sta evitando l’ecatombe da pandemia di covid19.

 

È indegno che 150 mila aziende non “essenziali” abbiano mandato un foglietto di carta da formaggio in Prefettura e abbiano così potuto riaprire o mascherare il fatto di non aver mai chiuso. Ma è altrettanto indegno non ricordare che oltre 2 milioni di aziende sono restate chiuse proteggendo il loro patrimonio più prezioso, la propria forza lavoro, le proprie lavoratrici e i propri lavoratori, 8 milioni di italiane e italiani. E tutto questo è accaduto non grazie, ma nonostante il Governo Conte che quanto al pettinare il pelo a Confindustria non teme rivali, “con o senza fattura”.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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