E’ la quarta industria del paese, con oltre 4 miliardi di fatturato annuo, circa 250mila lavoratori occupati, un fisco diretto di quasi 2 miliardi, ma che indirettamente genera un totale di oltre 9 miliardi di euro che entrano nelle casse dell’erario. E’ sua maestà il calcio, sport nazionale per eccellenza. Che ha numeri da eccellenza per il sistema Italia. E non solo per i fatturati galattici delle sue stelle. La rivista statunitense “Forbes”, che ogni anno fa i conti in tasca ai “paperoni” del pianeta, ha calcolato che nel 2019 lo juventino Cristiano Ronaldo ha avuto introiti per 109 milioni di dollari: 65 da ingaggio e bonus e 44 da sponsor e pubblicità. Un ammontare che lo ha posizionato al secondo posto tra i calciatori più pagati al mondo, dietro al suo eterno rivale Leo Messi (127 milioni di dollari), gioiello del Barcellona. Fatturati che farebbero di Leo e CR7, se si quotassero, aziende del listino ristretto della Borsa di Milano. Quello delle top 100, la crema del capitalismo italiano.

Ma come si diceva prima, calcio significa circa 250mila lavoratori occupati. Ebbene, questi valgono 22 miliardi e mezzo di euro per l’intera economia nazionale (vivono, fanno la spesa, viaggi, figli, escono a cena o vanno a cinema teatro ecc…). In totale, secondo il report preparato dalla Figc per la Camera dei deputati e intitolato “Il conto economico del calcio italiano”, l’industria del pallone vale il 7% del pil. Sono numeri che chiariscono come gran parte delle polemiche su ripartire o meno con i campionati di serie A e B siano viziate dal chiacchiericcio dei soliti demagoghi da strapaese che parlano senza in realtà conoscere – o ignorando volutamente – i dati macro e microeconomici. Non si tratta di poche migliaia di viziati ricchi scemi che se ne sbattono e vogliono solo privilegi, ma di un’industria che cerca di salvare il salvabile.

Poi certo ricominciare o non ricominciare è dibattito giusto e divisivo, ma vale per tutti i comparti produttivi del nostro Paese. La domanda cruciale è, dovrebbe essere: salvare la gente dal coronavirus per poi farla “morire” di fame, disoccupata e in miseria è una buona idea? Ovviamente no. E di conseguenza, la seconda vitale questione è, dovrebbe essere: come fare a evitarlo? Un dibattito serio dovrebbe anche tener presente il documento dell’Istituto superiore di sanità a proposito di fase 2, pubblicato su EstremeConseguenze. Sbagliare la ripartenza sarebbe come andare in contropiede e segnare il gol decisivo, ma nella propria porta anziché in quella avversaria, in una finale di Champions League.

Ma torniamo al calcio. Con altri numeri, in questo caso date.

Dopo il dcpm del 26 aprile, che ha fissato per il 4 maggio la possibilità di riprendere gli allenamenti individuali e solo per il 18 maggio quelli di gruppo, è esploso il vaso di Pandora. La Lega di serie A, in pratica la Confindustria delle società calcistiche, ha immediatamente fatto sapere di considerare il 14 giugno l’ultima data utile per far ripartire il campionato, con 4 settimane per rimettere in condizione i calciatori. Fonti della Lega hanno poi aggiunto che al governo erano state chieste due date: una per la ripartenza degli allenamenti e una per il campionato, e che sarebbe stato disatteso un accordo politico raggiunto nei giorni precedenti il varo del dcpm.

Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha immediatamente risposto, definendo “ridicole le affermazioni di un complotto contro la Serie A: mi muoverò sempre nella consapevolezza che il mondo del calcio va salvato”. Ribadendo: “Devo scongiurare che la ripresa dello sport possa avere nuovi contagi, dobbiamo poterlo fare rispettando le necessarie regole. Daremo il massimo in modo che tutti si possa riprendere in sicurezza e usufruire del benessere che lo sport consente”. Aggiungendo: “Penso che la prossima riunione della Lega di serie A potrebbe riservare una sorpresa, la maggioranza dei club potrebbe chiederci di sospendere questa stagione e prepararsi nel migliore dei modi alla prossima. Semmai dovesse riprendere questo campionato, sarà sicuramente a porte chiuse. Li invito comunque a pensare a un piano b, le soluzioni possono essere tante. Entro questa settimana il Comitato tecnico scientifico stabilirà se il protocollo per la ripresa degli allenamenti è attuabile o meno”. E intanto in Francia, il primo ministro Edouard Philippe ha comunicato al Parlamento che probabilmente per calcio e rugby (sport che oltralpe vale addirittura di più) “le stagioni agonistiche si chiudono qui, non verranno portate a termine”.

Sono ancora tanti, dunque, i nodi da sciogliere per vedere una concreta possibilità che il pallone riprenda a rotolare in Italia. Ricominciare ad allenarsi il 18 maggio per poi magari non tornare in campo avrebbe il sapore di una beffa, dicono i padroni del calcio. A loro ha subito risposto il presidente della Federazione italiana (Figc). Gabriele Gravina ha chiesto alla Lega di dare un taglio alle polemiche, di fare “gioco di squadra”, e nel contempo ha aperto a un confronto con il Comitato tecnico scientifico che supporta il premier Conte per sistemare il “rigoroso protocollo” sanitario messo a punto dalla Federazione dei medici sportivi (Fmsi), dicendosi pronto a “integrarlo e modificarlo”, visto che il ministro Spadafora l’ha sostanzialmente bocciato, definendolo incompleto e insufficiente. “Siamo pronti a recepire le indicazioni dello stesso Comitato e del Coni, riconoscendo la Fmsi quale riferimento scientifico per armonizzare il tutto”, ha detto ancora Gravina. “Una volta migliorato il protocollo, ci potranno essere tutti i presupposti per il via libera definitivo al 18 maggio”.

Sull’ipotesi di un piano b, il numero 1 della Figc è stato invece tranciante: “Il piano b in caso di stop definitivo? Il mio senso di responsabilità mi porta ad avere un piano b, c, d. Ma se esso deve far rima con ‘è finita’ dico che, finché sarò presidente della Federazione, non firmerò mai per il blocco del campionato, perché sarebbe la morte del calcio italiano. Immaginate quanti contenziosi dovremo affrontare in caso di stop? Chi viene promosso? Chi retrocede? Quali diritti andremo a calpestare? Tutti invocano il blocco, lo faccia il governo, ce lo imponga, io rispetterò sempre le regole. Faccio comunque presente che con la chiusura totale il sistema perderebbe 700-800 milioni di euro, se si dovesse giocare a porte chiuse la perdita sarebbe di 300”.

I tempi, però, sono strettissimi: l’idea più plausibile resta quella di disputare le partite dopo la prima settimana di giugno, con 8 o 9 weekend e 4 o 5 turni infrasettimanali per completare la serie A entro il 4 agosto. L’incognita è la Coppa Italia, senza più date utili, ma la priorità è al campionato. Inoltre, le preoccupazioni per la salute dei giocatori sono più che legittime: oltre a essere più esposti al coronavirus (l’Inail li ha inseriti tra le categorie maggiormente a rischio), scenderanno in campo sotto il sole estivo e con pochi allenamenti nelle gambe, che sono state ferme oltre due mesi. “Discriminatorio e illogico far riprendere gli allenamenti degli atleti di sport individuali il 4 maggio e non quelli degli sport di squadra, che così rischieranno infortuni”, il comunicato con il quale il sindacato calciatori guidato da Damiano Tommasi è finalmente uscito dal suo letargico lockdown.
Un quadro ben presente in Figc. “Stiamo lavorando incessantemente per definire le migliori condizioni per il completamento dei campionati sospesi, pianificando in modo responsabile tutti i passi da compiere, ma anche per definire gli scenari futuri”, ha sottolineato ancora Gravina. “Ho convocato il Consiglio federale per l’8 maggio proprio per delimitare il perimetro regolamentare nel quale operare. In un momento delicato come quello che stiamo vivendo, un periodo dove è stato necessario dividere le discipline sportive in individuali e collettive, rivolgo un invito, da semplice tifoso di calcio, a mettere da parte le polemiche sterili, a lavorare insieme e a giocare di squadra per superare la crisi”.

Crisi sulla quale pesa come una spada di Damocle la questione dei diritti televisivi. Che è la vera questione dirimente, per padroni e istituzioni del pallone tricolore. Sky, Dazn e Img (la società che si è aggiudicata quelli per l’estero) devono pagare entro il primo maggio la rata da 222 milioni di euro del secondo bimestre per questa stagione. Stagione che però non è affatto sicuro che possa essere conclusa e quindi non è affatto sicuro che il pagamento di quella rata prevista dall’accordo sui diritti tv venga onorato. I club sono già sul piede di guerra, le emittenti pure (perché pagare per un prodotto che non c’è più?), si prevede una furiosa guerra a colpi di carte bollate in tribunale. Resta il fatto che senza quei quattrini il pallone esploderà.
I soldi dei diritti televisivi finanziano infatti in grandissima parte tutto il sistema calcio. Si legga a questo proposito la dettagliata inchiesta sulla Lega pro fatta da Andrea Robertazzi e Stefano De Vita e pubblicata sul magazine Calcio e finanza: “E proprio la terza categoria professionistica italiana, ultima per rilevanza mediatica, ma prima per presenza sul territorio con le sue sessanta squadre, rischia di essere la più colpita dai tanti mesi di stop forzato subiti in stagione. Ma perché il campionato di serie C è così fragile e bisognoso di tutele e sostegno? Le parole di Adriano Galliani in questo senso sono esemplificative: ‘La serie C non ha ricavi, perde 120 milioni all’anno che i presidenti devono coprire con investimenti propri’. Ecco perché il coronavirus può davvero minare le fondamenta di un sistema che dipende in modo viscerale dal sostegno dei suoi presidenti e, per esteso, delle aziende di proprietà di questi ultimi, che stanno vivendo un momento di fortissima recessione a causa della pandemia”.

Francesco Ghirelli, che della Lega pro è il presidente, già a fine marzo aveva lanciato il suo disperato sos: “Abbiamo chiesto di entrare nella Cassa integrazione in deroga perché siamo al capolinea, siamo di fronte al rischio della continuità aziendale per tantissimi club. La crisi investe l’azienda madre del proprietario del club di calcio, facciamo l’esempio del presidente del Feralpi Salò che ha gli altoforni, e lui giustamente, sceglierà quella che assicura l’oggi e il domani alla sua famiglia, ai dipendenti, agli operai. Ecco perché il calcio è fragilissimo ed esposto più di altri settori produttivi e dello sport”.
Scendendo nella scala gerarchica del pallone tricolore, arriviamo alla Lega nazionale dilettanti. E qui, se possibile, il quadro si fa ancora più fosco. Così Cosimo Sibilia, numero 1 della Lnd, ai microfoni della scorsa “Domenica Sportiva” Rai: “Al momento non ci sono le condizioni per poter rispettare un protocollo che pone determinate condizioni, aspettiamo un ulteriore documento. Parto da quello che disse Spadafora una ventina di giorni fa, la possibilità di avere un importo di 400 milioni per le società dilettantistiche, un mondo che ha più di un milione di tesserati, un esercito che svolge un ruolo sociale, di aggregazione e formazione dei giovani. C’è il rischio che il movimento non riparta? Il pericolo è concreto e mette a rischio tanti adolescenti, ci appelliamo alle autorità governative e ai vari ministeri affinché possano esserci vicini: siamo convinti che il calcio debba ripartire, ma solo con la sicurezza dal punto di vista sanitario”.

Il consiglio federale della Figc in programma l’8 maggio, che riunirà tutte le componenti del calcio italiano, si annuncia dunque interessante come non mai. Se il pallone dovesse finire in tribuna, sarebbe un disastro: qua non servono rinvii alla Burgnich, ma un’elegante uscita dalla trincea della difesa alla Facchetti. (Per chi non fosse patito di calcio, si tratta di due colonne della grande Inter euromondiale di Helenio Herrera, quella che negli anni Sessanta vinse scudetti, coppe dei Campioni e Intercontinentali a gogò).

(Ph Rabonamag su Instagram)

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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