Ho letto un articolo intitolato ‘Il regime del lockdown’ (Il Foglio, 28 aprile) in cui l’autore Franco Debenedetti definisce lo smart working come modalità lavorativa del futuro, ma con due precise conseguenze: “da un lato la taylorizzazione del lavoro impiegatizio per poterlo pagare a cottimo, dall’altro la perdita della “serendipity della macchinetta del caffè”.

Ormai, credo che persino mia figlia, studentessa alle elementari, abbia scritto un tema sul fatto che la modalità di lavoro che molti italiani stanno svolgendo a casa in questi giorni di quarantena non è smart working e nemmeno telelavoro. Ad ogni modo, questi due istituti sono la base di partenza per incrementare ed evolvere una modalità di lavoro agile che consenta al lavoratore di ottimizzare i tempi della propria prestazione ed al datore di ottenere un incremento della produttività.

Certamente dovranno cambiare le condizioni ambientali. Dopo una prima fase romantica della convivenza familiare, ormai è evidente che lavorare da casa circondati da persone con mille esigenze diverse che si concretizzano simultaneamente, non è fattibile salvo incorrere in un forte stress psicologico. Tale ambiente di lavoro non ottimizza certamente la produttività, ma inserisce chi vi si trova in una spirale di angoscia, dominata dal timore di non riuscire ad organizzare una quotidianità stracolma di attività (lavoro, call, corsi di aggiornamento, scuola, compiti, spesa, pulizia, e tanto altro). Un individuo fino a quando riuscirà a contenere questa pressione?

Ovviamente parlo di una situazione che sperimento, ma credo che in difficoltà si trovi anche chi vive da solo, sottoposto ad un isolamento forzato persino quando esce di casa, causa il rispetto del distanziamento.

Vero è che la tecnologia in parte aiuta a mantenere un contatto con una realtà lavorativa ormai stravolta, ma non sostituisce la “serendipity della macchinetta del caffè”’.

Questa espressione, a mio avviso, oggi può ricomprendere ogni tipo di libertà perduta, non parlo solo di quelle macro delle quali ormai ampiamente trattato, ma di quelle che ognuno di noi godeva intimamente. Una confort zone fatta di piccoli riti (caffè al bar), piccole manie (fare quel determinato percorso per arrivare al lavoro), piccole socialità (andare a fare due chiacchiere nella stanza del collega).

Lo smart working, il cui originario intento era quello di restituire tempo ed autonomia al lavoratore così da renderlo maggiormente performante, è stato snaturato divenendo una forma di lavoro alienante, che ovviamente non può avere futuro in queste condizioni.

Difficoltà che, oltre il tema ambientale del dove e con chi si svolge, toccano altresì la tenuta dell’infrastruttura (larghezza e velocità della banda) che decresce all’aumento del carico di utenti; il fatto che ad oggi sono tagliati fuori circa 11 milioni di italiani, ancora in attesa che la fibra li connetta al nuovo mondo; l’assenza di mezzi in dotazione a lavoratori che, per lo più, continuano ad ‘arrangiarsi’ con strumenti propri, spesso e volentieri in condivisioni con soggetti terzi (si pensi solo alle lezioni da remoto dei figli); l’impossibilità di osservare concretamente le linee guida per la tutela della salute (postura, illuminazione, disconnessione).

Certamente un ruolo fondamentale lo hanno le rappresentanze sindacali, che devono essere promotrici di un’azione concreta il ripristino di un’attività lavorativa in smart working rispettosa delle normative vigenti per la tutela del lavoro e della salute dei lavoratori. Da ciò non può prescindere il dialogo, un confronto aperto e onesto con il governo per la riapertura di quelle attività fondamentali per la tenuta sociale di un Paese avanzato, quali la Giustizia e la Scuola.

Il fatto di non affrontare il tema della Scuola rende lapalissiano che i passaggi di riapertura come organizzati sono drasticamente orbi, non tengono in alcuna considerazione le condizioni del lavoro femminile né la situazione dei minori, tanto, per questi ultimi, da avviare una drastica iniziativa che coinvolge chiunque abbia figli: appendere alla porta di casa un cartello con scritto “qui abitano dei bambini” a sostituzione dell’iniziale arcobaleno colorato.

Ed ancora una volta un ricordo scolastico riemerge, riportandomi un filosofo molto caro alla mia insegnate di Filosofia del Liceo, noto per aver difeso il valore assoluto della libertà in ogni campo, scientifico, politico, economico: “La società aperta è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e a più fedi religiose, ad una molteplicità di proposte per la soluzione di problemi concreti e alla maggior quantità critica. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti, e magari contrastanti. Ma, pena la sua autodissoluzione, non di tutti: la società aperta è chiusa solo agli intolleranti”. Karl Popper era fermamente convinto che solo il rifiuto di ogni dogmatismo e assolutismo in ambito politico avrebbe sconfitto ogni deriva totalitaria. Devo dire che è un pensiero che mi convince tutt’ora.

 

(Ph. Donna che piange – Picasso)

 

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avvocato giuslavorista

Susanna Carinci avvocato giuslavorista nata a Bologna dove ha studiato e vissuto, salvo per una felice parentesi Milanese. Dal 2007 lavora presso lo studio legale del Prof. Franco Carinci, padre e mentore che le ha trasmesso la passione per la materia. Ha avviato la partnership con lo Studio LABLAW Studio Legale Failla Rotondi & Partners per la sede di Bologna.

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