Sia per il suo grande impatto nell’immaginario collettivo, sia per la sua collocazione, non solo geografica ma anche culturale, “isolana”, il Giappone è spesso oggetto di rappresentazioni stereotipate e semplicistiche che non colgono le sue infinite contraddizioni. “Il regno dell’alta tecnologia”: vero, ci sono sperimentazioni avanzatissime in tema di robotica e intelligenza artificiale (a solo titolo di esempio), ma la quotidianità è incredibilmente “analogica”, con molte società che ancora usano il fax per comunicare e richiedono la presenza fisica dei lavoratori, e alberghi con la sola connessione LAN. “Un paese che ha un rapporto di grande rispetto verso la natura”: certo, i Giapponesi mostrano una grande sensibilità verso la fioritura dei ciliegi, eppure sostengono la caccia alle balene. Inoltre, durante gli anni del grande progresso industriale, prima del movimento ecologista, essi hanno inquinato terra e mare in infiniti modi. “La terra dell’efficienza lavorativa”: non si può negare che in Giappone vi sia in generale un atteggiamento di dedizione al lavoro, ma la produttività (in termini di PIL per ora lavorata) è ben inferiore a quella dell’Italia. Contraddizioni, appunto, come ve ne sono in ogni paese: peraltro, amare il Giappone non significa non vederne i difetti.

Quello che però risulta particolarmente difficile da accettare per chi, come me, ha fatto del Giappone il suo oggetto di studio, è la facilità con cui le notizie provenienti da questo paese vengano accolte in modo acritico in Italia, o addirittura distorte, spesso con giustificazioni basate su approcci esotizzanti e orientalisti degni di un crossover tra un romanzo di Salgari e un testo di antropologia dell’epoca vittoriana. 

La situazione causata dal covid-19 ha mostrato questo fenomeno con dolorosa evidenza. La diatriba sull’Avigan è stata un esempio paradigmatico di questo atteggiamento: senza voler riaccendere una polemica già nota e (fortunatamente) superata, fatico a immaginare una reazione simile per un video analogo fatto, ad esempio, negli Stati Uniti.

Vi sono purtroppo decine di altri esempi, sia sulla stampa sia su pubblicazioni specialistiche. La gestione della Diamond Princess, qui citata come esempio del perché alla burocrazia non dovrebbe essere permesso gestire emergenze sanitarie, è stata lodata da una rivista di settore italiana come modello di “efficienza marziale” nel controllo della crisi. I numeri forniti dal Governo giapponese vengono spesso evocati acriticamente come prova del successo del paese nel contenimento del covid, ignorando il fatto che in termini di test rispetto alla popolazione il Giappone è tra i gli ultimi in classifica tra i paesi sviluppati, con 1,46 test ogni 1.000 abitanti. Al 4 maggio, il paese (126,5 milioni di abitanti) aveva analizzato un totale di 184.586 tamponi: la vicina Corea del Sud (con una popolazione di 51,6 milioni) 633.921.

Nel caso del Giappone è in effetti in una certa misura più complesso ottenere informazioni di prima mano e attendibili rispetto a molti altri paesi. Anzitutto vi è una non indifferente barriera linguistica, che impedisce alla grande maggioranza del pubblico di verificare le fonti originali. Inoltre, la stampa giapponese non brilla certo per incisività e atteggiamento critico, ed è spesso contestata per la sua eccessiva docilità e vicinanza al Governo. Questi fattori tuttavia non possono essere considerati sufficienti. Il caso italiano poi è particolarmente difficile da capire, perché le università italiane hanno prodotto un grande numero di esperti di Giappone, alcuni dei quali di notevole capacità e preparazione: essi sarebbero senz’altro in grado di aiutare il pubblico italiano a filtrare le notizie in modo accurato.

Sono arrivato in Giappone nel 2011, pochi mesi dopo il “triplo disastro” dell’11 marzo (terremoto, tsunami, e incidente nucleare di Fukushima). Nelle settimane successive agli eventi era molto difficile ottenere informazioni attendibili sulla situazione nel paese, e i reportage che filtravano all’estero erano complessi da valutare. Anche in quell’occasione, purtroppo, sensazionalismi e notizie inesatte (quando non addirittura oggetto di vere e proprie interpretazioni creative) hanno caratterizzato la comunicazione a riguardo. Per me, che ero in procinto di trasferirmi, è stato particolarmente complicato ottenere un quadro chiaro.

È indubbio che tra gli aspetti affascinanti del Giappone vi siano proprio la sua lontananza e la sua aura di “diversità”. Ma questi non sono più i tempi di Pierre Loti, quando a un qualunque diario di viaggio si poteva attribuire valore quasi scientifico: ci sono modi e mezzi per comunicare il paese in maniera adulta, senza ricorrere a facili slogan. Diffidate, dunque, di chiunque voglia spiegarvi il Giappone in termini semplicistici.

Un bel libro di Pico Iyer, giornalista e saggista britannico che vive a Kyoto da molti anni, si apre con una frase che molti stranieri residenti di lungo corso in Giappone sentono di condividere “Ho vissuto nel Giappone occidentale per più di 32 anni, e, con mia gioia, ne so molto meno di quando sono arrivato”.

 

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collaboratore

Giorgio Fabio Colombo è professore ordinario di diritto comparato e diritto commerciale internazionale presso l'Università di Nagoya (Giappone), dove dirige l'Unità di Ricerca "Decolonising Arbitration", e Visiting Professor of Japanese Law presso l'Università "Ca' Foscari", Venezia. E' stato consulente della Judicial Academy of the Islamic Republic of Pakistan in progetti di formazione in materia di arbitrato. Ha insegnato e fatto ricerca nelle università di Pavia, Genova, Palermo, Ritsumeikan (Kyoto, Giappone), UC Berkeley (USA). E' Ricercatore residente della Scuola Italiana di Studi sull'Asia Orientale di Kyoto. I suoi interessi di ricerca riguardano l'ADR, l'arbitrato, i rapporti tra diritto e letteratura e le culture giuridiche.

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