Il medico dice di mangiare. “Piccoli spuntini continui”. Il mio corpo rifiuta il cibo. Basta un niente e sopraggiunge la nausea. Il medico dice, che è normale. Se mangio una mela faccio fatica a ripensare di ingurgitare qualsiasi cosa per tutto il giorno. Da qualche ora si parla di eparina. Aspetto la fornitura della farmacia. So già tutto. Sono piccole siringhe. Mi hanno spiegato come si deve procedere. Pizzicotto sulla pancia. “Un po’ di ciccia” e aghino dentro. Non bisogna fare come nei film. Niente schizzo da far uscire dall’ago. Tutto dentro. Brucia un po’, ma passa quasi subito. L’eparina serve per sciogliere il sangue, fluidificare, evitare i trombi. La realtà è che è la “droga” che riporta la normalità o almeno questa è l’implicita promessa.

 

La situazione è precipitata non so bene quando, ma la certificazione che qualcosa era cambiato è arrivata dal saturimetro. Prima di covid non sapevo neppure cosa fosse. È una specie di ditale elettronico. Misura battiti e poi c’è il numero fatidico. Quello che dovrebbe essere 99 o giù di lì. Non ho mai abbandonato il 90, poi mi è stato detto che era il 95 il limite. Purtroppo superato, in negativo, di un po’. La disposizione del medico allora è diventata un ordine perentorio. Sotto 95 il pronto soccorso. Il mio battito, quasi bradicardico è cresciuto. Vedo spesso l’ombra del 100. Il respiro, prima del saturimetro era il mio metro. 60 respiri al minuto. Troppi, tra il doppio e il triplo della mia normalità. Ma evidentemente necessari perché la macchina corpo resti in efficienza. È sorprendente la fatica dei piccoli gesti quotidiani. Il covid 19 mi ha reso vecchio. Una telefonata mi affatica. Se è più lunga dei convenevoli poi mi addormento per ore. Una narcolessia inedita per me che con 5 ore ricarico normalmente le batterie.

 

La quarantena è di prassi. Quarantena vuol dire che tutto diventa inarrivabile. L’autocertificazione parla chiaro. È penale uscire. Cibo, medicine diventano un miraggio. Dipendi da inediti servizi di consegna a domicilio. Dipendi da amici vecchi e nuovi. Dipendi, se ne hai, dagli amori clandestini, quelli senza certificato di matrimonio al seguito. C’è una mirabile rete di solidarietà umana che non ha prezzo.

 

Per mesi ho raccontato con la mia redazione questa malattia. Vista da dentro è un’altra cosa. O meglio è l’altro lato della medaglia. È il pezzo che ti hanno testimoniato, ma che non sai. Io inviato per una vita, mi trovo improvvisamente qui, dentro la notizia. È il mio lavoro. Raccontare, scrivere mi sembra normale. Lo faccio da tanti di quegli anni, in maniera formale o informale, che neppure mi ricordo quando non era così. Quello che è cambiato è la fatica. La cosa bizzarra che mi capita è che quando arrivo in fondo al periodo, al capoverso, rileggendo è tutto sbagliato. Le parole sono decapitate da covid. È come se la mente fosse staccata dal corpo. Come se dettasse a un principiante della tastiera. Le mie dita da quando ero bambino frequentano macchine per scrivere e, poi, tastiere. Sanno le lettere, ma oggi non le trovano. Inciampano. Incespicano. Saltano. Se non avessi la curiosità del mestiere, avrebbe il sopravvento la frustrazione del non riuscire. Le lacrime sono più di un’ipotesi.

 

È questo essere vecchi? Si è fatto un gran parlare della malattia che uccideva gli anziani e quanti ne ha uccisi. Nessuno però aveva raccontato che per settimane covid ti porta l’orologio biologico avanti o forse sarebbe meglio dire, la nascita la retrodata di anni. Perché il presente è sempre lo stesso, è il gesto che è più faticoso.

 

121 pulsazioni, 96, dice ora il saturimetro. Ho già scritto troppo pare. Vado a riposare.

 

 

La congiuntivite è il mio cane da guardia. È lei che abbaia quando qualcosa comincia a non andare per il verso giusto. Sabbia negli occhi e palpebre come quando si è preso troppo Sole. Da ragazzini, c’era la moda della lampada per chi non aveva i soldi delle montagne. La tua pelle millantava campi da sci o spiagge caraibiche. Le palpebre bruciate dai solarium. Una sensazione ripescata in scene vecchie di sette lustri e che oggi, in questa nuova normalità, vuol dire che la temperatura sta superando i 37. Io sono fortunato. Sto bene. Non ho mai visto neppure il 38.

“È stato in Cina?”, “Ha incontrato un positivo?”, “Ha più di 37 e mezzo di febbre?”. Si chiamava ancora coronavirus quando mi hanno fatto per la prima volta questa serie di domande. Il numero ministeriale contro il contagio, che ancora non era pandemia, non mi ha mai risposto. Era il centralino preposto della Regione Lombardia a farmi queste domande. Quanti ne ha uccisi la pregiudiziale cinese? Sono contagioso? E da quanto lo sono?

Il dramma di fare il mio mestiere, il giornalista, è che so molte cose. Che sono informato dei fatti. È questo che mi ha fregato. Con tutta la gente che è morta, ormai andiamo verso i 30 mila, come fai a definirti malato? È come lamentarsi per una puntura di zanzara. Ti gratti, se riesci neppure quello, e stai zitto. Mosca. Muto. Sicuramente non sei malato, non vai in pronto soccorso.

Cioccolato e vino dovevano insospettirmi. L’ho capito dopo. Credevo fossero delle coccole anti solitudine, in realtà erano bombe energetiche. Il vino quasi subito abbandonato per la fatica che derivava dallo smaltimento anche di un solo bicchiere. Il cioccolato anelato come acqua. Io sono intollerante al cioccolato. Ne sono goloso come tutti o quasi tutti, ma oltre un tot ho un rifiuto fisico. A Pasqua me ne sarei mangiato quintali e quintali. Energia. Dai primi sintomi ho perso 6 chili. Ora ne peso 83 per quasi 1 metro e 90. I dpcm hanno ingrassato tutti quanti sono stati obbligati a una clausura ai fornelli, non me. Il medico mi spiega che quelli sovrappeso hanno in media sofferto di più con covid. Quelli più o meno in forma, devono mangiare per guarire. Covid è una maratona del fisico.

 

Fiatone, mi fermo. Altra pausa.

 

 

Ho sognato ambulanze, in poltrona. Mi sono svegliato poco fa e il suono è uscito dal sonno ed è entrato frastornante nella realtà. Non ci sono altri suoni ormai in casa mia. Le sirene e basta. Tutto il resto è silenziato per non interrompere il sonno, il riposo. Quando infatti accadeva, uno squillo o la notifica di un qualche social, entravo nella veglia frastornato. Come se il sistema corpo dovesse scontare un riavvio lento, come quei computer di un tempo, che quando li accendevi, mimavi con i presenti la manovella, come dire che il calcolatore necessitava del suo tempo. Il mio corpo ora va a vapore. Sbuffa e fa piccoli tratti, piano.

 

Le ambulanze non mi fanno paura. Non temo gli ospedali. Faccio parte dei salvati. Quelli che senza una sala operatoria, nel mio caso più di una, non ci sarebbero più. Ciononostante ammetto che l’arrivo di un’autolettiga lo vivrei come una sconfitta. Due linee di febbre, qualche colpo di tosse, qualche dolore al petto, la congiuntivite, non sembrano questa grande battaglia. Il dato intangibile che esce dal saturimetro, non ha l’abitudine e la dignità di un termometro, ammetto, non riesco a dargli tutta questa importanza.

 

D’altra parte l’arrivo dei medici e il portarmi via, sarebbe la prova provata della malattia. Perché la cosa assurda di questo covid è che non sai neppure se lo hai o meno. Sono sospetto covid. Non ho la certezza della pena. E psicologicamente cambia tutto. Ti senti un po’ una mammoletta, non ti ritieni giustificato dallo stare male, così male da chiedere cure più importanti.

 

L’altro giorno è arrivato a casa un tecnico radiologo e i suoi ambaradan. Lastra toracica. Il referto è arrivato poche ore dopo. Polmoni puliti. Un accertamento cardiaco di sicurezza da fare, ma senza urgenza. Hanno tutti gioito. Io stupidamente no. Il pensiero è stato “e quindi, che cos’ho?”. Perso e un po’ inquietato che il nemico potesse essere un altro. Assurdamente rassicurato dal “spesso la lastra è pulita”. La fatica, i trombi, eccetera, eccetera. Senza tampone siamo rabdomanti del virus.

 

I tamponi. Ne scriviamo da mesi. Io in mesi di sintomi non ne ho visto uno. Ora sono in attesa anche del sierologico. La positività, gli anticorpi, sono la giustificazione di tutto. Non vedo i miei figli da fine febbraio. Sono tra i fortunati che hanno genitori attivi che adorano i nipoti. Sono con loro in quella che noi chiamiamo montagna, ma che neppure raggiunge i mille metri. Aria pulita e tutto il resto. “Sospetto covid” non li ho raggiunti per non mettere in pericolo i “nonni”. E così la mia ex moglie e loro mamma. Siamo tutti orfani senza neppure sapere se siamo positivi, contagiosi, contagiati.

 

“Esagerati” ci dicevano quelli del “è solo un’influenza”. Vittime di una colpevole comunicazione senza scienza. La presunta influenza ha ucciso, ma anche distrutto famiglie e nuclei. Figli, genitori, amori, amanti, amici intimissimi, l’abc della sopravvivenza sociale di ognuno di noi, è stata cancellata dalla presunzione di contagio. L’inefficienza amministrativa italica ha raso al suolo la comunità degli affetti. Una carezza, una parola d’amore, l’attimo del conforto, il piacere dei corpi, non passa da alcuna videochat, da un whatsapp o da un meeting on line. Persino io, famoso per il mio essere orso, mi sono alla fine annoiato dall’eco della mia caverna.

 

Pulsazioni sopra 110. Time out.

 

 

Si sa che il postino suona, per letteratura e copione, due volte. Il mio video citofono non consente questa finezza di comunicazione postale. Suona più volte, a prescindere. “Raccomandata” dice all’interfono una divisa gialla, può essere tante cose. Troppe. In casella ce n’è almeno una e non so per cosa sia. A me ne arrivano per questioni di lavoro, per querele temerarie, per questioni amministrative. Sarebbe una brutta sfida alla quarantena scendere a prenderla. Potrei far ammalare mezzo condominio, come è avvenuto in palazzi popolari. La buca delle lettere contiene la “raccomandata” e conserva. Chissà.

 

L’incertezza economica fa parte di covid. Ma non una generica e generale, fatta di PIL e di tendenziali a ribasso. È decidere cosa pagare e cosa no e quanto. Sulla carta sono un imprenditore. In realtà ho investito tutto quello che ho in un progetto editoriale che sta diventando di un gruppo di amici affratellati nel giornalismo e nella ricerca della verità d’inchiesta. La pandemia è arrivata a un pelo dal lancio ed è cambiato tutto. Siamo diventati miopi. Non riusciamo a vedere le economie oltre il quotidiano. Strategie e business model sono saltati tutti. Ci siamo presi il lusso di informare per missione e non per denaro, senza uno stipendio, senza compenso. Qual è la prossima cosa che non pagherò o di cui rimanderò l’acquisto?

 

Sabbia negli occhi. Pit stop.

 

 

C’è un adagio che ci racconta migliori dopo il covid. Io non mi vedo migliore, peggiore? Non posso certo dirlo io. Ne esco completamente diverso.

Sicuramente con l’esperienza della vecchiaia, della fatica del gesto.

Sicuramente sarò intollerante di quella politica dei tagli sanitari.

Sicuramente sarò meno condiscendente.

Sicuramente non saprò più rimandare. Programmare a lunga scadenza diventerà un lusso intergenerazionale. Dopo ebola, sars, covid, quale sarà la prossima sorpresa del nostro modello di vita? Quale il prossimo nemico invisibile che attenterà alla nostra vecchiaia?

Sicuramente ricorderò quando aspettavo delle siringhe con eparina per tornare a respirare normalmente.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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