E anche quest’anno è arrivato il 25 Aprile. Per “noi di sinistra” una data importante, di quelle che si celebrano sempre, “un po’ come il Natale” si dice, senza aver paura di venir tacciati di eresia. Anzi, meglio del Natale, perchè ognuno lo festeggia come vuole: chi va alle cerimonie in piazza e poi a mangiare con i compagni di sempre, chi approfitta della primavera ormai sbocciata per passeggiare nei luoghi della Resistenza e ricordare e raccontare ai più piccoli. E non mancano mai concerti, grandi ritrovi sui prati, mangiate su lunghe tavolate. Insomma una Festa, con la effe maiuscola, che ogni anno regala un ricordo nuovo che va ad aggiungersi a quell’immaginario popolare che dura da 75 anni, un patrimonio per tutti. Questo 25 Aprile sarà diverso, perchè le norme per il contenimento della pandemia ci priveranno dei riti collettivi che ci sono cari, eppure sarà più 25 Aprile degli altri: le strade e le campagne d’Italia sono percorse da centinaia di partigiane e partigiani, che escono dalle loro case con il volto coperto da una mascherina anzichè dal fazzoletto rosso per la resistenza all’emergenza covid, che vuol dire fame, disoccupazione, diritti negati. A loro va il nostro omaggio e queste sono alcune delle loro storie.

A Rosarno, nelle baraccopoli dei braccianti

Francesco Piobbichi è un operatore di Mediterrean Hope, il programma rifugiati e migranti che ha sede negli uffici della Federazione delle chiese evangeliche in Italia e si occupa di accoglienza dei beneficiari dei “Corridoi Umanitari”, sia quelli destinati a strutture direttamente collegate con la FCEI che a quelle della Diaconia Valdese o di altri enti e associazioni. Francesco lavora a Rosarno, nella piana di Gioia Tauro e ci chiama dalla tendopoli di San Ferdinando, dove vivono centinaia di braccianti stranieri, molti irregolari. Posti talmente poveri che la ‘ndrangheta neanche li guarda. Con l’arrivo della pandemia, il fronte dell’assistenza è diventato doppio.

“La situazione è normalmente critica, adesso gli sforzi per garantire un’esistenza dignitosa e salubre a questi lavoratori devono essere doppi. Assieme ad altre organizzazioni locali, come SOS Rosarno, Me.d.u., Nuvola Rossa, Hospitality School, battiamo i campi distribuendo protezioni individuali, mascherine e ingenizzanti, e informazioni. Dall’altro lato abbiamo insistito per aprire un tavolo con la prefettura sull’emergenza della sicurezza delle baraccopoli, dove garantire i distanziamenti di sicurezza e le normi igieniche è impossibile. In quella di Taurianuova, per dire, non arriva nemmeno l’acqua. E la Regione non ha ancora risposto… . La verità è che l’emergenza Covid 19 ha stracciato la copertura sul lavoro fantasma del primo livello del nostro settore primario. Qui durante la stagione della raccolta ci sono circa 1.200 persone che lavorano per i piccoli produttori locali a pochi euro l’ora, nella stragrande maggiornaza “a grigio” ma soprattutto “a nero” e quando finiscono si spostano verso altre regioni per altri raccolti. Adesso non lo possono fare: molti sono irregolari e non si fidano a spostarsi con i controlli così alti e comunque la filiera si è parzialmente inceppata. Questo ha creato due ordini di problemi: quelli legati alla stigmatizzazione e razializzazione di un’intera categoria di lavoratori, pur chiave in un settore tanto importante come quello agroalimentare, quindi l’assenza pressochè totale di un’accoglienza degna di questo nome che diventa ancora più necessaria durante un’emergenza sanitaria, e quelli legati alla mancanza di manodopera, soprattutto al Nord, perchè con questa situazione chi si muoveva per “pochi spicci” adesso non si muove più. Cosa ci insegna quindi il Covid? Che è urgente una legislazione che superi la Bossi-Fini, che lega la permanenza dei migranti solo al lavoro, e che equilibri la distribuzione dei costi-benefici della filiera. Come mai i prezzi aumentano che lo stipendio e l’assistenza ai braccianti è ferma al palo? Non si può pretendere che sia un Comune come Rosarno a farsi carico della sistemazione dignitosa di questi lavoratori; devono essere i privati, e penso anche alla grande distribuzione e comunque chi commercia i prodotti raccolti, a farsene carico, un po’ come nelle città sociali degli anni ’30. I migranti sono una forza lavoro indispensabile per la nostra agricoltura: ghettizzarli e sfruttarli è economicamente sbagliato e adesso è sotto gli occhi di tutti. Ieri ho parlato con un bracciante di vecchia data, qui da decine d’anni. Ha lavorato un anno, prima a Saluzzo e poi a Rosarno. Gli hanno segnato solo 13 giornate. 13. Con 13 giornate non può fare domanda dei 600 euro. Non può fare nulla. Magari le sue giornate se le é segnate qualcun altro, che vive grazie a lui. Al suo lavoro sfruttato da ogni lato. Mi ha colpito la calma di questo bracciante, le sue mani sono quelle di un contadino. Le sue gambe sono radici. I suoi movimenti sono quelli di chi sulla terra ci vive in simbiosi. Li conosco quei gesti lenti, conosco anche quella consapevolezza e determinazione nel tirare avanti. Riconosco quell’umiltà dignitosa dei miei nonni nel suo sorriso senza denti. Contadini figli di contadini, che mi hanno insegnato da un’umanesimo elementare ad odiare l’ingiustizia me li ritrovo dentro questo sguardo che sfida il mondo”.

A Napoli, tra i quartieri della camorra e gli accampamenti dei migranti

Matteo Giardiello è un attivista dell’ex OPG, centro sociale occupato di Napoli, nonchè militante di Potere al Popolo. Con altre decine di donne e uomini, fa parte della Rete solidarietà popolare, attiva da 5 anni con sportelli ed azioni contro la povertà, per i diritti dei lavoratori (anche e soprattutto in nero) fino alla socialità e alla cultura. L’emergenza coronavirus è entrata nella loro attività quotidiana, sia con interventi ad hoc sia potenziando gli esistenti.

“Se da noi l’emergenza sanitaria è minore rispetto al nord, come contagi e numero di vittime, si fa sentire in modo pesante quella sociale perchè moltissime persone si sono trovate improvvisamente senza lavoro. La turistificazione che ha coinvolto la città negli ultimi anni ha portato gente e movimento ma il profitto è andato nelle mani degli imprenditori, piccoli e grandi, del settore: purtroppo è un dato di fatto che la maggior parte della manodopera è in nero o con contratti a chiamata o a tempo indeterminato. Tutto è saltato appena si è diffuso il sentore del lock down nazionale. Il coronavirus ha evidenziato ed estremizzato problemi che erano già esistenti: tanti, anche tra i nostri compagni che lavorano nella cutura o nel marketing turistico si sono trovati a piedi, senza poter aver accesso ai 600 euro nè ai buoni spesa, che qui a Napoli sono stati sinora gestiti con criteri discutibili. Basta dire che sono avanzati 4 milioni di euro dei fondi stanziati per la città per l’emergenza e intanto noi stiamo distribuendo 2600 mascherine a medici di base, operatori psichiatrici e commessi. Insomma, ci siamo attivati praticamente da subito: abbiamo fatto girare la voce e in pochi giorni ai nostri 50 attivisti se ne sono aggiunti altri 70, alcuni dei quali non abbiamo ancora conosciuto fiscamente. Grazie all’esperienza maturata in questi anni, ci siamo divisi i compiti, abbiamo aperto un crowdfounding che ad oggi ha superato i 40mila euro, che sono tanti ma sono pochi…, e con il nostro furgone abbiamo cominciato a solcare i vicoli del Rione Sanità, dei Quartieri Spagnoli, del Materdei. Le famiglie che ci hanno contattato sono 400, circa 1.600 persone: a tutti portiamo dei pacchi di derrate alimentari da circa 20 euro, pasta, cibi in scatola, bevande, biscotti, pane a lunga conservazione. Ci rendiamo conto che è poco, che non è niente, però almeno è qualcosa. Pensa che abbiamo divuto temporanamente chiudere le liste perchè non ce la facciamo ad accontentare tutti. Il primo giorno che siamo andati a distribuire i pacchi nel Rione Sanità mi ricordo che ho aperto lo sportello del Poderoso, ho messo gli occhi sulla lista delle famiglie che ci avevano chiamato e quando li ho alzati avevo davanti una fila di 30 persone. Gli abbiamo spiegato come dovevano fare per ricevere anche loro la derrata e sono anche rimasto molto amareggiato di non poterli accontentare subito. Questa è la situazione. Ma non solo: esistono luoghi che volontariamente sono nascosti, oscurati, ma che sono miniere di mani, braccia, gambe silenziose, le non-persone. Lo scenario di Licola, Varcaturo e Lago Patria è ancora più desolante in questi giorni. I cartelloni pubblicitari, come le insegne “Il Lido D’oro”, “Happy Holidays”, “Piscina all’interno”, sovrastano dei castelli decaduti. Alle porte e finestre sbarrate dei lidi e dei ristoranti chiusi per il Covid-19, si alternano edifici abbandonati ormai da tempo, con finte statue greche e padiglioni inutilizzati da anni. Tutto sembra fermo a 40 anni fa, quando l’edilizia selvaggia e senza regolamentazione ha stuprato un territorio bellissimo. Non-luoghi che sono diventati i tetti sotto cui dorme la manodopera nascosta che lavora nei nostri campi, che pittura i nostri appartamenti, che raccoglie i nostri pomodori. Ogni mattina si ritrovano in un angolo della statale: lì aspettano i furgoni che li caricano, le macchine che cercano manodopera a basso costo. Da un mese non lavora più nessuno. Siamo andati a portare un pacco alla famiglia di un migrante del Benin: non è niente, ma ci siamo salutati con la voglia di rivederci presto, perchè sono stanchi di essere non-persone. La nostra non è un’azione assistenziale, la nostra è un’azione solidale, di mutuo aiuto, e la nostra fase due sarà lottare con queste persone affinchè abbiano accesso al reddito di emergenza, affinchè la forbice sociale non si allarghi ancora, anche nel diritto allo studio, che con la teledidattica è un problema reale per centinaia, forse migliaia di famiglie. E siamo già tornati in piazza: in 15, a distanza di sicurezza, con le mascherine, abbiamo srotolato uno striscione con le nostre rivendicazioni davanti alla prefettura. Insomma, noi ci siamo”. 

A Vicenza, per portare cibo ai senza tetto e computer agli studenti

Marco Zilio è uno studente lavoratore che dedica tutto il suo tempo libero alle attività del Centro sociale Bocciodromo e, da qualche mese, anche alla Casa Caracol Olol Jackson, un’importante iniziativa dal basso che ha portato all’acquisto di un’immobile dove trovano spazio sportelli di soccorso legale, psicologico, lavorativo e anche sanitario. Nelle ultime due settimane entrambi gli spazi e le forze degli attivisti, una cinquantina di persone di tutte le fascie di età, sono concentrate sull’emergenza covid. Perchè nella città del Palladio, capitale dell’oro, non tutto luccica, anzi.

“Il primo campo di azione sono stati i senza tetto della nostra città, perchè già da qualche anno li seguiamo con il progetto Wellcome refugees e ci siamo subito accorti che la situazione è drasticamente peggiorata, nonostante le temperature relativamente miti delle notti di primavera. E’ peggiorata perchè l’accoglienza e la distribuzione dei pasti nelle strutture è cambiata e contemporaneamente il numero dei senza fissa dimora è aumentato. Il Comune ha allestito un tendone in un teatro della città, l’Astra, ma non è sufficiente per servire le necessità di tutti. Quindi abbiamo aumentato le serate di intervento, da due a tre, e da quando abbiamo iniziato l’attività ogni weekend abbiamo fornito cibo e ricambi di vestiario ad una cinquantina di persone. Una volta sanificati gli spazi e predisposte “camere bianche”, abbiamo cominciato la raccolta degli alimenti per comporre derrate alimentari da distribuire a chi ci aveva già chiesto aiuto. Molto ci arriva da donatori, ad esempio l’altro giorno ci sono arrivati 800 chili di patate, altro, soprattutto gli alimenti per bambini e i dispositivi di protezione individuale sia per noi sia per le persone più a rischio riusciamo ad acquistarli con quanto viene versato in un conto di crowdfounding. Ad oggi siamo riusciti ad aiutare una trentina di nuclei famigliari, sia nel nostro quartiere i Ferrovieri sia in altre parti della città. Ad una signora anziana abbiamo dovuto portare perfino delle taniche d’acqua perchè il gestore gliel’ha razionata per morosità. L’attività che forse ci vede come unici attori in campo è quella del diritto allo studio: abbiamo raggiunto 28 famiglie a cui settimanalmente viene stampato e consegnato materiale didattico per le lezioni delle elementari, e siamo riusciti a consegnare 5 computer per la teledidattica. Si tratta di apparecchi usati che ci sono stati donati rimessi a nuovo dai nostri smanettoni: tra poco altre 10 famiglie ne riceveranno uno. Per abbattere il muro tecnologico che ci separa da chi può aver bisogno, visto che le persone non possono fisicamente muoversi, stiamo attivando una rete con altre realtà solidali, come cooperative e parrocchie. In un paio di settimane abbiamo visto come le richieste si stanno moltiplicando in tutti i servizi approntati, questo ci fa ragionare su come sta mutando la nostra società e di come questa emergenza sanitaria viene pagata dai più deboli, che spesso sono invisibili e non adeguatamente tutelati. Pensiamo che questo lavoro e questi servizi non si esauriranno né dopo il 4 maggio né dopo la riapertura totale, anzi il rischio è che questa sia solo la punta dell’iceberg di ciò che ci aspetterà nei prossimi mesi. Le attività di mutuo soccorso messe in campo vogliono essere un servizio senza limiti e regolamentazioni di permessi o residenze, vogliono essere accessibili a tutte e tutti perché nessuno deve o può rimanere solo, la crisi non devono pagarla le persone“.

A Milano, dove le ceste sospese sono portatrici sane di solidarietà e gentilezza

Francesca Rendano, napoletana milanese di adozione, è una delle anime di Mamusca, uno spazio nel quartiere Dergano di cibo, condivisione e diffusione di cultura. Chiuso per il lockdown, il Mamusca ha continuato a vivere on line, sul vivace blog, ma anche con le attività di delivery e, soprattutto, con la moltiplicazione delle “ceste sospese“.

“Io la cesta da calare dal balcone l’ho sempre avuta: a Napoli è la norma ma sono una comodità anche a Milano, quando ti dimentichi le chiavi e te le devi far calare oppure il postino ti consegna i giornale. Sempre a Napoli, quando è partita l’emergenza, è partita l’iniziativa del panaro solidale e mi è sembrato bello replicarlo anche qui. Ho coinvolto una quindicina di amiche che mi hanno subito seguito. E così da una cesta sospesa ce ne siamo trovate subito 15, soprattutto nel nostro quartiere, Dergano-Bovisa. Abbiamo cominciato a riempirle con scatolame, prodotti per l’igiene, pasta e calate dai nostri terrazzi. In ogni cesta un biglietto, con la scritta “Chi può metta, chi non può prenda“. E così ci siamo accorte che le persone avevano veramente bisogno, tanto che le ceste vanno rimpinguate un paio di volte al giorno. C’è anche ci mette, ovviamente. Ad esempio alcuni giorni fa un ragazzo egiziano, padre di una famiglia numerosa ha talmente sovraccaricato i panari che sono scesa per ringraziarlo e parlargli. Lui ha detto che, con l’accoglienza che lui e la famiglia hanno ricevuto a Milano, si sente in dovere di ricambiare, perchè questo è il momento giusto. Ha anche detto che sta coinvolgendo nella nostra inziativa altri connazionali. E’ bello vedere che in pochi giorni le ceste si sono moltiplicate, una settantina a Milano ma anche in altre città: la stampa ha subito adottato questa inziativa che nasce veramente in modo spontaneo e dal basso e che è una delle poche notizie positive che, soprattutto nella nostra città, si poteva dare. Chi vede una cesta sospesa non vede solo la possibilità di poter prendere dei generi alimentari ma anche la solidarietà delle persone, insomma, si sente meno solo. Che è molto di più di un pacco di pasta e di una scatola di tonno. Credo che questo aspetto, la positivtà sospesa, sia veramente la parte più bella di questa esperienza. Abbiamo cominciato ad inserire nei panieri anche oggetti di piccolo artigianato, come braccialettini o bamboline, perfino dei biglietti arrotolati con delle poesie. Beh, sono rimasta sorpresa del successo di questa proposta che di “utile” in senso stretto non ha niente. Mi piace essere una portatrice sana di solidarietà, di bellezza e di gentilezza e sì, in questo mi sento davvero partigiana per la costanza con cui io e le altre persone stiamo proseguendo nella nostra battaglia di posività”.

 

(Il disegno è di Francesco Piobbichi; le foto di Matteo Giardiello, cs Bocciodromo, Elisabetta Cociani)

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