Le comunità islamiche italiane hanno vissuto quella del coronavirus come “un’emergenza nell’emergenza” e negli ultimi giorni s sono trovate ad affrontare una nuova ondata di ostilità, effetto collaterale della liberazione di Silvia Romano, convertitasi all’Islam nei 18 mesi di prigioni in Kenya. Non solo. Tra le scelte difficili che sono state obbligate ad affrontare, spiega il presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) Yassine Lafram, anche quella di tenere chiuse le moschee fin dopo la fine del Ramadan, annullando di fatto la festa di Eid El Fitr.

Voi siete stati molto prudenti, molto di più rispetto ad altre confessioni religiose, tra cui la stessa Chiesa cattolica con la Cei che ha chiesto e ottenuto di riprendere a celebrare le messe. Come mai? 

Yassine Lafram, presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII)

La nostra scelta è stata dettata dal momento. Noi stiamo attraversano un momento particolare come comunità islamica, perché è il periodo del mese di Ramadan e solitamente in questo periodo le moschee sono affollatissime e nella festa di fine Ramadan i numeri aumentano ancor di più e quindi c’era il rischio di non riuscire a gestirli. È come se il governo avesse dato la possibilità alle chiese di riaprire sotto le festività pasquali o natalizie. Per noi il periodo è simile, di solito ci sono grandi assembramenti, scambi di visite con i parenti, festeggiamenti. Per noi è una scelta dettata dal senso di responsabilità e dalla prudenza. Non possiamo assolutamente mettere davanti a quella che è la sacralità della vita, l’idea di voler pregare, che comunque è un diritto sacrosanto.

Come organizzerete le celebrazioni? Basteranno le tecnologie o ci sono dei passaggi che non saranno possibili?

Noi sicuramente cercheremo di trovare altre modalità che ci offrono le nuove tecnologie per poter comunque celebrare la festa di Eid El Fitr, ma sicuramente non sarà la stessa cosa. Cercheremo di trovare un’alternativa, che non sarà mai del tutto soddisfacente per noi ma non abbiamo scelta.

Com’è stata presa questa decisione dai fedeli?

Questa scelta non facile è stata presa durante un momento collegiale, dopo che abbiamo fatto una consultazione allargata con le comunità islamiche aderenti all’UCOII. Quasi all’unanimità le comunità hanno preferito non riaprire in questo periodo dove il rischio di grandi assembramenti è notevole e sarebbe stato difficile rispettare le attuali regole sul distanziamento sociale. Si è optato per aspettare dopo la fine del Ramadan per valutare una eventuale riapertura programmata e graduale delle moschee. 

Anche le comunità musulmane in Italia escono molto provate da questa quarantena. Oltre alle difficoltà che abbiamo incontrato tutti, se n’è aggiunta una molto importante che riguardava la possibilità per i fedeli musulmani di seppellire i propri cari morti per covid. Che cosa è successo?

Il problema non nasce da un discorso di contagi ma da quella che è la chiusura delle frontiere. I musulmani, prima dell’emergenza covid-19, quando veniva a mancare un proprio caro cercavano di capire se nel loro comune di residenza ci fosse uno spazio cimiteriale dedicato ai fedeli dell’Islam. Quando non si trovava questo spazio, si optava per l’espatrio della salma verso il Paese di origine, verso il Marocco, Bangladesh, Egitto, Tunisia e così via. Con la chiusura delle frontiere e delle rotte aeree e marittime, non c’era più questa possibilità. Chiunque morva in Italia andava seppellito in Italia. E così ci siamo scontrati con la carenza degli spazi dedicati ai musulmani. Prima dell’emergenza abbiamo fatto un censimento e abbiamo visto che ci sono solo 48 aree cimiteriali dedicati agli islamici in tutta Italia. Su 8mila comuni, solo 48 disponeva di questa area. Rendiamoci conto di quanto sia importante questa carenza. A questo si aggiunge il fatto che i comuni accolgono le salme solo dei propri residente: se un musulmano che muore ad esempio a Recanati, in provincia di Macerata, dove non c’è un cimitero islamico, ma magari c’è in un comune vicino, la salma in base ai regolamenti condominiali non viene accettata. Il nostro primo tentativo, quando avveniva o avviene un decesso, è di aprire in via emergenziale un’area riservata al culto islamico nel cimitero comunale di pertinenza. Quando invece si fallisce, si prova magari a chiedere a un sindaco di un comune vicino, che già dispone di questa area, di fare un’ordinanza per poter accogliere in via del tutto eccezionale la salma. Delle volte ci riusciamo, delle volte no. Ci sono stati dei comuni che hanno collaborato e altri no, delle volte è prevalsa la linea politica di un determinato comune, altre volte meno. La realtà, però, è che anche mentre stiamo parlando sto gestendo la sepoltura di due salme che sono “sospese”, una a Recanati appunto e una in un paese in provincia di Treviso.

Tante famiglie, quindi, sono state costrette a rinviare i funerali in attesa di una soluzione?

La religione islamica non precede né la cremazione né la tumulazione, ma l’inumazione. Abbiamo avuto dei casi in cui le famiglie hanno dovuto vegliare la salma del proprio parente per giorni in casa. In altri casi, invece, il corpo in obitorio in attesa di trovare una soluzione per la sepoltura. Le famiglie, oltre al lutto dettato dalla perdita del proprio caro, devono anche affrontare l’idea di non poterlo seppellire con tutto il carico di dolore aggiuntivo che questo comporta. .

Il ritorno a casa di Silvia Romano dal Kenya, oltre alla gioia per la sua liberazione, pare abbia risvegliato anche un’ondata di islamofobia.

Dobbiamo essere equi nei nostri giudizi. Silvia Romano quando è tornata è stata abbracciata dall’intero Paese e abbiamo assistito ad un momento di grande umanità per tutti noi: vedere questa nostra concittadina tornare dopo 18 mesi di prigionia e la madre che la riabbraccia nella giornata della festa della mamma è stato emozionante per tutti. Alcuni personaggi di spicco, politici e giornalisti, però, ne hanno fatto un uso strumentale per attaccare la religione islamica. Addirittura qualcuno ci accosta al nazismo. Non a caso noi stiamo valutando se procedere per vie legali, perché vediamo profili di diffamazione in alcune dichiarazioni che sono davvero pesantissime e sono delle aberrazioni totali. Alcuni seminatori di odio e alcuni imprenditori della paura investono molto in questo tipo di comunicazione, che ci vuole mettere gli uni contro gli altri. In alcuni ambienti si continua a covare l’odio e a coltivare il rancore e questo di certo non fa bene ne all’Italia ne alla nostra società.

Molti hanno parlato di conversione forzata da parte di Silvia Romano. Ha anche ricevuto minacce per questa sua scelta, tanto che la procura di Milano ha deciso di aprire un fascicolo.

Per quanto riguarda il discorso delle conversioni, sono poche quelle che arrivano dopo un percorso di vita lineare. Le grandi scelte che facciamo nella vita sono dettate dal nostro vissuto, anche dai traumi, da momenti di rivalutazione di se, da conflitti, da una certa introspezione. Non dimentichiamo che ci sono molti che scelgono di convertirsi addirittura in prigione, nelle nostre carceri ci sono state diverse conversioni a diverse fedi religiose. C’è chi si fa buddista, chi si fa musulmano, chi magari è ateo e riscopre la fede. Sono i grandi traumi della vita che magari ti fanno riflettere anche sulla tua esistenza. Non possiamo pensare che le conversioni, se non avvengono in una situazione ordinaria, allora sono forzate. Poi noi prendiamo per buono quello che ci dice la ragazza e se lei dice che è stata a una sua libera scelta, che i suoi rapitori non le hanno mai dato il Corano ma che è stata lei a chiederlo a metà prigionia, che nessuno ha usato della violenza su di lei perché non crederle? Io credo a una ragazza che è tornata, sorridente, e ci dimostra tutta quella che è la sua forza di carattere. Non ci permettiamo assolutamente di giudicare al sua conversione ne le sue scelte, che sono personali ma devono essere rispettate anche se magari qualcuno non le condivide. Trovo che farne un uso strumentale si davvero sgradevole.

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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