L’ha confermato anche la riunione straordinaria del G20 dedicata al turismo di venerdì 24 aprile: il settore dei viaggi è tra i più colpiti, economicamente, dal Covid-19. I dati dell’Organizzazione per lo sviluppo economico sugli effetti della pandemia sono un bollettino di guerra: per il 2020 è previsto una diminuzione del turismo mondiale tra il 45 e il 70%, con 75 milioni di posti di lavoro a rischio.

L’Italia, il dream country, è in prima linea. Per ripartire si punta forte sul turismo di prossimità e la meta più semplice pare la montagna. Perché gli spazi sono più ampi, mantenere le distanze sarà più facile. Perché l’aria è più sana, come confermano gli pneumologi: i medici dell’Associazione dei malati in ossigenoterapia e ventilazione la considerano una vera e propria cura, per tutti. Però anche lassù qualcosa deve cambiare. Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini dell’affollamento sulla neve del 7-8 marzo, l’ultimo week end di apertura. Ressa agli impianti, nei rifugi, in pista, file ovunque.

Una recente indagine di Demoskopica ha fatto i conti in tasca alle regioni italiane: per il Trentino Alto-Adige, ad esempio, che propone un turismo quasi esclusivamente montano, si prospetta un calo di 13,5 milioni di presenze, con una contrazione della spesa turistica pari a circa 1,3 miliardi di euro“Una stima per difetto se si considera che il calcolo del calo della spesa e dei flussi turistici, relativo alla sola componente italiana, è circoscritto esclusivamente al periodo pasquale e ai mesi più tradizionali del periodo estivo: luglio e agosto, ipotizzando uno scenario di graduale ripresa a partire dal prossimo mese di giugno”, precisa Demoskopica.

Nei consorzi e negli enti turistici si sta già lavorando, con la volontà di mantenere il contatto con gli ospiti tradizionali e di creare interesse in chi non potrà andare all’estero.

Immaginiamo il viaggio futuro come una ricerca di esperienze autentiche, contraddistinto dalla necessità di essere ospitati dalla natura”. E’ questa la ricetta che propone Erwin Hinteregger, Direttore Generale IDM, il facilitatore di sviluppo economico dell’Alto Adige. “Puntiamo su un territorio preservato con cura da chi lo abita, su persone che mantengono vivi usi, costumi e tradizioni, su piccole realtà ed imprese familiari che lavorano per migliorare la qualità dei loro prodotti e servizi, che ambiscono ad un’innovazione sostenibile. È questo il futuro del turismo in Alto Adige”, sostiene.  Simile l’approccio di Trentino Marketing. Il loro ufficio stampa fa sapere che natura e outdoor saranno al centro della proposta turistica estiva. Sempre con la massima attenzione alla sicurezza per tutti.

Ma in pratica, quali saranno le difficoltà? “Sono fiduciosa, le nostre attività potrebbero ripartire senza grossi problemi”, commenta Anna Torretta, alpinista e guida alpina a Courmayeur. “Il 23 aprile si è tenuto il consiglio nazionale dell’Associazione guide alpine italiane che, in accordo con la Società italiana di medicina di montagna, ha concordato delle linee guida, inviate al Governo e alle Regioni per la ripresa dell’attività”, spiega la Torretta, una delle 1129 guide attive sul territorio nazionale. “Siamo sempre all’aria aperta, con gruppi piccoli, calibrati sulla difficoltà dell’attività. Sul Bianco, ad esempio, si sale con uno o due clienti. Nella Vallée Blanche, con gli sci, siamo al massimo in 6, ma le distanze qui si mantengono facilmente. Servirà buon senso, ma nessuno di noi si vuole ammalare, staremo attenti. Però per far ripartire la montagna anche la nostra presenza è fondamentale. Spero che potremo muoverci senza essere soffocati dalla burocrazia: arrampicare con i guanti sarebbe ridicolo, ci disinfetteremo le mani prima e dopo e ci copriremo naso e bocca, si tratta di scelte di buon senso”, aggiunge. I problemi potrebbero crearsi in funivia. “Possiamo evitarle e comunque le società degli impianti di risalita stanno attendendo le direttive per poter riaprire, scaglionando gli accessi in modo sicuro”, aggiunge.

Sarà un po’ più complesso per gli accompagnatori di media montagna e le guide escursionistiche e naturalistiche, che si occupano di trekking. Quindi con gruppi in media di 10, 15 persone. “Siamo stati i primi a smettere, saremo tra gli ultimi a ripartire”, commenta Fabrizio Vago, membro del Collegio veneto degli accompagnatori di media montagna. “Sto mantenendo i contatti con i clienti, organizzando il lavoro futuro. Considero il 2020 come un anno sabbatico, per riprendere attendiamo protocolli precisi, sia sulla nostra professione che sulla possibilità di accedere ai rifugi. C’era chi prospettava, per noi, un’estate dedicata al campeggio libero, con i nostri clienti. Ma non è ecologicamente sostenibile: noi vogliamo tutelare la montagna. Attendiamo quindi risposte concrete e reali per portare i nostri gruppi, magari piccoli, in quota” spiega.

Sono in attesa anche i rifugisti. Il Club Alpino Italiano, proprietario di circa 800 tra rifugi e bivacchi, in tutta Italia, ha stanziato un milione di euro per affrontare l’emergenza.  “Pur essendo vero che possono esserci difficoltà a riaprire i rifugi, soprattutto quelli di alta quota, deve essere chiaro che il Cai si è attivato e sta lavorando per scongiurare questa ipotesi”, commenta Antonio Montani, vicepresidente e responsabile del settore rifugi Cai.  “Faremo di tutto, sia intervenendo nelle sedi istituzionali, sia mettendo a disposizione delle nostre sezioni e dei rifugisti tutte la risorse disponibili per poter contribuire alla riapertura “, aggiunge. Gli fa eco Roberta Silva, gestrice del rifugio Roda De Vael sul Catinaccio, in Val di Fassa. “Siamo presidi di montagna, vogliamo esserci per mantenere la montagna fruibile, viva. E’ davvero importante. Noi siamo già attivi, in un confronto costante con la Provincia di Trento e la Società Alpinisti Tridentini. Attendiamo le norme igienico sanitarie: saranno fondamentali per capire come ripartire”.  Attendono, ormai nemmeno più tanto pazientemente, anche gli albergatori e i ristoratori d’alta quota. “Contiamo di poter ricominciare a lavorare a metà giugno, ma abbiamo bisogno di sapere, al più presto, come prepararci. Come sanificare le stanze e gli ambienti comuni, come far accedere le persone ai bar e ai ristoranti, come gestire i centri benessere. E’ fondamentale per essere pronti ad accogliere gli ospiti, per calibrare spese e investimenti”, commenta Paola Schneider, presidente di Federalberghi Friuli Venezia Giulia, albergatrice a 1300 metri di quota. Ci sono già prenotazioni? “Da luglio in poi sì, prima solo disdette. Agli stranieri abbiamo restituito la caparra, con gli altri abbiamo concordato nuove date. Contiamo di creare dei pacchetti dedicati al relax, al godersi l’ambiente prendendosi cura di sé, con passeggiate nei boschi, bici, lezioni di yoga, una cucina sempre più dedicata al territorio. Ci pare che sia un modo per coccolare al meglio i clienti, in sicurezza, e, al tempo stesso, per rispettare il nostro mondo, offrendo una montagna autentica”, aggiunge.

Gli alberghi diffusi paiono la struttura ideale per ospitare i turisti post Covid-19. Si tratta di appartamenti in immobili diversi, in un unico territorio. Un po’ casa e un po’ albergo, quindi, con una reception unica, che fornisce servizi. Ma godendosi la riservatezza, e la distanza sociale, nel proprio alloggio. Sono una sessantina, in tutta Italia, prevalentemente in montagna e in campagna. “Siamo già in ballo: mancano gli stranieri, ma abbiamo tante chiamate da clienti nuovi che prenotano anche per periodi lunghi”, spiega Sandra Varaschin, consigliere d’amministrazione e responsabile marketing dell’Albergo diffuso di Sauris (Ud), il primo nato in Italia. “Metà alloggi sarebbero già pieni il 2 giugno, chi ha disdetto  ha ricevuto un voucher per posticipare il periodo di ferie, anche al 2021. Vogliamo proporre esperienze indimenticabili, offrendo momenti di vero svago dopo questo periodo così difficile. E vogliamo rendere la nostra struttura sempre più eco- friendly, snella e  digitalizzata, per check in e check out veloci, in modo da  evitare assembramenti e attese. L’incognita più grande al momento è la sanificazione, vedremo come dovremo organizzarci”, aggiunge .

Intanto il climatologo Luca Mercalli, che in montagna ci vive stabilmente, lancia una proposta. Semplice. Perché è un dato di fatto che le ondate di calore aumenteranno, perché sempre più persone vorranno salire di quota per scampare all’afa e alle temperature insopportabili. Abbiamo paesi di montagna invasi da edifici degli anni Sessanta e Settanta da riqualificare o addirittura da ricostruire, puntando sulla bioedilizia. Ci sono villaggi antichi, in abbandono, da recuperare e trasformare, puntando a un modello di sostenibilità ambientale. Come quello di cui racconta sul suo sito, in home page http://www.lucamercalli.it. La montagna del futuro, non solo a livello turistico, è da ripensare. E l’emergenza Covid-19 può essere un’ottima occasione per uno stravolgimento totale, in versione green.

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giornalista

Triestina, giornalista professionista con studi storici alle spalle, parecchio curiosa, ha iniziato a lavorare in cronaca, per poi passare ad argomenti più leggeri, ma non per questo meno importanti: salute, ambiente, movimento, alimentazione, turismo. Scrive soprattutto per i femminili e i periodici: Donna Moderna, Bell’Italia, Bell’Europa, Starbene.

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