“Non c’è alcuna prova che le persone che si sono ammalate e poi sono guarite dal Covid-19 siano immuni da un secondo contagio anche se hanno anticorpi. E questo dunque deve scoraggiare i governi a introdurre ‘passaporti di immunità’ o ‘certificazioni di zero-rischio”.

Così l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 25 aprile.

Brutte notizie per tutti. Soprattutto per chi come in Regione Lombardia aveva puntato tutto sulla ‘patente immunitaria’, test sierologici compresi, per far ripartire fabbriche e servizi.

“A questo punto dell’epidemia – si legge in un rapporto OMS – non ci sono prove sufficienti sull’efficacia di un’immunità mediata dagli anticorpi per garantire l’accuratezza di un ‘passaporto di immunità’ o di un ‘certificato zero-rischi'” e le persone che presumono di essere immuni a un secondo contagio potrebbero dunque aumentare la trasmissione del contagio”.

Che il ‘modello italiano’ contro Covid19 non esista e sia stato il frutto di una certa retorica molto italica, come spesso accade nei momenti di crisi del nostro Paese, ormai non ci sono dubbi. Il solo caso lombardo, una strage senza paragoni al mondo per numero di morti in rapporto alla popolazione, parla da solo.
Ma esiste invece un ‘caso italiano’ che è quello di Vò Euganeo e il merito lo si deve al virologo Andrea Crisanti. Un ‘cervello di ritorno’, romano di nascita, una carriera iniziata all’Imperial College di Londra dove è diventato professore, studi di rilevanza internazionale sulle malattie trasmesse dalle zanzare e oggi direttore dell’Unità complessa diagnostica di Microbiologia a Padova.

È stato lui, a fine febbraio, a prendere in mano la situazione nel secondo focolaio d’Italia dopo Codogno, Vò Euganeo appunto.
E quello che è stato fatto a Vò, quello sì, è un modello. Peccato resti confinato come caso eccezionale e non sia stato adottato, per esempio, in Lombardia.

O in tutta Italia. Ma forse è chiedere troppo.

 

Lo studio condotto da Crisanti sulla popolazione di Vo’ si riassume in numeri. Circa 3mila abitanti, 2.800 persone al primo campionamento (effettuato a fine febbraio, dal 21 al 29) e 2.300 al secondo campionamento (effettuato il 7 marzo). Risulta asintomatico il 43% dei positivi al virus. Isolamento assoluto e ‘tamponamento’ a tappeto della popolazione hanno portato al fatto che a Vò, partendo dall’indice riproduttivo del virus R0 (ovvero il numero di individui che ogni positivo infetta) era circa di 3 l’ultima settimana di febbraio mentre all’8 marzo era sceso allo 0,1. L’infezione è scesa quindi di un valore compreso tra l’89% e il 99% in circa due settimane. Sostanzialmente congelato, poi stabilizzato.

Oggi, quasi risolto del tutto.

Ora è in corso un nuovo studio, sempre guidato da Crisanti con l’Università di Padova insieme a quella di Oxford.

Capire come reagisce il sistema immunitario, capire se davvero riusciamo a produrre anticorpi.
Perché l’ immunità, al momento, semplicemente non esiste.
Non solo. Immaginare di riaprire ora una serie di attività sulla base di test sierologici (per capire cioè se si è sviluppata una reazione immunitaria e quindi, in mancanza di sintomi, concedere una ‘patente’ per poter lavorare) viene giudicato da Crisanti (e non solo da lui ormai), ‘folle, insensato, pericoloso’.

Semmai, per sperare di ‘ripartire’ in qualche modo in autunno, vanno isolati e contati tutti i casi possibili proprio nelle prossime settimane. Anzi, subito.

DOPO DUE MESI DI LOCKDOWN BISOGNEREBBE IMPARARE A CONTARE

“Non abbiamo più casi a Vò da settimane – dice Crisanti a EC – Ora ci prepariamo a un terzo importante studio per fare sia l’analisi immunologica che quella genetica. Sarà uno studio fondamentale per capire meglio alcune cose. Noi abbiamo sempre trattato i singoli casi positivi come casi ‘sentinella’. Se una persona è positiva ovviamente da qualche parte e in qualche modo è entrata in contatto con il virus. E nel momento in cui siamo tutti in quarantena da settimana un nuovo contagio non può che essere arrivato da familiari, parenti stretti, vicinato o altre situazioni da verificare. Ed è lì che bisogna capire come quella data persona sia inconsapevolmente infetta. Se questo lavoro si fa sistematicamente, caso per caso, facendo il maggior numero possibile di tamponi in base alla popolazione e ricostruendo i movimenti degli ultimi infettati in ordine di tempo si riesce ad abbattere l’epidemia, esattamente come abbiamo fatto a Vò. Una delle prime zone rosse d’Italia dove al momento non c’è nessun nuovo contagio e nessun nuovo malato. Da settimane. Questo è il momento buono per farlo proprio perché i casi si stanno riducendo. A Padova abbiamo avuto un aumento dello 0,3%, vuole dire al massimo una trentina di casi. Pochissimo”.

 

Continua Crisanti, toccando diversi punti cruciali nella fase che stiamo vivendo specialmente in Lombardia:
“Io capisco che nelle settimane più difficili fosse molto complicato seguire tutti i nuovi casi. Ma non capisco perché, per esempio la Lombardia o il Piemonte, non inizino ora a fare questo lavoro di analisi sistematica, ora che i casi sono diminuiti nettamente. Adesso la vera urgenza è una sola: capire quanti casi, quante infezioni ci sono davvero. E questo non lo si fa facendo le diagnosi a chi sta già male. Bisogna contare anche tutti quelli che da casa telefonano al medico e raccontano di avere sintomi da Covid. Magari si farà una sovrastima ma almeno avremo un’idea più precisa e questo permetterebbe di verificare dove si accumulano di più i casi, e intervenire geograficamente su alcune aree specifiche.
Ora come ora non c’è nulla di più inutile, e mi permetta dirlo, stupido, di questa supposta ‘patente di immunità’. Dare una ‘patente’ ora, su base sierologica, per una malattia di cui al momento si conosce pochissimo è insensato.
Non sappiamo come reagisce il sistema immunitario, non sappiamo se gli anticorpi sono paralizzanti il virus, non sappiamo quanto questi anticorpi durino… dare una ‘patente di immunità’ ora è un triplo salto mortale senza rete, dal punto di vista epidemiologico e immunologico. Una follia totale. Non ha senso. Riaprire con questo presupposto di ‘immunità’ è molto pericoloso. Se la Lombardia decidesse di fare un’analisi dei rischi, vedere quali sono le misure necessarie per mitigarli.. esiste una scienza precisa per il calcolo e l’analisi del rischio. Dov’è? Qualcuno l’ha fatto? La tengono nascosta? Oppure proprio non ce l’hanno? Perché mi rifiuto di pensare che riaprano le attività senza prima aver fatto questo calcolo del rischio collegato. Non voglio nemmeno pensarlo”
E aggiunge:
“A Vò, dopo due mesi di quarantena assoluta, ci sono ancora una decine di persone positive. A sessanta giorni di distanza. Per questo dico che è una follia totale pensare a una ‘immunità. Non sappiamo, non lo sa nessuno al mondo in questo momento, come reagisce il sistema immunitario. Perché uno dei veri problemi che potremmo avere in futuro, parlo dell’autunno, è proprio la reazione immunitaria al virus. Il sistema immunitario, in parte delle malattie infettive, è proprio parte del problema. Può anche attivarsi in maniera sbagliata e contribuire alla gravità della malattia. Quindi pensare che dai test sierologici arrivi una risposta sull’immunità di una persona è, ripeto, semplicemente sbagliato, falso, pericoloso. Ed è esattamente quello che vogliamo capire con il nuovo studio che stiamo conducendo a Vò e che speriamo sia pronto per giugno. Le persone che hanno il virus per 50-60 giorni, li fanno gli anticorpi? Le persone asintomatiche che tipo di reazione hanno, anche a livello di anticorpi? Oppure: le diverse reazioni al virus arrivano tra piccole differenze genetiche tra le persone? Non lo sappiamo, stiamo cercando di capirlo”

Cosa pensa del dibattito relativo alla possibile riapertura delle scuole o quantomeno che indicazioni arrivano dal ‘caso Vò’ in merito a come poter riaprire asili e scuole dell’obbligo?
“I dati sui bambini che abbiamo fatto a Vò (uno dei pochissimi studi al mondo in questo senso) parlano molto chiaro: i bambini sono tutti negativi. Non sono portatori sani. I bambini, per quanto abbiamo visto noi, non portano il virus. Se si positivizzano si tratta di una infezione molto leggera e veloce. Abbiamo preso tutti i 255 bambini di Vò sotto i dieci anni, li abbiamo sottoposti tutti a tampone. Tutti negativi. La cosa più interessante è che 25 tra loro vivevano in case dove c’erano genitori o parenti che erano positivi e che hanno trasmesso l’infezione ad altri adulti. Ma non si sono infettati comunque. I bambini da noi analizzati hanno una ‘finestra’ virale estremamente breve e debole. Il che non vuol dire che si possano riaprire automaticamente le scuole, perché il problema rimane comunque l’assembramento di adulti. Immaginare invece soluzioni dove gli adulti siano ridotti al minimo mentre i bambini possano stare tra loro liberamente è possibile. Ingressi scaglionati su più ore, per esempio. Abbattere la folla di genitori, proteggere gli insegnanti adeguatamente, sanificare costantemente gli ambienti, utilizzare spazi aperti”.

– E al Governo che consigli si sente di poter dare, vista la vostra esperienza?
“Prima di tutto che certe decisioni non possono essere prese sulla base di interessi economici. Quello che è mancata fin dall’inizio è una ‘metrica’ per decidere. Si riapre perché la gente protesta o perché il rischio è basso? O si riapre per interessi che spingono a riaprire? Ha senso riaprire tutta l’Italia tutta insieme? Non sappiamo su quali basi scientifiche si stiano studiando le riaperture. Voglio ricordare che nelle primissime settimane a Milano e Bergamo si spingeva già per ‘ripartire’, qui eravamo a lavorare come formichine sui tamponi e sui singoli casi. Poi si è visto che è successo a Bergamo qualche settimana dopo, si vede come ancora Milano non ne sia uscita. Ci mancano ancora troppe informazioni. Perché al Sud, per fortuna, non c’è stata una diffusione come in Lombardia e Piemonte? Si ragiona su questioni ‘ambientali’, dalla temperatura media a tante altre possibili cause ma siamo ancora nel campo dell’aneddottica, non della prova scientifica. Ora quello si dovrebbe fare è arrivare preparati all’autunno. Perché se come pare l’estate, il caldo, potranno dare una tregua poi arriva un altro autunno e un altro inverno. Sono altri sei mesi. Cosa vogliamo fare per allora? Perché a gennaio potevamo ancora avere la scusa che l’epidemia era scoppiata da un tempo relativamente breve in Cina, ma a ottobre questa scusa non la avremo più. Per questo autunno dovremmo essere organizzati a tutti i livelli, dalla prevenzione ai tamponi alla disponibilità di reagenti e di dispositivi sanitari per tutti. Ve li imaginate altrimenti altri sei mesi cosi?”

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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