Era nato come Richard Wayne Penniman, in quel di Macon, Georgia, profondo sud degli Stati Uniti più brutalmente razzisti e segregazionisti, il 5 dicembre 1932. Se n’è andato oggi, 9 maggio 2020, alla veneranda età di 87 anni, malato di cancro (il maledetto SarsCov2 sembra innocente, in questo caso). Siamo molto dispiaciuti, direte voi, ma chi cacchio è Richard Wayne Penniman? Beh, è “soltanto” il rock. Richard Wayne Penniman è Little Richard, l’inventore del rock, la leggenda del rock. Il Rock fatto uomo. Senza di lui, nisba. Non ci sarebbe stato niente, saremmo ancora a ballate soul gospel blues. Al jazz. Forse il pop, ma signore e signori, vogliamo mettere? Stiamo parlando della musica che ha rivoluzionato il ‘900. Sua maestà Rock’n’Roll.

Come nelle migliori storie a stelle e strisce, il piccolo Riccardo rappresenta la realizzazione (purtroppo non più vivente…) che l’American dream esiste. O esisteva… Non importano le condizioni di partenza. Non importa se bianco o nero. Non importa se ricco o povero. Non importa se bravo ragazzo (o brava ragazza) o real bad bloody guy/girl. L’unica cosa importante è avere lo “shining”. Il talento. E di quello Little Richard ne aveva a bizzeffe.
Come mia abitudine (i miei 27 lettori lo sanno già, gli altri 2 che conquisterò oggi lo scoprono ora), non starò ad ammorbarvi con la biografia di questo genio rock. Basta saper compulsare qualunque smartphone/tablet/pc/mcbook per trovare miliardi, e sto schiscio, di pagine che lo raccontano. In tutte le lingue. A tutte le latitudini. Ma due cose due vanno dette.

Negli Usa degli anni Cinquanta, dove il bianco e il nero non si mischiavano proprio, i suoi concerti furono “la” rivoluzione. Gli afroamericani e i whasp (white heterosexual anglo saxon protestant) cominciarono infatti a scoprire il piacere di stare assieme. Non per dovere. Non per l’urgenza etica ideologica o politica di farlo. Ma proprio per il piacere di farlo. Accadeva infatti che anche ai suoi live show ci fossero le zone separate riservate ai “bianchi” e ai “neri”. Ma dopo un po’ che il suo rock scuoteva i loro bacini e le loro anche, bianchi e neri finivano per ritrovarsi a ballare scatenati fianco a fianco. Suscitando lo scandalo e la reazione di gruppi di mediocri individui come quelli riuniti nel North Alabama White Citizens Council, che si svenarono per mandare sulle tv spot che mettevano in guardia contro il diavolo Little Richard e affermavano che “il Rock’n’Roll è parte di un complotto comunista per danneggiare i valori morali della gioventù statunitense. È pieno di riferimenti sessuali, immorale e avvicina le persone di etnie diverse le une alle altre”. Il rock come musica del diavolo e complotto comunista… vi ricorda qualcosa?

La cosa più assurda, pure per quei brutti tempi, era che Richard Wayne Penniman fosse proprio tutt’altro che comunista. E ancora di meno il diavolo. Tanto che nel 1957, 35enne di grandissimo successo, Little Richard smise improvvisamente i panni della star (rockstar non si diceva ancora, allora) per vestire quelli del “prete”. Tecnicamente non proprio del prete, ma passatemi la metafora. Entrò infatti in un’università cristiana dell’Alabama, convinto a diventare un predicatore. Predicatore di un fondamentalismo cristiano, perdipiù. Una conversione che per fortuna non durò troppo a lungo. Tornò sulle scene nel 1962, già Beatles e Rolling Stones erano apparsi sulla scena (e si dichiaravano suoi devoti fans), scoprì un giovane ragazzo black dall’enorme talento (si chiamava Jimi Hendrix…) e lo reclutò nella sua band, visse come il più dannato degli ostia: orge, sesso, droga. E ovviamente sempre tanto rock’n’roll. Poi, torno alla sua conversione, per vivere gran parte della sua lunga vecchiaia nel segno di Dio. Ma senza mai più abbandonare la “sua” musica.

L’altra cosa (e qui vado a chiudere) è una playlist. Ognuno, come è giusto e doveroso che sia, avrà la sua. La mia è questa, alcuni sono pezzi scritti da lui, altri divinamente (re)interpretati: Tutti Frutti, Long Tall Sally, Slippin’ and Slidin, Jenny, Jenny, Good Golly, Miss Molly, Don’t Deceive Me, Devil With a Blue Dress on, Lucille, Keep a Knockin’, Rip It Up, Land of Thousand Lands, You Know You Make Me Wanna Shout, Poor Dog.
Che la terra ti sia lieve, piccolo Riccardo.

Colonna sonora di questo pezzo: ovviamente e doverosamente, Long Tall Sally e Tutti Frutti

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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