“Constatiamo che la Cei ha avuto un comportamento a corrente alternata. In un primo e lungo periodo ha sostenuto il governo Conte e si è zerbinata, accogliendo, in silenzio, il divieto delle cerimonie. Poi, mentre Bergoglio resta fedele ai dogmi del premier, della Ue e dell’Oms, una parte considerevole di vescovi, pressata da parroci e fedeli, e forse in deficit di questue, sembra ridestarsi e si accorge che la libertà di culto viene palesemente violata: non per musulmani ed ebrei, i quali invece, non hanno accettato restrizioni. A noi cattolici tradizionalisti sembra di assistere ad uno squallido teatrino, ove mancano Dio e il Santo sacrificio dell’altare. Ciò che appare lampante è che, in questa bolgia, tutti dicono e fanno quello che vogliono. Mai la chiesa di Cristo si dimostra più acefala di oggi, non solo sul piano dottrinale e morale, ma anche disciplinare». Così Matteo Castagna, veronese, responsabile nazionale del “Circolo Christus Rex-Traditio” il 28 aprile in una dichiarazione raccolta da Marco Milioni.

Parole che rendono bene il clima che si respira nelle frange cattoliche più integraliste che stanno utilizzando l’emergenza Covid per portare un nuovo attacco a Papa Francesco. Le richieste di riapertura delle Chiese si moltiplicano, anche con ‘azioni’ estemporanee di alcuni parroci che nelle scorse settimane hanno comunque celebrato messa davanti ai fedeli incorrendo nelle sanzioni (e negli interventi fisici) delle Forze dell’Ordine. La Conferenza Episcopale si è nettamente schierata, chiedendo una immediata riapertura delle chiese e della possibilità di celebrare messa, rispettando le distanze di sicurezza. Così, mentre le varie anime della Chiesa Cattolica si stanno sfidando a colpi di dichiarazioni tra ‘favorevoli’ e ‘contrari’, come sempre in questo Paese ci si dimentica che esistono anche altre fedi. Colpisce infatti leggere nelle parole di Castagna “musulmani ed ebrei fanno quello che vogliono“. Niente di più falso. Sia la comunità ebraica che quella islamica di stanno attenendo fin dal principio alle disposizioni sanitarie, sinagoghe e moschee sono chiuse dai primi di marzo.

“Noi abbiamo subito chiuso moschee e sale di preghiera quando ancora non era arrivata nessuna direttiva precisa sui luoghi di culto – dice a EC Yassine Lafram, presidente delle Comunità Islamiche Italiane – una scelta che abbiamo fatto perché cittadini consapevoli di questo paese e preoccupati come tutti per le conseguenze sanitarie che anche una una situazione di preghiera può creare. Come musulmani non potevamo fare altro che seguire da subito tutti i consigli sanitari. Abbiamo scritto al Governo dei chiarimenti in vista di questa nuova fase. Quello che chiediamo (e ci aspettiamo che non serva nemmeno chiederlo) è che tutti i luoghi di culto siano trattati allo stesso modo. Certo è per noi importante che i luoghi di preghiera vengano considerati come importanti in una nuova possibile fase di apertura e non equiparati a bar, ristoranti, partite di calcio o concerti. Abbiamo anche noi centinaia di richieste, persone che ci chiedono tutti i giorni quando riapriranno le moschee. È importante per noi avere una sorta di ‘road-map’ per le prossime settimane anche perché la comunità islamica è entrata nel Ramadan, siamo abituati a ritrovarci in preghiera ogni sera e la festa di chiusura del Ramadan è una delle più importanti in assoluto, una grande festa dove abitualmente si riuniscono migliaia e migliaia di persone tutte insieme, è proprio la festa che celebra il nostro senso di comunità e siamo molto preoccupati (23 maggio, ndr). Può immaginare in che condizione di ‘lutto’ si trovi ora il fedele musulmano. L’importante è che lo Stato italiano consideri le esigenze di tutte le religioni.”

L’Ufficio di presidenza della Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (CCERS*), composto dal presidente, pastore Luca Maria Negro e dai vicepresidenti, pastori Carmine Napolitano e Davide Romano, ha indirizzato negli scorsi giorni una lettera alla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, sull’esercizio del diritto alla libertà di culto, con particolare riferimento alle esigenze delle chiese evangeliche e più in generale delle minoranze religiose, “esigenze che sembrano totalmente assenti dal dibattito di questi giorni – dichiara il pastore Negro – Vogliamo rispettare e garantire pienamente tutte le norme di sicurezza, distanziamento sociale e di contrasto alla pandemia. Nello stesso tempo abbiamo voluto porre alcune questioni rispetto alla libertà di culto sancita dalla Costituzione. In particolare, per quanto riguarda le chiese evangeliche, si pongono problemi concreti per i quali chiediamo una soluzione: la possibilità di spostarsi per i ministri di culto cui sono affidate più comunità pastorali sul territorio italiano; la necessità di consentire quanto prima la ripresa dei culti pubblici, sia pure in modo contingentato; di conseguenza la possibilità per i fedeli di raggiungere i luoghi di culto, talvolta distanti dalle abitazioni, con relativa autocertificazione. Chiediamo che venga stipulato un protocollo ad hoc, quando le circostanze lo permetteranno, proprio perchè non vogliamo che la nostra attività rappresenti in alcun modo un rischio per la salute pubblica. Abbiamo voluto ribadire che dal nostro punto di vista la Chiesa non è un luogo fisico ma una comunità di credenti che vive nella comunione in Cristo, anche quando i templi sono chiusi; nello stesso tempo ci auguriamo che quanto prima sia possibile tornare a vivere anche la comunione fraterna nell’incontro fisico con i fratelli e le sorelle. Auspichiamo pertanto, anche alla luce di quanto dichiarato dal premier Conte, che il libero esercizio del culto pubblico, sancito dall’articolo 19 della Carta costituzionale, venga pienamente garantito a tutti i credenti, nel rispetto delle specificità di ogni confessione religiosa, con discernimento, prudenza e adottando i necessari dispositivi”.

Pur nella libertà di culto garantita dalla Costituzione, però, non possiamo non osservare come il dibattito in corso sui luoghi di culto sia a tutti gli effetti ‘politico’ e non solo confessionale. Perché la chiusura o la riapertura di un qualsiasi luogo pubblico investe ormai tutta una serie di considerazioni che si allontano sempre più dalla mera prescrizione sanitaria è invadono invece altre aree del vivere civile. In sostanza: perché una Chiesa sì e un campo di calcio, un teatro, un cinema no?

“Come laico sostengo il fatto che la questione religiosa sia un tema individuale – dice a EC il filosofo della Scienza Giulio Giorello – Una vicenda umana che riguarda il singolo individuo e le sue legittime scelte. Ma attenzione: per alcune forme di attività religiosa la questione non è individuale, perché molti religiosi hanno la pretesa di poter in un qualche modo ‘informare’ la società del loro culto. Fare sì cioè che il loro culto diventi una componente politica, una cosa che a me personalmente ripugna, considerandomi un epigono dell’illuminismo. Siamo cioè davanti a un tipo di religiosità che pretende di avere il suo spazio politico. Oggi riunirsi per pregare insieme, così come per fare una partita di calcio con gli amici, può essere un grosso rischio. Più cauto è infatti l’attuale Pontefice, che infatti viene attaccato dagli estremisti cattolici. Perché c’è ancora la pretesa da parte di molti religiosi di dare loro, attraverso la loro fede, una ‘forma’ al sociale. Io certo non penso che la scienza possa risolvere tutto in un colpo, anzi. La scienza da risultati congetturali, sempre rivedibili, ma questa ‘imprevedibilità’ della scienza in condizioni storiche drammatiche è un bene, non è un male. Penso che alcuni rappresentanti religiosi farebbero bene ad assimilare la lezione di Popper e di altri filosofi della scienza secondo cui la disponibilità a rivedere costantemente le proprie certezze è la forza stessa della scienza e in questo senso la religione dovrebbe sapersi sempre mettere in umile ascolto”.

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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