Monica sta male dal 15 di marzo. Tutto è iniziato con un forte bruciore alle narici, alla trachea e al petto. Poi la febbre, a 38, ma non pareva nulla di preoccupante. Quindi  la sensazione di sentire il fuoco nei polmoni. Si è poi aggiunta la spossatezza, tanto da svenire. E infine il mal di testa, fastidiosissimo. “Con una sensazione costante di nausea. Dovevo far attenzione, talvolta, a come respiravo, perché il disagio era così forte che mi veniva  da vomitare”, aggiunge. Monica è titolare di una palestra, chiusa da inizio marzo. E mamma di una giovane promessa del volley, Elisa, che gioca a Monza. “Già a metà febbraio sono iniziati i vai e vieni con la Brianza. Le scuole erano state chiuse, la società aveva interrotto gli allenamenti, siamo andati a prenderla perché a Monza non poteva stare. Forse il Covid-19 l’abbiamo preso lì, chissà. Anche se i tempi non combaciano”, sospira.

Monica, al 10 di maggio, è ancora positiva. E con lei suo figlio, Davide, di 19 anni. Forse si è ammalata anche Elisa, che di anni ne ha 17, e di certo Umberto, suo marito, quello che se l’è vista più brutta. “Ha iniziato a star male il 13 marzo. Già il 14 abbiamo contattato il numero di emergenza,  perché aveva delle crisi respiratorie gravi e frequenti. Ci avevano consigliato di curarlo con la tachipirina, ma non serviva. Il medico di famiglia, al telefono, aveva prescritto degli antibiotici, ma nemmeno con quelli avevamo risolto. Finalmente il 23, dopo aver insistito, ho potuto portarlo al dipartimento di igiene e profilassi per il tampone: non si reggeva in piedi, era sfinito”, aggiunge .

Il giorno dopo Umberto viene ricoverato all’ospedale Maggiore di Trieste. D’urgenza, perché non riesce a respirare. Si scopre che ha il Covid-19. Viene ricoverato in infettivologia, con terapia sub intensiva. Poi passa di reparto, rimanendo in totale 20 giorni in ospedale. Quindi  finisce  all’ex base logistica del Lazzaretto di Muggia, aperta per la quarantena degli asintomatici o di chi esce dalla malattia. Ha fatto 6 tamponi, risulta guarito, non contagioso. E’ il 10 maggio e sogna di tornare a casa. Nel frattempo il suo contratto annuale di lavoro, come impiegato, per una cooperativa, è scaduto. Lui era in ospedale, non gli è stato rinnovato.

Al ricovero di Umberto  sono probabilmente tutti malati, ma non lo sanno. Hanno chiesto il tampone, ma l’hanno fatto solo ad Umberto, che era oggettivamente il più grave. “Quand’è entrato in ospedale  siamo stati contattati e il 29 marzo siamo stati sottoposti al tampone anche noi tre”, spiega Monica. Lei ed Elisa risultano negative, Davide positivo. Elisa, pur presentando alcuni sintomi del Covid-19, qualche linea di febbre e un po’ di tosse, ha sempre avuto i tamponi negativi. Ma non può uscire, perché in casa c’è sempre qualche positivo. Davide, suo fratello, ha dei sintomi lievi: non ha più il senso del gusto e dell’olfatto, ha un po’ di raffreddore, con il naso che cola. Ma nulla di più, anzi ha voglia di allenarsi, di portarsi in casa i rulli della bici. E’ abituato a fare sport, la quarantena gli va davvero stretta.

 

Attende, però, pazientemente il tampone successivo. Il 7 aprile il risultato è indefinito e va ripetuto. L’11 aprile è negativo. Del tampone del 17 aprile si perdono le tracce. “Dopo un numero infinito di telefonate, parlando sempre con persone diverse, il 24 vengo avvisata che Davide è di nuovo positivo”, commenta Monica. “Una notizia arrivata  immediatamente dopo aver fatto l’ennesima chiamata per sapere qualcosa. Mi pareva quasi fosse un modo per zittirmi”, spiega. Sta di fatto che bisogna attendere ancora, perché i risultati negativi devono essere due di fila. Davide fa un nuovo tampone il 27 aprile, ed è negativo. Quindi il 6 maggio vanno tutti e tre  al distretto. In due  momenti diversi, perché in tre in automobile non si può stare. Credono  sia il tampone finale, sperano di poter finalmente far tornare a casa Umberto, che sta bene e attende al Lazzaretto. Invece Davide e Monica sono ancora positivi. “Stiamo bene, non avvertiamo alcun sintomo. Non mi so spiegare cosa stia accadendo. Passo letteralmente la giornata a disinfettare la casa, a lavare il bucato con Napisan o candeggina, a passare lo straccio imbevuto d’alcool su qualsiasi superficie su cui appoggiamo le mani. Viviamo il più possibile separati, ognuno in una stanza. Indossiamo la mascherina, non usciamo se non per i tamponi. Per la spesa ci  aiutano degli amici, la Protezione Civile ha consegnato ad Umberto il necessario per la permanenza al Lazzaretto. Non so come avremmo potuto essere più attenti”, aggiunge sfiduciata. Vorrebbe saperne di più, ma i risultati dei  tamponi sono sempre arrivati telefonicamente. Non hanno un unico referente, non sono nemmeno considerati come un unico nucleo famigliare dal distretto sanitario, perché ogni comunicazione che arriva è per un singolo membro della famiglia. “Mi chiamano prima per me, poi per dirmi dei ragazzi. E sinora solo 3 persone si sono identificate. Davvero brancoliamo nel buio, siamo stremati”, commenta Monica.

 

Ma, nonostante tutto, resistono. Elisa si allena a casa, con la palla da volley. Le pareti mostrano i segni delle sue schiacciate. Chissà cosa dirà Umberto quando ritornerà. Davide studia, perché tra qualche settimana ha l’esame di maturità all’istituto tecnico nautico. Ma è anche lui un pallavolista, continua ad allenarsi, con costanza. Monica, che si sente bene, tiene lezioni virtuali alle sue allieve dello studio di Pilates. E programma il futuro, perché la palestra chissà quando potrà riaprire. Umberto attende, passeggiando sul lungomare muggesano, di riunirsi alla sua famiglia. Ha voglia di ricominciare, di trovare un altro lavoro.

 

Li aspettano ancora 2 tamponi se tutto va bene. Il primo probabilmente intorno al 12 maggio, per Davide e Monica, che erano positivi. Il secondo per tutti e 3, prima del 21 maggio. “Li faremo speranzosi. La positività aiuta sempre”, conclude Monica sorridendo dallo schermo del computer durante la nostra videochiamata. Un bel sorriso, spontaneo. Si vede che ci crede veramente.

 

(Foto: Girl with balloon di Bansky)

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giornalista

Triestina, giornalista professionista con studi storici alle spalle, parecchio curiosa, ha iniziato a lavorare in cronaca, per poi passare ad argomenti più leggeri, ma non per questo meno importanti: salute, ambiente, movimento, alimentazione, turismo. Scrive soprattutto per i femminili e i periodici: Donna Moderna, Bell’Italia, Bell’Europa, Starbene.

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