Ci è voluto il corona virus perché l’Italia scoprisse un po’ di più cosa sia davvero lo smart working, e forse qualcuno non l’ha ancora capito, ma allo stesso tempo c’è chi da anni ne osserva le dinamiche, ad esempio Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio sullo Smart Working, che ha già precisato che non debba esser visto come il semplice telelavoro(peraltro già previsto dall’ordinamento italiano) ma piuttosto una filosofia manageriale diversa dove il luogo da cui si svolge l’attività non sia per forza la casa e ci sia un nuovo approccio, lavorare per obbiettivi. Cosa comporti però una così radicale evoluzione del sistema lavorativo e di conseguenza sociale, non è ancora così chiaro, ne abbiamo parlato con Eva Campi, psicologa specializzata in formazione e gestione delle risorse umane.

In media chi ha fatto più fatica, i dipendenti? I manager? O gli imprenditori?

Abbiamo fatto fatica tutti, di più quelle realtà che non avevano ancora iniziato o previsto di inserire questa modalità lavorativa nei processi organizzativi. La realtà dello smart working prevede delle condizioni e dei prerequisiti affinchè sia tale: ad esempio, device elettronici e possibilità di lavorare da remoto con le reti aziendali, un approccio culturale che veda nella delega e nella fiducia un’organizzazione del lavoro tesa agli obiettivi piuttosto che al presenzialismo; le variabili sono molte e semplificare una situazione così complessa rischia di fornire delle informazioni parziali e forse erronee. Occorre inoltre considerare il fatto che le competenze digitali non sono tra quelle più sviluppate nel nostro paese, a tutti i livelli. Oltre a ciò, in questo momento stiamo tutti lavorando da casa, studenti compresi. Questo aggiunge complessità alla situazione di emergenza.

Come avremmo dovuto preparare le strutture esistenti ad un reale e positivo processo che portasse allo smart working?

La possibilità di lavorare da remoto e la conseguente organizzazione del lavoro in tal senso è uno dei pilastri del disaster response, materia di studio nelle facoltà di management a livello internazionale. Oltre a questo, occorre un substrato culturale che legittimi il lavoro da casa alla stessa stregua di quello in presenza negli uffici. In un’ottica di work-life balance e di sostenibilità, prevedere lo smart working, nei settori in cui ciò sia possibile, è un passo verso nuove forme di welfare e di adattamento alla realtà sociale che è in continuo divenire. Parlare del passato non ci aiuta molto, cerchiamo adesso di capire cosa sta funzionando, cosa non ha funzionato, i motivi di successo e quelli di insuccesso. Se le aziende e le organizzazioni riusciranno a fare tesoro di questa “memoria” in un’ottica di continuità, potranno dire di aver accelerato quell’apprendimento verso forme di lavoro agile di cui si parla da anni, ma che l’inerzia del “abbiamo fatto sempre così e funziona” ha limitato nell’innovazione e nell’implementazione. La consulenza in questo momento, soprattutto quella che ha maturato esperienze a livello globale, può supportare concretamente anche le piccole realtà. Come diciamo spesso anche ai nostri clienti, soprattutto in tema di competenze manageriali e di gestione, guardiamo alle realtà globali in cui gruppi di lavoro non si incontreranno mai (o molto raramente) vivendo anche con fusi orari diversi eppure si sentono appartenenti ad un gruppo di lavoro, sperimentano la fiducia, realizzano risultati perché la collaborazione non è un fatto di presenza fisica.

 

Guardiamo alle famiglie, ci sono interi nuclei che sono stati chiusi in casa, due genitori e due bambini in età scolare… i due grandi in smart working ed i più piccoli in homeschooling, dinamiche non proprio compatibili soprattutto se si vive in 80 mq…
come avete seguito le aziende in questo difficile processo visti i tempi così stretti?

Newton ha messo a disposizione la nostra competenza in tema di gestione della complessità, remote leadership e psicologia dell’emergenza mettendo a punto interventi formativi mirati all’ascolto e alla facilitazione di risposte ecologiche nelle singole e diverse realtà attraverso webinar mirati, ma anche coaching alle persone e ai gruppi.

Fingiamo che, come in due giorni tutto è stato chiuso, in due giorni tutto verrà riaperto, e che di conseguenza le aziende così faranno cercheranno di fare annullando quanto prima lo smart working. Quali potrebbero essere le reazioni da aspettarsi?

La rimozione è una difesa psicologica molto potente ed è ciò che mi spaventa di più, se me lo chiede. La continuity, invece, ha come caposaldo la memoria, anche storica di ciò che succede, perché solo ricordando possiamo imparare e anche migliorare. Credo altresì, che questa esperienza porterà a dei cambiamenti sociali e negli equilibri anche personali. Qualcuno potrà aver scoperto che lo smart working è un’esperienza che gli piace e chiederà di poter continuare a lavorare in tal senso. Vedo la possibilità anche di una maggiore equità di genere in questa formula lavorativa, anche se i dati di questi giorni ci dicono che siamo ancora molto lontani. Tuttavia ci sono molti padri che stanno apprezzando il fatto di rimanere a casa. Vedo anche l’accelerazione all’uso del digitale; riusciremo davvero a tornare alle vecchie riunioni, sempre in presenza, che duravano ore, adesso che abbiamo visto l’efficacia di incontri virtuali che, se ben gestiti, sono più rapidi, risolutivi e con maggior focus?
Aprire tutto deve prevedere una ri-strutturazione, una rinascita in cui tutto ciò che abbiamo imparato diventi una nuova normalità integrata con ciò che siamo stati fino a qualche mese fa.

Cosa resterà secondo voi davvero di buono da questa esperienza? cosa dovrebbero trattenere le aziende?

Resterà quello che le persone e le organizzazioni si concederanno di far restare. Più ancoreremo tutte le scoperte e rivelazioni di questo momento unicamente come reazione all’emergenza, minori possibilità avremo di incorporarle nel nostro vissuto; maggiore sarà la nostra capacità di capire quali siano stati i fattori facilitanti, che hanno stimolato la nostra resilienza, maggiori saranno le possibilità di trattenere e sviluppare ciò che di nuovo ed innovativo questa esperienza ci ha mostrato. Rimane tuttavia l’aspetto psicologico che dovrà essere considerato nel lungo periodo. Mai come in questo momento ci siamo accorti di quanto le emozioni siano una componente imprescindibile nella nostra presa di decisione. Siamo stati attraversati da un trauma che necessiterà di tempo e cura per essere elaborato. Le organizzazioni dovranno affrontare con maggior consapevolezza le tematiche che riguardano il benessere psicologico e le dinamiche relazionali ed emotive. Organizzazioni resilienti sono fatte da persone resilienti.

(ph Banksy)

Leggi altri articoli sullo SMART WORKING

 

 

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

Videoreporter

Nato nell ‘82 dove soffia la Bora. Il mio lavoro e le mie passioni, la vela e la montagna, mi hanno fatto girare il mondo tra Europa, nord Africa, Medio Oriente e Stati Uniti, vivendo a seconda dei periodi tra Milano, Malta, Varese e Trieste.

Commenta con Facebook