Guarito è chi guarito fa”, parafrasando una celebre battuta di Tom Hanks in “Forrest Gump”. Per dire che dal 4 maggio in poi in Lombardia decine di migliaia di persone si comporteranno da ‘Covid-guariti’ senza nemmeno sapere se sono mai stati colpiti dal virus, se sono ancora infettivi. Peggio ancora, decine di migliaia di malati in qualche modo certificati e che si sono curati a casa da soli usciranno, andranno a lavorare, incontreranno colleghi e sconosciuti vari senza che nessuno abbia mai detto loro se si fossero davvero ammalati. Perché tamponi non ne hanno visti mai, in 60 giorni. Colpa loro se i contagi in Lombardia (e speriamo solo lì) torneranno a crescere nelle prossime settimane? Perché questo accadrà. Sarà colpa loro perché non hanno rispettato il metro e qualcosa di sicurezza, perchè la mascherina è scesa sotto il mento proprio mentre in metropolitana un altro tossiva, perchè si son dimenticati di mettere i guanti aprendo il portone di casa e poi, toh, si sono strofinati gli occhi?

O sarà invece più colpa di chi non ha fatto nulla e niente farà, anche nei prossimi giorni per contarli, i malati veri? Ed è tutta colpa di Fontana e Gallera? No.

Ormai, a tre mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria e in vista di questa imminente ‘Fase2’, di fatto già abbondantemente iniziata, c’è un solo termine, una sola definizione che potrebbe descrivere quanto accaduto e quanto può ancora accadere specialmente in Lombardia: democidio.

Cosa è un ‘democidio’?

La definizione è stata coniata dal politologo e storico statunitense Rudolph Rummel. Rummel coniò il termine democidio per descrivere “l’assassinio di una qualsiasi persona o gruppo di persone da parte di un governo”. Per Rummel non si trattava solo di omicidio intenzionale ma anche preterintenzionale, per usare un linguaggio da codice penale.

Ovvero: se tu (Istituzione) decidi di non mettere in campo tutto quello che puoi, se non usi tutti gli strumenti a tua disposizione e far uso di tutto quanto ti è possibile per evitare la morte di migliaia di persone, specialmente se appartengono a ‘classi’ sociali definite (per esempio per anagrafe) allora tu (Istituzione) potresti essere considerata colpevole. Per dolo.

Le cause civili contro i sistemi sanitari regionali non mancheranno di certo, nei prossimi mesi. Anzi, se ne contano già a decine. Da pochi giorni è nato, per esempio, il Comitato https://noidenunceremo.it

Partiamo da un elemento fondamentale, da un dato di fatto: in Lombardia (e non solo) dal 4 maggio in poi tutte le vittime di Covid saranno ‘accettabili’ in nome della ‘ripartenza’. E questa è una decisione politica, economica. Certamente non sanitaria.

La Lombardia è l’area geografica più colpita al mondo dal Covid 19 per rapporto popolazione/letalità. Si affaccia alla Fase2 senza che ci sia un solo medico di base in più presente sul territorio. Lunedì 4 maggio riaprono centinaia di aziende, studi professionali, alberghi, mercati.

Per l’occasione non poteva mancare lo “spot”

La Lombardia conta oltre 75mila persone ufficialmente contagiate, le stime realistiche e più prudenti calcolano che in realtà il numero dei positivi si aggiri intorno ai 300-400mila. La Lombardia rappresenta da sola il 36,6% del totale dei casi di persone positive a virus e con i suoi 14mila decessi accertati rappresenta da sola quasi la metà di tutte le vittime in Italia. Solo nella provincia di Milano i positivi sono quasi 20mila, la cifra più alta in Europa.

Circa 26mila i guariti.

Ma quante persone sono morte davvero?

Ne parliamo più avanti.

Purtroppo anche in Lombardia come prima in Cina e Corea del Sud si stanno registrando casi di pazienti dichiarati guariti e dimessi dagli ospedali che a distanza di qualche settimana sono ritornati a essere positivi. Pazienti ai quali o si è ripresentata la polmonite da Covid e quindi sono stati di nuovo ricoverati oppure si sono riammalati in forma lieve. Almeno nove casi registrati nelle Asst di Lodi e Cremona, le due province tra le prime a dover far fronte all’emergenza e tra le più colpite.

Il Decreto del Ministero della Sanità del 30 aprile dispone che l’allentamento del lockdown a partire dal 4 maggio, “può aver luogo solo ove sia assicurato uno stretto monitoraggio dell’andamento della trasmissione del virus sul territorio nazionale” . Per classificare il rischio sanitario connesso al passaggio dalla fase 1 alla fase 2 sono stati individuati alcuni indicatori con valori di soglia e di allerta che dovranno essere monitorati a livello nazionale, regionale e locale: indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio; indicatori di processo e sulla capacità di accertamento diagnostico; indagine e gestione dei contatti; indicatori di risultato relativi a stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari.

Per quanto riguarda i tamponi, il decreto NON prevede e non obbliga le Regioni a effettuare un numero specifico di tamponi ogni mille abitanti, ovvero non prevede e non obbliga a dotarsi di una soglia minima statistica, l’unico dato oggettivo utile in caso di ripresa dei contagi, così come si è fatto per esempio nelle zone rosse di Vò Euganeo e a Medicina.

Si prevede invece una rendicontazione su base mensile di tutti i parametri riferiti a percentuale di positivi, ricoveri, dimissioni, tempi di riconoscimento e verifica dei malati potenziali (5gg).

Si aggiunge che “Sulla base delle stime dell’ECDC (Centro Europeo Controllo Malatrie), per garantire in modo ottimale questa attività essenziale dovrebbero essere messe a disposizione nelle diverse articolazioni locali non meno di 1 persona ogni 10.000 abitanti includendo le attività di indagine epidemiologica, il tracciamento dei contatti, il monitoraggio dei quarantenati, l’esecuzione dei tamponi, preferibilmente da eseguirsi in strutture centralizzate {drive in o simili), il raccordo con l’assistenza primaria, il tempestivo inserimento dei dati nei diversi sistemi informativi.”

Torniamo alla Lombardia che da marzo effettua una media di 6mila tamponi al giorno (vedi tabella), con un tempo medio di esito di 6,6 giorni.

A Milano città, lo ha reso noto il Sindaco Sala, si fanno mille tamponi al giorno. La media a Milano è di circa 130 nuovi positivi al giorno.

GUARDA LA TABELLA SUI TAMPONI IN LOMBARDIA

Mille tamponi per una popolazione di un milione e mezzo di abitanti evidentemente sono una goccia nel mare.

Al 30 aprile ci sono solo 33 laboratori in Lombardia, tra pubblico e privato, autorizzati ad analizzare tamponi.

La centrale unica di acquisto per i reagenti necessari allo svolgimento dei test è in capo a ARIASpa, società nata sulle ceneri della plurindagata LombardiaInformatica, vero ‘buco nero’ di soldi pubblici per anni e scrigno di diverse inchieste della magistatura. ARIASpa non rende nota la quantità di reagenti che riesce a reperire sul mercato per poter rifornire i laboratori autorizzati. Perché Regione Lombardia non allarga ad altre strutture pubbliche sul territorio, tra ospedali e Università, la propria platea di laboratori accreditati che potrebbero aumentare sensibilmente il volume di test quotidiani?

Come sarà possibile verificare le possibili curve di contagio nel momento in cui, dal 4 maggio, ci saranno centinaia di migliaia di persone in più a uscire di casa per andare a lavorare? Come farà la Lombardia a raddoppiare, triplicare almeno il numero dei tamponi giornalieri? L’altra possibilità invece è quella di tenere tutto come è ora, con il rischio di ritrovarsi in due-tre settimane con un numero esorbitante di nuovi casi. E dover ricominciare da capo, lockdown totale per fermare una seconda ondata di epidemia.

“Regione Lombardia sarà costretta ad accreditare tutti i laboratori privati e ad accettare le loro certificazioni, si aprirà un gigantesco mercato privato del tamponi” dice a EC Vittorio Agnoletto di Medicina Democratica, medico del lavoro, attivista.

Un ‘mercato nero’ che da quanto risulta a EC in molti casi è già in corso. Medici di famiglia che si rivolgono a laboratori privati per avere esiti in tempi rapidi, con prezzi da capogiro (anche 120euro). Proprietari di ditte e aziende che si rivolgono a laboratori privati di altre regioni per far ‘tamponare’ i propri dipendenti, asintomatici o che hanno terminato la quarantena, per essere sicuri che non contageranno i colleghi.

“Il decreto del 26 aprile – continua Agnoletto – dispone che i datori di lavoro siano obbligati a sanificare gli ambienti. Ma non dice ‘come e quanto’. Tutto è affidato al loro scrupolo. Non è previsto un tampone obbligatorio per il rientro al lavoro e quindi il medico del lavoro cosa può fare davanti ai tanti casi di persone che sono state positive o che hanno avuto sintomi e che non hanno mai fatto un tampone? Parliamo di decine di migliaia di persone. Semplicemente è impossibile fare il tampone (anzi i due tamponi in successione di 72ore) a queste persone. A meno che, appunto, il medico non si rivolga a un laboratorio privato che gli darà un esito non ufficiale ma comunque, dal punto di vista della salute del singolo, sufficientemente valido. Oppure le aziende fanno convenzioni con laboratori privati con un costo a singolo tampone che varia dai 120 ai 240euro, e gestisce in proprio quei dati sanitari sui suoi dipendenti. Ma c’è un aspetto ancora più pericoloso, e forse anche più probabile: né il datore di lavoro né il medico dispongono il tampone per il lavoratore che torna in ufficio, perché troppo complicato, perché troppo costoso. Risultato: migliaia di persone potenzialmente infettive di nuovo in circolazione, sia pur con le limitazioni che sappiamo tra mascherine, guanti e distanza di sicurezza. Ma la domanda è: se la Regione dice che ha difficoltà a trovare reagenti per i tamponi perché invece i laboratori privati che fanno accordi con aziende private hanno evidentemente tutti i reagenti che vogliono? Forse sarebbe che il caso che la Regione requisisse tutti i reagenti e li mettesse a disposizione del pubblico”.

Chi non si fa troppe illusioni sul fatto che una seconda ondata di contagi sia inevitabile, a causa delle riaperture del 4 maggio, sono epidemiologi e virologi.

“Sul fronte di contagi e decessi, nonostante il progressivo rallentamento, il numero dei nuovi casi non ha raggiunto quella prolungata stabilizzazione propedeutica alla ripartenza secondo le raccomandazioni della Commissione Europea» dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE.

«Se da un lato la Fondazione GIMBE condivide il principio di graduale riapertura del Governo – continua Cartabellotta – dall’altro rileva che l’avvio della fase 2 non rispecchia il principio della massima prudenza perché non tiene in considerazione le notevoli eterogeneità regionali delle dinamiche del contagio». A tal proposito è fondamentale rilevare che nella settimana 22-29 aprile l’80% sia dei nuovi casi, sia dei nuovi decessi si concentra in sole 5 regioni: Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Liguria.

Piemonte, Liguria, Prov. Autonoma di Trento e Lombardia non sono ancora fuori dalla fase 1: prevalenza e incrementi percentuali sopra la media nazionale, particolarmente elevati in Liguria (14%) e Piemonte (13,7%).

Ad esclusione del Friuli-Venezia Giulia, anche tutte le altre Regioni del nord sono suscettibili di un incremento dei contagi, sia perché l’elevata prevalenza è un indicatore indiretto dei casi sommersi, sia perché si tratta proprio delle aree in cui si trovano la maggior parte delle attività produttive interessate dalla riapertura. E, soprattutto, occorre essere consapevoli che l’eventuale risalita della curva dei contagi sarà visibile non prima di 2 settimane».

“Per noi epidemiologi il 2021 sarà l’anno dello ‘yo-yo’, noi in gergo lo chiamiamo così” – dice a EC Francesco Forastiere, direttore di ‘Epidemiologia e Prevenzione’.

“Significa che si andrà ad aprire poi a chiudere, poi riaprire e poi richiudere, su è giù come uno yo-yo, appunto. Il nostro vero problema è la capacitò del servizio sanitario nazionale di essere sul territorio, di rintracciare i casi, di curare le persone ai primi sintomi evitando in tutti i modi il ricovero in ospedale se non nei casi più gravi. ma soprattutto ricostruire i contatti dei nuovi contagi, cosa che bisogna assolutamente fare proprio in questa fase anche a seguito di due mesi di lockdown che ci hanno permesso di circoscrivere l’epidemia. Il grande investimento che va fatto è sulla sanità pubblica, territoriale, ma va fatto subito, nei prossimi mesi. Perché altrimenti in autunno ritorniamo al punto di partenza. Fare tamponi, tracciare i nuovi contagi, isolarli. Questo è un lavoro che va fatto subito parallelamente alla riapertura delle attività. Questa è la priorità: la medicina sul territorio. È possibile per esempio, per fare questo lavoro di tracciamento e isolamento dei casi, di avvalersi di un grande numero di volontari che non devono fare lavori ‘sanitari’ ma sostanzialmente di ufficio ma che sarebbero utilissimi e fondamentali in questa fase. Attenzione, partivamo da un numero bassissimo di contagi ufficiali, nemmeno una dozzina, a metà febbraio. Ai primi di marzo c’erano già 15mila contagi ufficiali.

In questo momento per ogni caso infetto vanno contattate e tracciate altre cinque persone. Ma nel momento peggiore una persona ne poteva infettare 25. La velocità di propagazione di questo virus è stata sottovalutata già una volta, ripetere lo stesso errore adesso sarebbe clamoroso. Noi dobbiamo immaginarci di essere in viaggio in un’auto e avere sul cruscotto tutti gli indicatori utili, dove vicino al tachimetro c’è anche l’indicatore della velocità di propagazione del virus. Allora dobbiamo sempre guardare quegli indicatori e rallentare, o fermarci, appena ci avviciniamo alla soglia. Ma per farlo dobbiamo essere sicuri che tutte le ‘spie’ del cruscotto funzionino bene e siano regolate al meglio…”

Intanto, con una mail inviata lo scorso 14 aprile a tutti i medici di base è firmata dal direttore generale del Welfare di Regione Lombardia, Luigi Caiazza, si specifica che non verranno fatti tamponi né a chi ha solo sintomi di Covid19 né a chi è asintomatico anche se è stato a contatto diretto con persone malate o positive. Significa eliminare alla base una fetta enorme di potenziali contagiati. Non solo. Nessuno sa se e come le Aziende Sanitarie abbiano predisposto una analisi epidemiologica del territorio. È stata Altreconomia a chiedere formalmente i dati aggregati delle vittime negli ospedali, nelle RSA, i decessi nelle abitazioni per avere un quadro generale più chiaro dell’epidemia in Lombardia. La richiesta è stata negata. Così come è impossibile sapere il numero reale delle vittime di Covid19 sul territorio lombardo. Ma tutte le stime dicono che sono il doppio, in molti casi anche il triplo, di quanto ufficialmente dichiarato. Basta guardare i dati ISTAT sulla mortalità nei primi tre mesi del 2020 rispetto agli anni precedenti, i dati dell’anagrafe di Milano (mille morti in più della media storica a marzo, 500 in più solo nei primi dieci giorni di aprile. Sul numero totale dei decessi in aprile a Milano città, dati non ce ne sono ancora: gli ‘open data’ del Comune non sono aggiornati.

Ma sappiamo che il tasso di mortalità è triplicato in moltissimi comuni della bergamasca e del bresciano.

Quanti sono i decessi reali da Covid19 in Lombardia da Gennaio? 40mila? 50mila? Il 2 maggio regione Lombardia ha inserito altri 282 decessi riferiti ad aprile, prima ‘dimenticati’.

Alla luce di tutti questi fatti, omissioni, censure… torniamo al concetto di ‘democidio’.

“Il democidio è una Solida teoria dello studioso americano Rummel – afferma a EC Alessandro Vitale, docente di geografia economica e politica all’università Statale di Milano – che ha voluto distinguere così gl effetti delle politiche degli Stati nei confronti delle proprie popolazioni, per distinguerlo per esempio dal genocidio, compiuto prevalentemente su base etnica come nel caso degli Armeni. Per capirci, definire genocidio massacri di massa per ragioni politiche o economiche è in questo senso scorretto. Rummel così ha definito come democidio le politiche staliniane o quelle messe in atto da Mao in Cina durante la rivoluzione culturale. Massacri compiuti dai governi all’interno dei propri stati contro la popolazione civile e nel,a stragrande maggioranza dei casi in momenti di pace. Un lavoro molto serio e approfondito, fatto di statistiche e numeri verificati, dove per esempio si arriva alla terribile stima, riferita al solo ‘900, di 175 milioni di vittime a opera di governi sulle proprie popolazioni. Ora, il termine democidio riferito al Covid19 è un pò forzato ma bisogna riconoscere che nella mancanza di preparazione sanitaria, reiterata, nella mancanza di adeguate protezioni alla popolazione civile si può certamente configurare un aspetto colposo nella gestione dell’epidemia. Ora, è chiaro che la definìzione di democidio prevede una precisa volontà di ‘annullamento’. Indubbiamente però ci sono delle analogie. Va rimesso in discussione lo stato dei servizi e del welfare perché è di tutta evidenza che non può mantenere quanto promesso, cioè la tutela della salute pubblica. Non abbiamo un controllo reale da parte della popolazione su come vengono utilizzati le risorse della tassazione a favore dei sistemi sanitari, che in questa fase storica hanno dimostrato tutta la loro debolezza. C’è una impreparazione evidente dello Stato che non è giustificabile rispetto alla narrazione che lo stato moderno contemporaneo fa dei propri servizi, anche per legittimarsi. La tassazione dovrebbe essere utilizzata anche per prepararsi a crisi del genere ma vediamo che tutti gli stati sono stati come colti di sorpresa nonostante di pandemie si parli da tempo, con tanto di protocolli operativi pronti da anni”.

Per ‘strage’ il nostro codice penale prevede la morte contemporanea di almeno 3 o più persone. Come definire la morte di 40-50 persone al giorno a tre mesi dall’inizio della pandemia, con tutte le conoscenze acquisite in questi tre mesi con l’altissimo prezzo di vittime tra medici e infermieri, lavoratori della sanità che sulla propria pelle hanno sperimentato con successo l’uso di farmaci e assistenza domiciliare nelle prime fasi della malattia?

Come definire la circostanza, tutt’oggi ripetuta, di lasciare persone a casa da sole fino al momento di essere ricoverate d’urgenza per poi essere intubate in ospedale nel tentativo, ultimo, di salvarle?

Cosa si aspetta in Lombardia ad attivare una medicina di intervento e prevenzione sul territorio? E se nulla in questo senso viene fatto, dopo tre mesi, che nome possiamo dare a queste che sono, evidentemente ormai, precise scelte politiche?

(Ph Il trionfo della morte – Pieter Bruegel)

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

Commenta con Facebook