Lombardia e tamponi, una storia senza fine. L’assessore Gallera ha annunciato nei giorni scorsi una nuova delibera che aprirebbe le porte dei laboratori privati sia per i test sierologici che per i tamponi. Il numero di tamponi effettuati in Lombardia è del tutto insufficiente per capire come stia effettivamente muovendosi il contagio. Il primo problema sembra essere organizzativo. Ci sono 33 laboratori accreditati per i test, pubblici e privati. Una media di 6mila tamponi al giorno, a volte con picchi più alti. Troppo pochi.

Un altro dei problemi è la mancanza di reagenti. L’acquisto dei reagenti necessari per eseguire i test sui tamponi (cinque diverse sostanze chimiche) è affidato alla centrale unica di acquisto ARIA Spa. Ma non si conoscono i dettagli. Tanto che un Consigliere Regionale Lombardo, Massimo De Rosa del Movimento Cinque Stelle, ha presentato una richiesta di accesso agli atti.

Si legge: “Per conoscere il numero di tamponi ad oggi acquistato da Regione Lombardia, le date relative agli acquisti, la data di apertura e chiusura bando, il numero di laboratori – suddivisi in pubblici e privati – che hanno effettuato i tamponi e il costo totale e unitario dei tamponi stessi. Cortesemente chiediamo altresì di conoscere il numero di tamponi ricevuti dal Dipartimento di Protezione Civile, la data in cui tali tamponi sono stati ricevuti da Regione Lombardia, il loro costo e le modalità attraverso le quali Regione Lombardia ha provveduto alla distribuzione alle strutture ospedaliere e a quelle private”. Il regolamento regionale prevede una risposta entro 15 giorni lavorativi.

Il costo industriale di un tampone, utilizzando reagenti almeno in parte prodotti nei laboratori di ricerca, è dell’ordine di 15 euro (inclusi il costo del personale tecnico, le utenze, il costo di ammortamento della strumentazione). Macchinari di ultima generazione arrivano a processare fino a 10.000 tamponi al giorno.

Dalla Protezione civile ne sono stati distribuiti 3,6 milioni alle Regioni che ne hanno fatti però 2,1 milioni (solo l’Asl può utilizzarli): quindi ci sono 1,5 milioni di tamponi nei magazzini. Nelle ultimissime settimane molte Regioni hanno aumentato la loro potenza di fuoco, ma non è stato sempre così come ricordano le tante denunce di ritardo nelle diagnosi, con differenze macroscopiche tra Regioni. In particolare spicca il Veneto che anche grazie ai suoi rifornimenti ne ha fatti finora oltre 380mila, più di quelli inviati da Roma (367mila) testando 220mila veneti (quelli in più sono i tamponi di controllo). In valore assoluto ne ha fatti di più la Lombardia, circa 418mila (meno però dei 566mila inviati da Roma) su quasi 250mila lombardi. Solo che i lombardi sono 10 milioni e i veneti 4,9 e così a conti fatti il Veneto ha testato quasi il doppio dei suoi cittadini:457 ogni 10mila veneti contro i 251 della Lombardia. E molti di più delle altre Regioni che sono state colpite dallo tsunami Covid, come il Piemonte (284 hanno fatto il tampone ogni 10mila abitanti) ed Emilia (299). Solo la piccola Valle d’Aosta ha fatto meglio del Veneto (493).

 

Il 14 aprile scorso l’assessore Gallera dichiarava ad ADNKRONOS: “Se potessimo, faremmo 1 milione di tamponi al giorno ma mancano i reagenti”. Il 16 aprile il Presidente Fontana dichiarava a SkyTg24: “Il problema dei tamponi è che il numero di reagenti disponibili oggi non ci permettono di fare un numero di tamponi superiore a quelli che facciamo. Tutti i laboratori sono impegnati, ma la mancanza di reagenti ci impedisce di processare un numero superiore di tamponi. Se non ci daranno più liquidi reagenti purtroppo i numeri rimarranno più o meno sempre quelli”.

Sempre il 14 aprile lancia l’allarme l’Istituto Zooprofilattico di Lombardia ed Emilia Romagna di Brescia, per voce del direttore generale Piero Frazzi: «Stanno finendo i reagenti, le sostanze chimiche che servono per evidenziare la presenza del virus. Le scorte sono ridotte all’osso, la domanda in questo momento è molto alta e il mercato di questi prodotti fatica a soddisfare in fretta tutti. Il rischio è che nel giro di un paio di giorni l’attività dell’istituto si possa bloccare”.

“Non solo la Lombardia ma ci aspettiamo che il Ministero della Salute provveda a comprare e nel caso requisire lotti di reagenti da mettere a disposizione di tutti i laboratori, pubblici e privati” dice a EC il Presidente Nazionale di FederLab (Associazione Nazionale Laboratori Privati) Gennaro Lamberti. Che aggiunge: “Se le ASL non sono in grado di garantire questo servizio perché non si lascia che lo facciano i privati con una convenzione? Qui parliamo di salute pubblica e ci aspettiamo quindi che sia il Governo, sia il Ministero della Salute a dare tutte le risorse necessarie in modo che le Regioni possano fare tamponi a tappeto, anche coinvolgendo i privati. Se non lo facciamo subito il lockdown degli ultimi due mesi rischia di essere del tutto inutile. Bisogna fare tamponi diagnostici. Come FederLab stiamo costruendo un nostro centro unico di acquisto per comprare quanti più reagenti possibili e abbassare il costo di un tampone che, al cittadino, potrebbe costare 70 euro”.

Quindi sulla ‘battaglia dei reagenti’ si muovono anche i privati in totale autonomia.

Manca una regia nazionale, questo è evidente. Abbiamo chiesto dati e risposte al Commissario Straordinario Arcuri ma al momento non abbiamo avuto riscontro. A Firenze, per sopperire alla carenza di un reagente, si è mossa l’Università.

“Abbiamo fatto delle prove – dice a EC il rettore dell’ateneo gigliato Luigi Dei – e siamo riusciti a riprodurre una delle cinque sostanze che servono per analizzare i tamponi. Ci siamo mossi dopo la segnalazione dell’Azienda Ospedaliera Careggi che segnalava la mancanza di uno di questi reagenti. Abbiamo studiato la sostanza chimica, le schede tecniche e abbiamo messo a punto una formula nostra in grado di svolgere la stessa funzione. Ci abbiamo lavorato una decina di giorni. L’ospedale le ha testate e funzionano benissimo. Ne abbiamo prodotti sei litri, che possono funzionare per 6mila tamponi. Si usa infatti un centimetro cubico per tampone. Noi abbiamo consegnato tutto, in maniera assolutamente gratuita, all’azienda ospedaliera. Parliamo di un costo vivo intorno a un centinaio di euro per litro. Abbiamo mandato tutto il protocollo a Roma al Ministero della Salute perché siamo stati subissati di richieste. Quindi ora al Ministero hanno tutto. Io credo che se, per esempio, si decidesse di impiegare lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare, una struttura pubblica e controllata, si potrebbero realizzare migliaia di litri in tempi ragionevolmente brevi. Non è che abbiamo ‘copiato’ una ricetta o un brevetto, ce lo siamo inventati noi e funziona. Forse, anche da un punto di vista di produzione industriale, se si mettessero insieme tutte le Università italiane, potremmo avere una produzione nazionale, pubblica, importante. Parliamo di costi bassi e di un impatto decisivo per la salute pubblica”.

Altro esperimento riuscito è quello di Udine: nel laboratorio unico dell’Azienda sanitaria universitaria, grazie al team guidato dal dottor Francesco Ciaravella, responsabile della piattaforma Centro Servizio Laboratorio, e alla geniale intuizione della coordinatrice dell’area biologia molecolare dell’azienda sanitaria Stefania Marzinotto, sono riusciti a mettere a punto un metodo che rende possibile prescindere dall’utilizzo degli ormai introvabili kit.

Un nuovo sistema, ha spiegato la biologa che “consiste nel trattare il campione con metodi fisici, come il cambio repentino di temperatura, in presenza di enzimi litici e di blandi detergenti”. Nello specifico si tratta di una soluzione che consente “di sequenziare direttamente il materiale senza usare il kit; il materiale che viene raccolto con il tampone deve essere processato, dobbiamo verificare la presenza di alcuni geni tipici del virus.”

Una soluzione vantaggiosa anche in termini di costi economici, con un risparmio di “circa il 90 per cento per quanto riguarda il costo del kit”.

A Udine il nuovo protocollo impiega 22 minuti a differenza dei kit automatizzati in cui invece il tempo va dalle due alle sei ore. Tempi di risposta di gran lunga ridotti che permettono di passare ad una capacità di analisi da una media di 750 a 1.600 test al giorno.

“Aspettiamo con ansia questa delibera di Regione Lombardia” – dice a EC il Presidente di FromCeo Lombardia (Ordine dei Medici Famiglia) Gianluigi Spata “perché è evidente che adesso l’urgenza è fare quanti più tamponi possibili. Serve un sistema di sorveglianza del territorio che comprenda i medici di famiglia, i medici del lavoro e il dipartimento di prevenzione. Dobbiamo identificare immediatamente i nuovi positivi e isolarli. Le aziende sanitarie devono sapere in tempo reale chi è a casa con sospetto Covid. I test sierologici ci serviranno solo per capire come si è mosso il virus sul territorio, nulla di più, per costruire un modello epidemiologico. Sappiamo di persone che rimangono positive anche per 60-70 giorni. Mandare nel territorio persone che non hanno fatto il tampone è un grave rischio. Ci vogliono più risorse umane per mappare il territorio, speriamo che la delibera regionale lo preveda. Con questo virus andremo a convivere per mesi, bisogna ripensare la sanità sul territorio che deve essere presidiata con più risorse, più medici, più personale anche nelle USCA (Unità Speciali Continuità Assistenziale). È davvero fondamentale ora la responsabilità anche dei singoli cittadini. Mascherine e mantenere le distanze. Io ho preso il Covid, so cosa vuol dire. Ho perso dieci chili e sono tornato al lavoro da tre giorni… questa fase ora è molto pericolosa. Ripeto, serve un controllo capillare del territorio”.

Ma attenzione, non tutti i tamponi sono uguali.

La Fondazione GIMBE ha condotto un’analisi indipendente sui dati della Protezione Civile che dal 19 aprile, oltre al numero totale dei tamponi, riporta per ciascuna Regione il numero dei “casi testati” definiti come il “totale dei soggetti sottoposti al test”.

I “casi testati” identificano i “tamponi diagnostici” e la differenza tra “tamponi totali” e “casi testati” corrisponde ai “tamponi di controllo”, effettuati sullo stesso soggetto per confermare la guarigione virologica o per altre necessità di ripetere il test. Dall’inizio dell’epidemia sono stati effettuati in Italia 2.310.999 tamponi di cui il 67,1% “diagnostici” e il 32,9% “di controllo”.

Sulla base della popolazione residente il numero di tamponi, sia totali che diagnostici, è stato parametrato a 100.000 abitanti/die, un indicatore più affidabile per i confronti regionali.

Le Regioni sono state suddivise secondo le 5 classi di propensione all’esecuzione dei tamponi di una recente analisi della Fondazione Hume, in relazione al numero di tamponi per 100.000 abitanti/die che risulta inversamente correlato alla mortalità.

Poiché il dato sui “casi testati” è stato oggetto di ricalcolo da parte di alcune Regioni fino al 21 aprile, il periodo di osservazione è stato fissato dal 22 aprile al 6 maggio.

“Le nostre analisi effettuate sugli ultimi 14 giorni – spiega Nino Cartabellotta, Presidente di GIMBE –forniscono tre incontrovertibili evidenze: innanzitutto, si conferma che circa 1/3 dei tamponi sono “di controllo”; in secondo luogo il numero di tamponi per 100.000 abitanti/die è molto esiguo rispetto alla massiccia attività di testing necessaria nella fase 2; infine, esistono notevoli variabilità regionali sia sulla propensione all’esecuzione dei tamponi, sia rispetto alla percentuale di tamponi “diagnostici””.

“Alla luce di questi dati la Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – da un lato richiama tutte le Regioni a implementare l’estensione mirata dei tamponi diagnostici, dall’altro chiede al Ministero della Salute di inserire tra gli indicatori di monitoraggio della fase 2 uno standard minimo di almeno 250 tamponi diagnostici al giorno per 100.000 abitanti. Il Governo infatti, oltre a favorire le strategie di testing, deve neutralizzare comportamenti opportunistici delle Regioni finalizzati a ridurre la diagnosi di un numero troppo elevato di nuovi casi che, in base agli algoritmi attuali, aumenterebbe il rischio di nuovi lockdown”.

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

Commenta con Facebook