La storia ci insegna come ogni cultura si sia costruita una propria identità solo mediante un confronto, talvolta anche conflittuale, con le altre. Questa che può sembrare una constatazione banale, non lo è nel momento in cui riflettiamo su come nessuna di queste culture, per quanto raffinata o all’avanguardia, può erogarsi il diritto di una priorità cronologica o quello di una superiorità qualitativa. Ogni cultura si produce e si costituisce solo in quanto intercultura, ossia in quanto risultante di scambi, e aldilà delle presunzioni e delle intenzioni più o meno dichiarate, si forma grazie al complesso delle sue mediazioni con l’altro diverso da sé.

Pandemia, lo abbiamo con rammarico dovuto imparare, ha radici etimologiche nel greco antico e significa “di tutto il popolo”. Io ho subito pensato a tutto il popolo della terra. Mai come adesso ci siamo dovuti interrogare su cosa facessero o stessero per fare i nostri vicini europei, cosa avessero fatto i popoli asiatici e cosa avrebbero fatto quei paesi che invece ci stavano ancora guardando da lontano. Sarebbe il momento di rifarsi al dialogo interculturale, dove intendo non il banale e semplice confronto tra opinioni già definite e consolidate, ma il dialogo nel suo senso più autentico, quello socratico del termine, ossia l’incontro tra due o più interlocutori disposti a mettere in discussione i loro presupposti e persino se stessi.

Con questo spirito ho contattato Taiwan Can Help in Italy, un gruppo di cittadini taiwanesi che vivono in Italia che si sono messi a disposizione durante questi mesi di emergenza covid-19 traducendo articoli e webinar e dando informazioni utili sul come gestire questi mesi difficili. Volevo capire da loro da cosa dipendeva la miracolosa reazione al virus di Taiwan (ndr: al 18 aprile 395 contagiati e soli 6 decessi), paese che non ha mai dovuto decidere per un lockdown, nemmeno parziale, del paese. Sono stata accolta con estrema gentilezza da Anne KG Tso, un membro del gruppo. Di seguito il resoconto delle sue risposte alle mie tante domande.

Mentre i governi e i cittadini di tutto il mondo lottano per far fronte alla nuova pandemia (COVID-19), l’esperienza di Taiwan può aiutare a illustrare alcuni possibili percorsi da seguire per combattere la diffusione della malattia.

Taiwan si trova a 81 miglia al largo della costa della Cina continentale. Si prevedeva un numero enorme di casi di coronavirus per questa vicinanza e per il numero di voli da e per la Cina. Il paese ha 23 milioni di abitanti, di cui 850000 risiedono nella Repubblica Popolare Cinese e 404000 ci lavorano. Nel 2019 ci sono stati 2,71 milioni di visitatori provenienti dalla Cina. Per questi motivi e per i troppi morti di SARS nel 2003, Taiwan è da sempre in allerta rispetto possibili epidemie in arrivo. Da dicembre, quando da Wuhan arrivano notizie di una strana polmonite a Taiwan cominciano a fare attenzione a possibili anomalie.

Taiwan informa l’OMS

Dal 31 dicembre 2019 Taiwan scrive una mail all’Organizzazione Mondiale della Sanità in cui viene notificata una polmonite sconosciuta a Wuhan. Questo il testo della mail, reso pubblico dalle autorità taiwanesi:“Fonti di notizie indicano oggi che almeno sette casi di polmonite atipica sono stati segnalati a Wuhan, in Cina. Le sue autorità sanitarie hanno risposto ai media di non credere che i casi fossero SARS; tuttavia, sono ancora in fase di studio e i casi sono stati isolati per il trattamento. Apprezziamo qualsiasi informazione rilevante. Grazie mille per l’attenzione”.
Nessuno però sembra fare caso a questo avvertimento mentre a Taiwan si inizia a misurare la febbre e controllare tutti i passeggeri provenienti dalla Cina.

Controllo delle frontiere, identificazione dei casi e contenimento

Il 5 gennaio 2020, i controlli vengono estesi a tutti coloro che si erano recati a Wuhan nei 14 giorni precedenti e che avevano avuto febbre o sintomi di infezione delle vie respiratorie superiori; i casi sospetti vengono sottoposti a screening per 26 virus, tra cui la SARS e la MERS. I passeggeri che presentavano sintomi venivano messi in quarantena a casa quando non fosse necessaria l’assistenza medica in ospedale.Chi non poteva stare in isolamento a casa, perchè senza fissa dimora o nel caso di situazioni di disagio in famiglia, veniva sistemato in appositi hotel. Dal 20 gennaio, mentre in Cina venivano segnalati casi sporadici,Taiwan lancia l’allarme di massimo livello. Si coordinano gli sforzi di vari ministeri, tra cui trasporti, economia, lavoro, istruzione e ambiente.

Si sono integrati i data base del sistema sanitario, del ministero dei trasporti e della dogana. I tamponi sono stati fatti subito sulla base di due dati: anamnesi di viaggio e sintomi clinici. Si sono utilizzate immediatamente nuove tecnologie, per la segnalazione degli spostamenti e dei sintomi di ogni paziente così da classificare i rischi infettivi dei viaggiatori in base all’origine del volo e ai loro spostamenti nei 14 giorni precedenti. Questo sistema è stato messo a punto in 24 ore. Alle persone a basso rischio (nessun viaggio nelle aree di allerta di livello 3 tra cui c’era anche il nostro paese) è stato inviato un lasciapassare via SMS per una più rapida autorizzazione al rientro; le persone a rischio più elevato (recenti viaggi nelle aree di allerta di livello 3) sono state messe in quarantena a casa e tracciate attraverso il loro telefono cellulare per garantire che rimanessero a casa durante il periodo di incubazione. Tutto questo deciso e organizzato in 72 ore. A chi in quarantena veniva fornita assistenza domiciliare quotidiana, sia dal ministero della salute che dalla polizia locale, e venivano recapitati gratuitamente due pasti al giorno e organizzata la raccolta differenziata dei rifiuti.

Si è istituito subito un numero verde da chiamare per segnalare sintomi o casi sospetti e l’approccio del governo è stato quello di porre attenzione al problema della stigmatizzazione della malattia e della “compassione”, questa la parola spesso usata nei documenti ufficiali, per le persone colpite, fornendo loro cibo, frequenti controlli sanitari e incoraggiamento. Il 18 febbraio il governo ha annunciato che tutti gli ospedali, le cliniche e le farmacie di Taiwan avrebbero avuto accesso agli storici dei pazienti.

La task force creata tra questi ministeri ha rapidamente prodotto e implementato un elenco di più di 100 azioni da seguire, tra cui controllo delle frontiere aeree e marittime, identificazione dei casi (utilizzando tecnologie tipo la tanto temuta App Immuni), quarantena per i casi sospetti, tamponi a tappeto, allocazione delle risorse, la rassicurazione e l’educazione della popolazione attraverso una lotta serrata alle fake news e alla disinformazione, accordi con altri paesi e regioni, politiche di contenimento dei contagi nelle scuole attraverso l’uso dei dpi e la misurazione della febbre in entrata e uscita, assistenza all’infanzia per permettere a tutti di lavorare, smart working dove possibile e soccorso alle imprese.

Caccia alle mascherine

Il CCCE, organo creato per gestire le epidemie, ha assunto un ruolo attivo nella gestione dei fondi. E’ stato fissato un prezzo per le mascherine di cui si è potenziata la produzione giornaliera in tempi record attraverso l’utilizzo di fondi governativi e personale militare. Il 20 gennaio il governo aveva già a disposizione una scorta di 44 milioni di maschere chirurgiche e 1.9 milioni di mascherine FFP2.
Nella società taiwanese, indossare la mascherina fa parte della quotidianità. Tuttavia, durante questo periodo di crisi, la domanda di mascherine, disinfettanti e altre forniture anti epidemiche è aumentata notevolmente. Per consentire l’accesso prioritario al personale medico e ai pazienti, il governo ha attuato politiche di razionamento. Molti cittadini hanno promosso spontaneamente la campagna “Io sto bene, prendila tu”, rinunciando alle mascherine per non sottrarle agli operatori sanitari.

Come rassicurare i cittadini

Oltre ai comunicati stampa quotidiani del ministro della salute e del CECC, il vice presidente di Taiwan, un importante epidemiologo, trasmette regolari messaggi dall’ufficio del presidente via internet. Questi annunci sono anche lezioni semplici su come quando e dove indossare una mascherina o come lavarsi le mani.
Sono stati attivati webinar e corsi online di formazione per le scuole, che non sono MAI state chiuse, per i lavoratori in cassa integrazione e per le aziende.
Si è creato un patto tra cittadini e governo, fatto di fiducia e sicurezza, che ha spinto tutti a darsi da fare e collaborare per il bene comune. Prendendosi le proprie responsabilità e favorendo lo stato, i taiwanesi si sono fatti parte attiva nella lotta contro il Covid-19. Mi vengono in mente gli igniferi dibattiti quotidiani sui vaccini o il 5g in Italia.

Guerra alle fake news

Un lavoro fondamentale è stato fatto per intercettare le fake news. Il governo di Taiwan ha cercato di conquistare la fiducia dei cittadini grazie ad informazioni trasparenti, e mantenendo una comunicazione chiara e decisa anche sui social. Questo non ha impedito però la circolazione di fake news e disinformazione, creando inutile panico tra i cittadini.
Al fine di prevenire la trasmissione di notizie pericolose, Taiwan ha istituito il “Taiwan FactCheck Center”. Quando viene intercettata una fake news un team di esperti la verifica entro sessanta minuti e la segnala. Queste misure servono a prevenire panico e ansia inutili. In Asia questo viene visto come positivo e si è grati di quello che in Occidente viene scambiato facilmente per censura. Dopo tanti anni in Estremo Oriente non riesco a non pensarla come loro.
Al sentire e leggere queste notizie ammetto di essermi rabbuiata. Solo io soffro per il pessimo lavoro della stampa nazionale? Titoli a caccia di sensazionalismo tendono prima a terrorizzare poi a rassicurare in maniera irresponsabile. In che modo pensiamo si possa così creare fiducia tra un popolo e chi li governa?
E le stancanti discussioni su app anonime fatte su un social che sa tutto di noi?

Cambiamenti di stile di vita

Oltre a promuovere la “distanza sociale”, ad oggi il governo continua a fare annunci pubblici sull’importanza di evitare incontri o viaggi non necessari.
A scuola come nelle aziende si usano i dpi e si misura la febbre, cercando di mantenere le distanze di un metro.

La collaborazione interculturale è più forte della paura

La prevenzione e il controllo di questa malattia richiedono sforzi congiunti da parte dei governi e dei cittadini. Il messaggio dei taiwanesi è che tutti i paesi dovrebbero collaborare e farsi scudo insieme contro il virus. Alle pandemie non preoccupano razza o confini nazionali, che ci sia di ispirazione.
La lezione di Taiwan è che con prontezza e precisione, attraverso la condivisione internazionale delle informazioni e la cooperazione delle equipe mediche, l’impatto del COVID-19 può essere ridotto al minimo.

Nessun lockdown, nessuna chiusura delle scuole e oggi 16 giorni senza nuovi casi locali. Taiwan è riuscita a superare le barriere tra i partiti politici e le diverse parti sociali e a diffondere informazioni chiare sulla prevenzione, con misure attive, tempestive e integrate. Ecco la vera lezione di questa isola lontana ma vicina: un patto di fiducia tra governo e cittadini è la misura più efficace per la gestione delle epidemie.

(Ph Wheicam1227)

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:
sinologa

Sono una Sinologa e Orientalista. Lavoro come interprete, traduttrice e consulente per il mercato cinese da oltre 10 anni. Mi sono laureata a Cà Foscari nel 2005, dopo aver studiato Antropologia Culturale alla rinomata SOAS di Londra. Ho frequentato la Yunnan Nationalities University di Kunming (Cina), dove ho studiato, oltre che il Cinese Mandarino, le minoranze etniche cinesi.

Commenta con Facebook