I nodi talvolta vengono al pettine e, a questo giro, tocca ai dpcm, i famosi decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Quando sono comparsi, sostanzialmente inediti, oltraggiando a nostro avviso il Parlamento e la Costituzione del nostro Paese, ci è stato detto che era l’unico strumento per evitare perdite di tempo nell’affrontare l’emergenza coronavirus. Un solo uomo al comando, Giuseppe Conte, e il bene della nazione sarebbe stato preservato senza politichese, trattative e, quella prassi antipatica, che si chiama democrazia parlamentare.

Oggi, archiviata anche la prima decade di maggio, da settimane, stiamo aspettando il dcpm aprile. Quello che doveva andare a braccetto con la fase 2, quello che doveva dare linfa e regole all’Italia per ripartire e rialzarsi dalla crisi sanitaria, economica e dagli oltre 30 mila morti. Il suk di Palazzo Chigi però non ha partorito ad oggi alcunché. Tanta inutile comunicazione del sarà e del potrebbe essere sui giornaloni, ma nulla in gazzetta ufficiale.

Il fatto non è grave, ma molto di più. Non perché il mercato delle vacche non sia all’ordine del giorno da sempre in Italia nelle scelte politiche di sistema, prova ne sia il parto ogni anno complicato della così detta manovra finanziaria. No, l’aspetto grave è che certi provvedimenti, strutturali e decisivi per il futuro dell’Italia, delle italiane e degli italiani, è logico che veda la luce tra emendamenti e trattative parlamentari.

L’Italia è, costituzionalmente, una repubblica parlamentare. Il Parlamento è al centro. Non per una trasparenza nelle manovre partitiche e politiche, che non esiste e non è mai esistita: salotti, patti delle crostate, corridoi, fanno parte da sempre del lessico della trattativa extra Camera e destra Senato e che poi a Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama entrano come spifferi da finestre lasciate aperte. Quello che conta è l’equilibrio delle istanze. Viceversa, come ora sta accadendo, a farsi sentire, a essere lobby ascoltata di potere, sono solo le consorterie più forti o immanicate.

A vedere il brutto spettacolo del dpcm aprile, viene da chiedersi se non siamo entrati, di fatto, nella terza repubblica. Che l’Italia sia una repubblica, non c’è dubbio o almeno non ci sarà fintanto che saremo chiamati a votare. Ma che covid sia stato il pretesto, l’occasione, l’accadimento che ha cambiato il sistema di governo del nostro Paese, è un dato di fatto.

Il protagonismo, fino ad oggi solo caratteriale, che ha caratterizzato sino al 2019 alcuni di coloro i quali hanno incarnato l’istituto del Presidente del Consiglio dei Ministri, ora è diventato di fatto istituzionale. Giuseppe Conte è stato, questo la Storia cui tanto si appella ricorderà, il primo Premier italiano. Il primo tra i pari. L’oltraggiatore della prassi parlamentare.

Fa riflettere e forse è indicativo, che a sancire questo passaggio sia stato un “presidente inesistente”, definizione che prendiamo a prestito dal bel personaggio di Italo Calvino, dal suo “cavaliere inesistente”. Giuseppe Conte, detto con rispetto, non è infatti nessuno. È un nome tirato fuori da un cappello. Con questo vogliamo significare che l’attuale Presidente del Consiglio, non ha alle spalle alcuno e alcun potere forte. È solo lui. Quindi, per dirla com’è, non aveva né ha la forza per cambiare alcunché, tanto più per decretare la fine di un sistema politico.

La terza repubblica italiana non arriva quindi per mano di Giuseppe Conte, che risulta essere “utile idiota” di una maggioranza parlamentare incoerente e di una presidenza della repubblica debole. I dpcm sono figli di un percorso storico e istituzionale che ha una chiara matrice conservatrice e che trova il suo incipit nella seconda repubblica, quella con pulsioni, mai sopite e mai raggiunte, presidenziali.

La democrazia, quella parlamentare delle così dette “perdite di tempo”, si sa, che dà fastidio allo status quo, rispetto al quale è sempre rivoluzionaria, cioè portatrice di prassi nuove, di cambiamenti, della rappresentazione di nuove istanze. L’uomo forte o l’uomo solo al comando, viceversa è il garante di un mondo che si autogenera e autotutela, che difende interessi di potere ed economici, che paterno sa cosa bisogna e cosa è giusto fare, quindi lo impone, magnanimo, ai figli suoi sudditi.

(Luigi XIV cena col Moliere – Ingres)

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William Beccaro, 48 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.