Il periodo di quarantena e la fase 2 – per i fortunati che non si sono ammalati e non sono in affanno economico – possono essere un “laboratorio durante il quale imparare molto anche su se stressi”. Il rischio però è che qualunque lezione abbiamo imparato “svanisca tempo tre mesi”. Ne è convinto Paolo Vergnani, psicologo, attore, esperto e docente di gestione e risoluzione dei conflitti. Nel 1997 ha tenuto il primo spettacolo di Teatro d’impresa in Italia ed è presidente di Spell. Ha lavorato in diversi paesi tra cui Austria, Bosnia, Brasile, Ungheria, Vietnam, Iraq e Angola.

Che cosa sta imparando da questo stop forzato così prolungato?

A gestire i tempi del lavoro e della vita. Io ero un work addicted, uno di quelli che si alza alle 5 del mattino, va in trasferta da Bologna a Roma, Milano o Torino e si fa la sua giornata di lavoro. Alla sera prende il treno e va in un’altra città. La mia vita era questa, spesso anche di sabato e domenica. Questa nuova situazione mi sta facendo dire ‘ma era proprio obbligatorio, alla mia età, fare tutto questo? Forse no’. Magari anche quelle altre due o tre cosucce che la vita ti può offrire hanno un senso. Sto anche imparando la resistenza ad annoiarmi e a non cedere al bisogno di riempire il tempo. Adesso mi annoio. Ci è stato regalata la possibilità di annoiarci e sentirci addirittura degli eroe. Questo è strepitoso, perché la nostra cultura ci dice che se ti annoi, invece, sei una schifezza. Trovo bellissimo potersi annoiare senza sensi di colpa.

È un ribaltamento

È un ribaltamento totale, ma sano. Ammesso che questa vicenda del covid-19 si risolva, e non lo sto dando affatto per scontato, temo che ce ne dimenticheremo. Nella vita mi è successo. Le prime volte in cui sono andato a lavorare in zone di guerra, rientrando a casa il pensiero era ‘ma in fondo che problemi ho io nella vita?’. È stato bellissimo, perché mi ha permesso di ridimensionare tutto. L’effetto però, mi sono reso conto, dura due o tre mesi, poi e te ne dimentichi. Sei portato a rientrare nel frullatore della vita quotidiana e a perdere di vista questa visione un po’ più ampia.

Anche il lavoro è cambiato molto negli ultimi mesi. Per tanti è scattato lo smart working, di cui lei si è molto occupato, raccontandolo con gli occhi del capo e con gli occhi del dipendente.

Con i miei colleghi della Spell abbiamo lavorato sullo smart working nella condizione ottimale, cioè quella di un’azienda che, senza esserne obbligata dalle contingenze, decide di istituirlo. È uno scenario completamente diverso rispetto a quello in cui le aziende si stanno muovendo adesso. La situazione attuale più che smart working è semplicemente un ‘sono obbligato a lavorare da casa’. Lo smart working, ad esempio, prevede che i bambini siano a scuola. In queste settimane, a esempio, ho fatto una video conferenze con manager con figli che arrivano e dicevano: ‘mamma mi scappa la cacca’. Anche questo è un pezzo di vita interessante, ma non è certo smart working. È un ripiego. Come si dice nella mia città, Bologna, ‘piutost che gnenta l’è mei piutost’ (piuttosto che niente è meglio piuttosto, ndr).

Tutta questa situazione collettiva come si evolverà?

Difficile dirlo, ma così è praticamente ingestibile. Vedo gente che sarebbe felice di lavorare in miniera, piuttosto che continuare a vivere in questa situazione. Un conto è organizzarsi e sapere che un giorno o due alla settimana si lavorerà da casa. Un conto è la situazione attuale che, invece, è un infermo sia per il lavoro sia, temo, per le relazioni familiari. In tanti magari non possono fissare riunioni perché il figlio ha un compito in classe e in casa c’è solo un computer. Situazioni così rispetto al vero smart working sono un altro mondo. Ci sono invece aspetti con cui questa modalità di lavoro porta comunque a doversi confrontare. Fondamentale, ad esempio, è il tema della fiducia.

Un valore che non rientra molto nella cultura d’azienda italiana

Esatto, la fiducia non rientra nella cultura d’azienda e men che meno nella cultura d’azienda italiana. Da noi il lavoro assomiglia al rapporto che c’è a scuola tra studenti e professori, nella logica dell’‘o io frego te o tu freghi me’. In noi italiani, poi, c’è una sorta di idiosincrasia verso qualunque forma di autorità e vige la logica secondo la quale se sei il capo sei il nemico. Il non scritto, che risale ai tempi del lavoro a cottimo, per i lavoratori è quello di rallentare un po’ il ritmo per evitare di alzare il limite e per il datore di lavoro chiedere sempre di più. É un criterio che vale ancora, ad esempio, per i commerciali: la loro regola d’oro è mai superare il budget di oltre il 5% perché sennò l’anno successivo quella diventa la regola.

È una dinamica che si vede anche al di fuori del mondo del lavoro

Certo, l’ultimo caso è quello della possibilità di andare a trovare i congiunti, che trovo meravigliosa. È un piccolo capolavoro, soprattutto da punto di vista del messaggio. L’Italia è l’unico Paese in Europa dove negli svincoli delle autostrade c’è il limite dei 40 all’ora. E questo rende gli  stranieri un problema, perché vedendo il cartello davvero inchiodano e si mettono davvero a 40 all’ora. Nella realtà, se tu rispetti quel limite sei un pericolo pubblico, una mina vagante. È una follia. In Italia, però, c’è il limite dei 40 all’ora in modo da evitare che ogni automobilista superi i 100. Tornando ai congiunti, se per la fase 2 il governo avesse detto ‘pace libera tutti’ sarebbe scattato un caos ancora più grande di quanto non sia avvenuto, con tanto di feste in spiaggia e pic nic in ogni parco. D’altro canto, se non si fosse allentata un po’ la quarantena – in tanti dopo due mesi non ce la facevano più ad esempio a non vedere l’amante – più di qualcuno avrebbe dato letteralmente di matto. Allora cosa si fa? Si crea la storia dei congiunti, che ha un adorabile livello di ambiguità, proprio come il limite dei 40 all’ora. Poi salta fuori che nel novero dei congiunti rientrano anche le fidanzate. Ma per fidanzate che cosa si intende? Scatta la domanda: ‘le vuoi veramente bene o fai solo sesso’? Questa è un po’la regola de gioco.

Nello smart working il tema della fiducia si declina più o meno allo stesso modo?

Quello della fiducia è il tema dello smart working. Da una parte c’è il capo che non si fida del collaboratore e ha l’ansia del controllo. Gli hanno insegnato che essere capo vuol dire controllare. Se viene lasciato a casa, anche se conosce tutta la letteratura che dice che i collaboratori alla fine lavorano di più lontano dall’ufficio, il capo si agita perché non lo vede con i suoi occhi. Bisogna però considerare anche un altro aspetto: nelle aziende moderne, sempre più complesse, spesso sul piano tecnico il collaboratore è più bravo del capo. Il capo, non avendolo vicino fisicamente, in qualche misura si sente abbandonato.

Qual è la situazione vista invece con gli occhi dei collaboratori?

In questo periodo stiamo riscoprendo la funzione sociale del lavoro. Ognuno di noi passa più tempo, da sveglio, al lavoro che in qualunque altro contesto. A meno che tu non sia un soggetto talmente introverso da non aver allacciato alcuna relazione con i colleghi, o che tu sia finito in un inferno e allora lo smart working è una liberazione, lavorare solo da casa è un problema. Questo era emerso già nel corso delle prime sperimentazioni sul telelavoro in Svezia e in Finlandia, dove le distanze sono grandi, l’inverno è rigidissimo, fa freddo e quindi i vantaggi sarebbero sensibili. Anche in quel contesto, salvo il 15% della popolazione che stava benissimo da sola, gli altri dopo un po’ chiedeva di tornare a lavorare. È inevitabile. Manca il caffè, il pettegolezzo, il flirt. Tutte situazioni che offre il posto di lavoro. Oggi, per quanto è immersiva la realtà lavorativa, resta ben poco al di fuori.

Cosa cambia, invece, per chi lavora in quelle aziende che hanno un modello diverso e più inclusivo? Penso ad esempio a Google o per tornare in Italia alla Diesel di Renzo Rosso.

C’è un bellissimo libro di Michela Marzano che si chiama ‘Estensione del dominio della manipolazione’ e che parla proprio delle aziende ‘best place to work’. Quelle che per intenderci hanno la palestra, dove alla sera si fa l’happy hour e dove c’è una forte socialità. Da un lato è splendido, certo, dall’altro il vero problema è che se tu lavori in un contesto del genere non stacchi mai. Chi lavora in un’azienda normale, comunque, alle 7 di sera, devastato fin che vuoi, ma va a casa, va in palestra, va a farsi l’aperitivo con i suoi amici, va dalla fidanzata. Se invece lavori in un’azienda più inclusiva, vai in palestra lì, l’aperitivo lo fai lì, l’amore lo trovi lì perché in realtà non hai grandi possibilità di conoscere altra gente. Alla fine l’azienda è davvero è padrona della tua esistenza. Se perdi il posto, non perdi solo quello ma tutta la tua vita. In Giappone c’è un meccanismo analogo, anche se per altri motivi, ed è normale che i figli lavorino per l’azienda nella quale ha lavorato il genitore. L’azienda diventa un riferimento per la famiglia. E non è un caso se in Giappone ci sono i ghetti dove i manager che per qualche motivo hanno fatto qualcosa di sbagliato vivono come dei reietti.

Che cosa rimarrà, secondo lei, di tutta questa esperienza?

Sono convinto che molte aziende, se ci sarà la possibilità di tornare indietro, metteranno una croce sullo smart working e diranno ‘quella schifezza non la voglio mai più’. Nel mondo della scuola e soprattutto dell’università, invece, qualcosa rimarrà. Tutta la fase della sperimentazione, che probabilmente in Italia sarebbe durata ancora 10 anni, è stata saltata a piè pari. E soprattutto per le università l’e-learning, ci sta avvicinando a soluzioni come la classe virtuale, interessanti da sperimentare. Da docente, in ogni caso, continuo a pensare che gli allievi, almeno quelli di questa generazione, non potranno totalmente prescindere dal rapporto, anche fisico, con l’insegnante. Però qualcosa di valido nella formazione a distanza c’è. Non a caso molte aziende, anche per ragioni di costi, stavano sostituendo i corsi proprio con l’e-learning. Non si potranno mai fare 8 ore di lezione in video conferenza, ovviamente, però magari un’ora e mezza a distanza risulta efficace e interessante.

Le lezioni on line, tra l’altro, tengono impegnati un po’ i ragazzi che altrimenti, stando chiusi in casa tutto il giorno, vengono seguiti solo dai genitori

Sono chi ha figli sa quanto questo periodo sia stato e sia impegnativo. E qui si apre anche un altro tema: molti vanno a lavorare proprio perché non riescono e non possono stare a casa. Anche un numero enorme di rapporti di coppia vivono sulla distanza : in tanti casi se marito e moglie sono è entrambi in smart working volano scintille. La gente ha bisogno di lavorare fuori casa, ma anche banalmente di uscire di casa. È la differenza tra l’avere la casa rifugio o la casa prigione.

 

(Foto Room in New York – Edward Hopper)

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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