«Il governo e in generale la classe dirigente di mezza Italia ha gestito l’emergenza coronavirus in maniera poco adeguata ingenerando nella gente paure ed ansie immotivate». È molto preoccupato Alessandro Angrilli, docente di psicologia fisiologica all’Università di Padova, il quale fa sapere che gli effetti di questa serrata sul piano psicologico e sul piano sociale si avvertiranno «assai pesantemente» e per un periodo molto lungo.

Professore da pochissimo è iniziata la cosiddetta fase due dell’emergenza: le attività cominciano a riaprire. Si tratta di una ripartenza che ha concesso troppo alle richieste del mondo economico?
«Diciamo che all’inizio dell’epidemia la pressione delle lobby nei confronti del governo è stata pesantissima, specie in Lombardia. Nella primissima fase della crisi c’è stato un arretramento evidente da parte di palazzo Chigi e da parte dell’ente regionale lombardo, a fronte di una serie di provvedimenti assai restrittivi e più che giustificati che l’esecutivo nazionale si apprestava a varare. Poi però le cose si sono ingarbugliate e nelle decisioni paura, ansia di sbagliare e incertezza han finito per farla da padroni».

In che senso?
«I politici e soprattutto il panel di dirigenti nonché di esperti che li hanno affiancati non hanno voluto prendersi la responsabilità di elaborare un piano a più livelli e un quadro realistico dei possibili scenari previsionali, nè si sono confrontati con le decisioni prese negli altri paesi europei i cui esperti hanno fatto e deciso cose diverse. Si veda ad esempio quanto accaduto in Svezia e in Svizzera che sono state criticate per essersi mosse in maniera troppo timida quando invece hanno dato vita a un lockdown più soft e ben mirato a poche misure chiave».

Che cosa è mancato nel Belpaese?
«In circostanze del genere chi consiglia il governo, al di là di tutto, come detto, deve essere in grado di elaborare analisi a più livelli ponderando rapporti costi benefici dettagliati e credibili in cui nel piatto della bilancia debbono finire non solo gli aspetti sanitari ed economici, ma anche quelli sociali, quelli relativi alle libertà degli individui. Chiaramente per elaborare una risposta del genere devi avere uno Stato e delle regioni ben funzionanti, in cui le catene di comando e di comunicazione siano chiare, trasparenti e ben articolate: cose che in Italia ci sogniamo».

E invece che cosa è successo?
«E invece la scelta di panel troppo grandi con troppi esperti ha tolto a ciascuno la responsabilità delle scelte. Gli esperti che affiancavano il governo non si sono voluti assumere le proprie responsabilità presentando per la fase due qualcosa come 52 scenari possibili: tra l’altro la parte politica non li aveva obbligati a farlo».

Con quale conseguenza?
«Con la conseguenza che palazzo Chigi ha finito per emanare regole in molti casi inutilmente ferree le quali poi hanno scatenato un panico ingiustificato».

Nel concreto può fare un esempio?
«L’approccio psicologico e della comunicazione, uno dei più importanti in casi del genere, è stato completamente trascurato: non mi pare che l’esecutivo si sia dotato di buoni consiglieri in questo ambito, tutt’altro. Assistere ai comunicati stampa quotidiani della protezione civile, alle prime pagine dei principali quotidiani e dei Tg nazionali, nonché ai numeri cumulativi dei morti e dei contagiati è stata un’azione che ha terrorizzato i cittadini: altro che la sobrietà essenziale di tutti gli altri paesi europei. Lo stesso dicasi per i briefing quotidiani dei governatori di Lombardia e Veneto ossia Attilio Fontana e Luca Zaia tanto per fare un altro paio di esempi».

Scusi, ma allora ci sono esempi alternativi cui fare riferimento?
«Sì ce ne sono. Non mi stanco di ripeterlo, Svizzera, Estonia, Islanda e soprattutto Svezia, hanno scelto un approccio più soft, più oculato soprattutto. Ma tutti gli altri paesi europei sono stati complessivamente meno duri nella serrata, o lockdown che dir si voglia, rispetto all’Italia. Stupidaggini come quella di non muoversi oltre i duecento metri dall’abitazione e di dover indossare mascherina e guanti per chi si muove da solo all’aperto non si sono viste. Si è fatta l’equazione per cui distanziamento sociale doveva significare per forza essere intombati a casa per due mesi, bambini compresi e cani esclusi».

Non è che in alcuni casi è valsa la regola molto italica per cui ti chiedo cento sapendo che mi darai cinquanta perché se ti chiedessi cinquanta, ossia il giusto, tu mi daresti venticinque?
«Sì in certi casi può essere stato così. Ma vede io penso che il cittadino e per me vale anche per i miei studenti, vada sempre considerato come una persona responsabile perché è proprio così che lo si responsabilizza. Tanto che nel complesso gli italiani siano stati ben rispettosi delle norme di sicurezza».

Come valuta lei lo slogan io resto a casa?
«L’hashtag io resto a casa ha declinato nel peggior modo possibile il distanziamento sociale. Chi sta all’aperto è molto più al sicuro di chi se ne sta al chiuso in un minimarket rionale o di periferia. Un luogo in cui si è costretti a passare a mezzo metro da molta gente. E aggiungo un altro elemento in tal senso».

Quale?
«I dati sul picco e sul rientro delle infezioni degli altri paesi europei mostrano un dato inequivocabile: nonostante tutte le differenze tra le serrate dei vari Paesi, tutti hanno avuto dei picchi e poi un rientro ad una situazione meno preoccupante. Il tutto è accaduto peraltro più o meno con le stesse tempistiche».

Il che significa?
«Il che significa che l’elemento più efficace di contrasto alla diffusione del virus è il distanziamento sociale, ma praticato nella giusta misura. Il grosso delle curve osservate ci racconta infatti che queste sono simili l’una all’altra: il che è capitato in Paesi che hanno deciso una stretta assai dura, come l’Italia, sia in Paesi che hanno usato una mano meno pesante. Il che ci fa capire che non era necessario l’intombamento in casa di tutta la popolazione. Poi la virtuosità del caso svedese va segnalata per un altro aspetto».

Sarebbe a dire?
«Nel Paese scandinavo il sistema sanitario nazionale ha una struttura particolare; è molto slegato dalla politica e ha la autorevolezza nonché le competenze per operare scelte abbastanza autonome sapendo che, in caso di errore, come dovrebbe succedere ai dirigenti, chi sbaglia la previsione paga. Ricordo ancora una volta che tutti i nostri media nazionali erano scandalizzati per la decisione dei dirigenti sanitari svedesi di non praticare un lockdown estremo. Costoro però, come dovrebbe essere un vero dirigente, hanno tenuto duro e hanno avuto ragione. Da noi invece è accaduto il contrario. Esperti e dirigenti hanno molto cavalcato di volta in volta l’onda del momento: i politici sono andati in scia. E l’opinione pubblica fatica ad accorgersene».

Come mai?
«In questo caso la colpa principale è quella delle televisioni e della stampa mainstream che si sono sdraiate sugli input che venivano dal governo e dalle giunte regionali indipendentemente dai colori politici delle stesse. Per questo, con la eccezione di pochi, il comparto media è da bocciare. Vanno premiate invece quelle testate indipendenti o quei giornalisti di inchiesta che hanno cercato di scavare in profondità».

Quali sono alcuni aspetti che secondo lei non sono stati sufficientemente sviscerati?
«Anzitutto c’è il caso Lombardia. Vogliamo dire una volta per tutte, come da qualche giorno hanno confermato alcuni miei autorevoli colleghi in Lombardia il virus circolava dai primi di gennaio e probabilmente anche da dicembre?».

E perché?
«La Lombardia è la regione italiana più iper-connessa col mondo. Ma davvero vogliamo credere che ministeri a partire dagli Interni, dagli Esteri e dalla Sanità, non conoscessero quante aziende lombarde mandassero il loro personale i loro top manager avanti e indietro dalla Cina? Ma per cortesia. A questa inerzia poi si è sommato un altro elemento inequivocabile».

A che cosa si riferisce?
«La sanità lombarda delle zone più colpite è riuscita a sbagliare tutto quello che si poteva sbagliare».

Ma davvero?
«Davvero sì. Adesso si comincia a capire per esempio che a fronte del Covid-19, che è un virus sì contagioso ma non è la peste nera, tantissimi casi potevano essere curati e seguiti in casa o in strutture specializzate ma non ospedaliere. Il che avrebbe evitato che i nosocomi ed il loro personale venissero esposti al rischio. La mancanza della figura del medico di base, abolita de facto in Lombardia, assieme al ricovero del 60% degli infetti, contro il 20% del Veneto per esempio, unita alla mancanza di protezioni per il personale ospedaliero, ha contribuito a innescare la bomba del contagio».

Sì però per procedere con l’assistenza decentrata servono personale e strutture ad hoc. O no?
«Sì. Ed è questo il punto. Tutto questo tam tam sulla paura, sulle scazzottate tra economia e sicurezza, ha finito per celare uno dei veri tabù: ossia quello per cui i presìdi sanitari pubblici, a partire da quelli territoriali sono stati smantellati in favore di quelli privati. In questo senso la Lombardia il cui fallimento è paradigmatico, prima della deflagrazione della emergenza era diventata da tempo un modello anche per altre realtà, Veneto in primis, che si stavano spingendo in quella direzione. Ecco, spero che dopo questa batosta la si smetta di osannare le bellezze del settore sanitario privato».

Pur a fronte delle storture storiche del comparto pubblico?
«La questione non va posta in questi termini. Non è che se nella sanità pubblica abbondano sperperi e corruzione io debba abolirla. No, al contrario bisogna farla funzionare in modo etico, efficiente ed efficace. E se la politica la gestisce ha evidentemente grosse responsabilità nel non riuscire a garantire questi aspetti».

Questa situazione nonostante tutto ci insegnerà qualcosa?
«Spero di sì. Il fatto che a livello centrale non siano state diramate direttive precise ha obbligato le singole Ulss o i singoli ospedali a sperimentare in proprio è un elemento ormai acclarato».

Con quali prospettive?
«In questo caso la differenziazione della gestione sanitaria tra le varie regioni è stato un punto di forza che ha moltiplicato le sperimentazioni favorendo la comparsa di soluzioni vincenti. Basti pensare per esempio ai tamponi sugli asintomatici, una ottima intuizione della microbiologia dell’ospedale di Padova. Per non parlare poi della cura al plasma immune che si sta sperimentando tra Mantova e Pavia, senza dimenticare l’utilizzo di alcuni farmaci usati per altre sintomatologie. Di queste esperienze la comunità scientifica farà tesoro».

E poi?
«E poi c’è la classe dirigente. Spero impari da certe scelte sciagurate come quella di vietare inizialmente le uscite dei genitori assieme ai propri figli».

Questa cosa l’ha colpita vero?
«Beh vorrei vedere, è il mio mestiere. Ho sentito alcuni colleghi, che stento a definire tali, dire che i bambini sono resilienti e non soffrono la costrizione in casa. Sappiamo che i bambini che non giocano spesso all’aperto e stanno chiusi in casa, per un motivo o per l’altro, hanno un incrementato rischio di sviluppare malattie metaboliche e il diabete da adulti, così come ci sono studi che indicano un miglioramento delle capacità cognitive, dei risultati scolastici e dell’umore stando all’aperto in aree verdi. Si può immaginare che cosa succede se vengono bloccati in casa per mesi. Io non voglio sentire più queste sciocchezze per cui i piccoli a cuor leggero possano rimanere chiusi senza problemi».

A pensar male si potrebbe dire che il governo possa aver approfittato della emergenza per rinsaldare la sua posizione. Non mancano i critici i quali ritengono che con la scusa dell’emergenza si eviterà di rendere conto all’opinione pubblica di tante scelte impopolari che per via della emergenza non verranno più poste al vaglio della opinione pubblica. Lei come la vede?
«Al di là di qualche singolo caso io eviterei onestamente letture complottistiche. Il punto è che un mix di inadeguatezza e ignoranza ha creato al Paese uno shock immenso che vedremo nel tempo: uno shock la maggior parte del quale sarebbe stata evitabile».

(Ph La dea bendata – Cica Hay)

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Giornalista

Marco Milioni, classe 1973, è giornalista pubblicista dal 2002. È stato per molti anni firma fissa de Il Gazzettino e corrispondente da Vicenza per Radio Rtl Venezia ed Rtl 102,5. Ha all'attivo collaborazioni con Alganews.it, Globalist.it, Il Fatto quotidiano, Canale 68 Veneto, Vicenzapiu.com, Radio Vicenza, Vvox.it e con il gruppo Citynews.

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