Con la cultura si mangia? Sì. Almeno così è per me e per altri oltre 500.000 lavoratori dello spettacolo italiani. O meglio, era. Siamo un popolo sconosciuto per molti. Siamo sul retro dei palchi dei concerti o dei teatri. Negli angoli e nelle retrovie delle trasmissioni tv in prima serata, dei videoclip, degli spot, delle varie scene di film e serie tv. Non ci vedete, eppure ci siamo. Invisibili, ma ci siamo. Siamo quelli che stanno dietro le quinte, che con il loro lavoro, la loro passione e professionalità, rendono possibile la realizzazione di tutto ciò che poi è “lo spettacolo”.

In particolare io lavoro per il cinema. Abbiamo orari lunghi, tempi frenetici (in Italia la giornata lavorativa standard di un set è di 10 ore, su film stranieri di 12), siamo sempre in movimento e spesso dobbiamo esser pronti a spostarci in luoghi diversi, adattarci a condizioni difficili e inaspettate. Di giorno e di notte. Con qualunque situazione metereologica. Io faccio il 2nd AD (secondo assistente alla regia) e il mio “ufficio” è un giorno il marciapiede, un altro un bosco, poi magari il pianerottolo di un palazzo, quando sono fortunata un camion. Fa parte del gioco. Un set, per quanto piccolo, comprende sempre come minimo 30/50 persone. Solo di troupe. Poi ci sono gli attori, i generici, gli addetti al catering, il personale che si occupa delle varie location, gli aggiunti giornalieri e così via.

Un set è quanto di più lontano possa esserci dal distanziamento sociale. Per farvi capire, ogni volta che vedete una scena con due attori che parlano andando in auto, sappiate che io ho passato un’intera giornata con 15 persone su un camioncino, gomito a gomito. Per questa ragione all’avvento del famigerato Covid-19 tutte le lavorazioni in essere (40 film) e in procinto di partire (circa 70) si sono bloccate. Non per decreto governativo (il codice ATECO del cineaudiovisivo non è tra quelli sospesi, di fatto se così fosse non vedremmo nemmeno i telegiornali), ma per autotutela. Nessuna polizza assicurativa del cinema prevedeva né tutt’ora prevede una copertura in caso di contagio.

Noi veniamo assunti a termine, a volte anche a giornata. Siamo abituati alla precarietà, a un lavoro intermittente, anche con lunghe pause di inattività tra un film e l’altro. Uno strumento a cui ricorriamo abitualmente nei momenti di “buco” è la Naspi (il sussidio di disoccupazione, pagato dall’Inps, ndr.), che è per noi uno strumento ordinario, che concorre a sostenere il nostro reddito e che finanziamo con le tasse prese direttamente dalle nostre buste paga. In sostanza, ci autofinanziamo. Con un ammortizzatore sociale che comunque ha dei criteri di accesso ben precisi e durata limitata. In sintesi: no lavoro, no Naspi.

Una parte della nostra attività lavorativa comincia ancora prima di essere contrattualizzati, lavoriamo, ma quel lavoro non ci è riconosciuto, ovvero non c’è un compenso. Quando questo accade, come per le numerose lavorazioni il cui inizio era previsto per marzo-aprile e mai partite, il tutto si traduce in lavoratori che non hanno accesso (a parte la Naspi di cui abbiamo parlato) ad altre misure di sostegno al reddito. Nemmeno alla cassa integrazione in deroga prevista in una situazione di emergenza come questa dal DPCM di marzo.

Normalmente sono questi i mesi, marzo-ottobre, in cui si gira la maggioranza di film, serie, pubblicità. In cui abbiamo più probabilità/possibilità di accumulare giornate e di guadagnare. Questa situazione di blocco totale incide sul nostro presente, ma anche sul futuro a lungo termine. Non maturare giornate contributive significa di fatto impedirci di raggiungere i requisiti necessari per l’anno pensionistico, oltre a precluderci la possibilità di richiedere la Naspi per l’anno (o magari gli anni) a venire. Quindi all’annuncio dell’emissione di un bonus da parte del governo, come forma di sostegno per chi come noi, assieme a tanti altri era rimasto improvvisamente senza lavoro e senza reddito, si sono accese grandi speranze.

Una volta pubblicato il famoso decreto Cura Italia abbiamo avuto però una brutta sorpresa: la nostra categoria era l’unica per la quale si prevedevano dei requisiti, delle limitazioni (minimo 30 giornate contributive e tetto di reddito a 50.000 euro) per accedere al bonus indennità di 600€… Perché solo noi?
Il risultato è stato che il 70% dei lavoratori dello spettacolo non ha ottenuto i famosi 600€ (dato da censimento svolto dalle associazioni di categoria) e che a fronte di uno stanziamento dello Stato di 48,6 milioni di euro ne sono stati distribuiti solo 15.

Ora si parla tanto di ripartenza e la nostra, proprio per la particolarità del lavoro, sappiamo già che non sarà immediata, ma lenta, lunga e difficile. In tutte le tabelle di riaperture rese note in questi giorni si parla di sale cinematografiche e non di produzioni cinematografiche. Come detto il distanziamento sociale e le norme di sicurezza anti-contagio saranno difficili se non impossibili da applicare su un set cosi come le polizze di settore continueranno a non includere il rischio contagio Covid-19. Questo significa che se per un caso qualunque anche solo una persona risultasse positiva, tutta la lavorazione sarebbe costretta a fermarsi, senza poter ricorrere al paracadute della copertura/rimborso assicurativo.

Le produzioni subiscono pressioni dai committenti, a cui i prodotti servono oggi più che mai, tanto da non spostare le date di consegna, ma non sembra siano in condizione di affrontare lo sforzo economico (aumento dei costi per eventuali quarantene e test, dilatazione dei tempi di ripresa, ecc) e i rischi che la riapertura di un set oggi o nell’immediato futuro comporterebbero.

Il problema è che tutto questo rischia di avere ricadute su noi lavoratori, costringendoci a firmare dei documenti in cui si solleva la produzione da ogni responsabilità in caso di contagio, rinunciando così a ogni pretesa sia economica, sia assicurativa, o ad accettare paghe molto più basse del normale. Purtroppo il pericolo è che a breve molti lavoratori siano costretti a scegliere tra lavorare in condizioni di insicurezza o rimanere a casa senza sostegno economico. Come se la nostra salute e quella dei nostri amici, parenti, conoscenti valesse meno. Non è giusto.

Abbiamo bisogno che ci sia data la possibilità di superare questo momento complicato e delicato con misure di sostegno straordinarie per il settore a cui tutti noi si possa ricorrere. Che si pensi in modo specifico, mirato, a come possa essere di nuovo possibile fare il nostro lavoro in sicurezza. Per tutti.
Non vogliamo più essere discriminati, dimenticati, essere considerati inutili. Non vogliamo più essere invisibili. Vogliamo attenzione, risposte, sostegno, tutela. Fare spettacolo, fare cinema, non è un hobby, un passatempo, è una professione, un lavoro, il nostro lavoro. Siamo lavoratori come tutti gli altri anche se invisibili.

The show must go on. Solo se verremo riconosciuti, rispettati e garantiti sarà possibile farlo. Altrimenti davvero con la cultura non si mangerà più e non ci saranno più concerti, spettacoli teatrali, film, serie. Ma tanto non si tratta di cose necessarie, no?

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Claudia De Falco, milanese di nascita ma romana d’adozione, interista, di sinistra, appassionata di cinema. Dopo aver ricoperto più o meno tutti i ruoli della trafila-gavetta nel reparto regia, negli ultimi 10 anni è 2nd AD per produzioni nazionali e internazionali di commercial, serie tv e film. E’ socia dell’Aiarse (Associazione aiuto registi segretarie di edizione)

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