Siamo stanchi, provati, ormai chiusi nelle nostre case da troppi giorni. Ma siamo anche consapevoli che, proprio in queste ore, abbiamo una straordinaria occasione per ripensare il nostro futuro. In questo nuovo futuro io vedo chiaramente la presenza di due temi: il lavoro agile e gli orari delle città. Ed è ora che dobbiamo immaginare la loro evoluzione, per non correre il rischio di fare errori.

Abbiamo conosciuto in questi giorni un lavoro agile che proprio agile non è. In realtà abbiamo tele-lavorato, chiusi nelle nostre case, senza alcuna interruzione. Ma la nostra fatica ha avuto un senso. Abbiamo innanzitutto capito che si può fare. Abbiamo spazzato via tutti gli alibi di chi ancora si ostinava a ritenere il lavoro agile una pratica impossibile. Perché invece siamo riusciti a farlo, tutti insieme, tutti nello stesso momento. E abbiamo anche imparato tanto.

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Abbiamo sperimentato che la tecnologia è semplice; ci aiuta a essere più attenti, a prendere parola come dal vivo non avremmo mai osato, a non vedere i segnali verbali ostili di chi ci vuol mettere in difficoltà. Ci aiuta a gestire i gruppi, toglie le inefficienze degli incontri di persona, le chiacchiere e le perdite di tempo. Abbiamo capito che è possibile lavorare agilmente anche in organizzazioni complesse, siamo riusciti a fare plenarie da remoto e grandi aule virtuali di formazione; e ci è piaciuto. Poi abbiamo fisicamente sentito quanto erano faticosi gli spostamenti continui e quanto benessere invece derivi da una maggior stanzialità.

Ma è il vero lavoro agile che dobbiamo ora rimettere al centro dei nostri pensieri. Quello che parte dalla persona, dai suoi obiettivi e dalla sua discrezionalità nella scelta di tempi e luoghi. Quello che si costruisce sulla libertà individuale e sulla fiducia dell’azienda, sulla responsabilità del singolo e sulla flessibilità dell’organizzazione. Il lavoro agile pieno, che prevede il giusto equilibrio tra socialità, presenza in azienda e lavoro da remoto. Quello che tiene insieme i ritmi di lavoro e di vita privata. Che permette di lavorare ovunque, alternando mattinate in ufficio a mail lette sul treno, presentazioni preparate a bordo piscina durante l’allenamento del figlio e passeggiate nei parchi in cerca di creatività. E’ questa la modalità che dobbiamo volere per il futuro.

E allora iniziamo subito ad abolire dai regolamenti aziendali la parola concedere; eliminiamo la limitazione alle giornate in cui è possibile fare smart working e chiediamo invece la piena responsabilizzazione dei e delle manager. Rendiamo cioè definitivo quello che per ora è dovuto solo all’emergenza covid19: la nuova norma prevista nell’ultimo dcpm obbliga infatti le aziende a dare lavoro agile. Cioè è proprio solo chi non può fare da casa che deve andare in ufficio fabbrica o quant’altro.

Rivediamo le reali necessità di spazio delle nostre sedi, adeguiamole alle nuove funzionalità d’uso, diminuiamo drasticamente le scrivanie e facciamo spazio a tavoli comuni, a comode aree di conversazione. Facciamo partnership con i coworking in città, liberiamo l’accesso a filiali o sedi multiple. Sollecitiamo i Comuni ad attrezzare gli spazi pubblici perché ci si possa sedere, connettere, lavorare.

Facciamolo per noi stessi: il lavoro agile fa bene innanzitutto a noi, al nostro benessere individuale. E fa bene anche alla nostra collettività, alla mobilità sostenibile e all’aria che respiriamo, aumenta la socialità nei nostri quartieri. Con la stessa grinta con cui lo abbiamo voluto negli anni in cui sembrava impossibile averlo, ora prepariamoci a difenderlo da chi cercherà di relegarlo a modalità emergenziale, da attivare solo in caso di un’altra pandemia. Il lavoro agile pieno deve essere semplicemente l’unica modalità con cui vorremo tornare a lavorare. Appena si potrà, poi per sempre.
E poi, ci sono gli orari della città: mentre noi siamo fermi nelle nostre case, le attività esterne sono quasi tutte sospese. Sentiamo come può diventare silenziosa una città, come può ripulirsi la sua aria. Quando ripartiremo, sarà impossibile rivivere queste condizioni. Ma sarebbe folle ritornare nella situazione congestionata e caotica che ci siamo lasciati alle spalle. Possiamo decidere ora che nel nostro futuro non vogliamo più picchi. Possiamo dirci adesso che non vogliamo più città regolate su un Tempo Unico uguale per tutti, in cui la maggior parte delle persone si concentra a fare le stesse cose negli stessi momenti. E che vogliamo ripensare completamente i nostri orari di vita.

Se con il lavoro agile abbiamo rivisto gli orari di lavoro, perché non possiamo pensare che anche le scuole abbandonino il loro schema orario uniforme e provino ad articolarlo, magari proponendo a inizio anno offerte formative a orari differenziati, dove il genitore sceglie quello che più si avvicina alla sua attività lavorativa? Perché non possiamo pensare a piscine aperte la sera, a sportelli amministrativi che a rotazione coprono tutta la settimana? E perché non ci immaginiamo abbonamenti ai mezzi pubblici fortemente differenziati a seconda degli orari? Perché non ragioniamo sulla plurifunzionalità dei luoghi pubblici, le scuole che aprono la sera per ospitare attività sportive e gli impianti sportivi che la mattina ospitano lezioni universitarie e momenti di formazione?

I Comuni hanno una delega specifica ai tempi delle città. Sono state fatte sperimentazioni interessantissime in passato, in tante città, Milano in primis. Ma c’è sempre stata resistenza a considerare il tempo una risorsa. Il tema è stato erroneamente considerato residuale. Solo ora la gestione attenta del tempo e il suo uso sembrano essere l’unica strada per uscire da questa situazione emergenziale. Anche qui sta a noi chiedere con forza che questa attenzione rimanga per sempre, che faccia parte di quel nuovo futuro in cui ci prepariamo a entrare.
Siamo stanchi e provati, è vero, ma abbiamo capito molto. Abbiamo capito che il miglior modo di onorare questo periodo pesante che ci stiamo lasciando alle spalle sarà quello di entrare nella nostra nuova vita facendo tesoro di ciò che abbiamo imparato. Lasciando indietro i vecchi errori e iniziando a costruire ora, a nostra misura, il nuovo futuro che vorremo abitare.

Agli imprenditori e alle imprenditrici, ai manager e alle manager, ai direttori e direttrici del personale, ai tanti sindaci e alle tante sindache che rappresentano e guidano le loro comunità in questi tempi inediti e difficilissimi vorrei dire una cosa molto chiara: avete una responsabilità in più. Avete il potere di far succedere tutto questo. Sentiamoci, organizziamoci, muoviamoci insieme.
Il nostro tempo è adesso.

(Ph Andrea_ci_sono_molti_modi su Instagram)

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Dopo una lunga carriera in Nestlè, dove ha ricoperto da ultimo il ruolo di direttrice del personale del gruppo Sanpellegrino, è stata assessora del comune di Milano durante la giunta Pisapia, con deleghe al benessere e qualità della vita. Oggi è esperta di lavoro agile, consulente per le risorse umane e presidente di Milano Sport

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