Forse perché arriva dal lontano Kerala, la notizia non circola affatto sui massmedia del mainstream tricolore, analogici o digitali che siano. Ma trattasi di storia che merita di essere raccontata, anche se il finale non sappiamo se sarà lieto oppure no. E’ la “ricetta” con la quale questo Stato del sud dell’India sta affrontando il virus SarsCov2. Come detto, il finale non è ovviamente noto (la pandemia è maledettamente ancora in corso), ma finora il mix di provvedimenti messi in campo ha un segno completamente diverso dalle varie ricette “autoritarie” che più o meno in tutto il mondo dominano il campo della politica. A partire, per restare in India, proprio dal “bastone di Modi”.

La testimonianza

Una storia, quella del Kerala, molto ben raccontata da Biju Veticad su AsiaNews. http://www.asianews.it/ A lui lascio dunque volentieri la parola. Una testimonianza che fa pensare, se paragonata a quanto è accaduto e accade in Italia a proposito di rapide reazioni socio-sanitarie…
“Il 2 marzo scorso, dovevo partecipare a un incontro al Centro culturale della mia città, Changanacherry, insieme a un amico italiano, preveniente da Delhi. Io ero fra gli organizzatori dell’incontro per un gruppo di studenti universitari. Il giorno dopo, uno degli studenti mostra febbre alta, mentre dalla tivù ci arrivano le notizie sull’epidemia di coronavirus in Italia. In poche ore sono stato contattato dall’ufficio del distretto medico di Kottayam che mi chiede i dettagli sull’incontro avvenuto e la lista dei partecipanti. Pochi istanti dopo, una chiamata dall’ispettore dell’ospedale locale mi dice di rimanere in quarantena per 14 giorni in casa mia. Veniamo a sapere che l’amico italiano, prima di venire in Kerala, era stato a Delhi con altri due italiani.
Il governo del Kerala ha annunciato il lockdown in tutto lo Stato il 23 marzo; il governo centrale lo ha fatto il 24 a mezzanotte. L’operato del governo locale verso la pandemia di covid-19 ha sempre anticipato le scelte di Delhi. Questo sforzo qualificato del Kerala nasce anche dal coordinamento 24 ore su 24 con i governi locali (comuni, province, prefetture), meticolosamente organizzati dal ministro della Sanità, la prof.ssa Shylaja. Il chief minister del Kerala, Pinarayi Vijayan, ha mostrato ancora una volta di essere capace alla guida dello Stato. I suoi incontri con la stampa tutti i giorni alle 18 provano il lavoro che il team del governo sta svolgendo. Ogni ministro è assegnato a guidare la situazione in ogni distretto. Anche il pacchetto finanziario per gli aiuti ai poveri e per l’economia sono stati approntati molto prima rispetto al governo centrale”.

Quindi, innanzitutto riflessi pronti e veloci nel mettere in campo risposte di contenimento e protezione. Vale la pena qui sottolineare come il Kerala sia il primo Stato indiano colpito dal coronavirus: il “paziente zero” del subcontinente in realtà sono stati tre studenti di ritorno da Wuhan, la città cinese “focolaio” mondiale della pandemia. Ma oltre alla rapidità di reazione, il governo locale ha anche elaborato un mix di provvedimenti che coniugano tecnologia, rigore, solidarietà e che tentano di rispettare il più possibile i diritti civili. Non a caso il Kerala è governato dal 2016 da una coalizione progressista, il Fronte democratico di sinistra a guida comunista.

La tecnologia

Nell’India che ha cambiato volto negli ultimi vent’anni grazie a un imponente rivoluzione tecnologica, la lotta al SarsCov2 non poteva non passare dall’hi-tech. E il Kerala si è immediatamente avvalso di tutta la tecnologia possibile. Ad esempio il robot Nightingale-19, progettato dagli studenti del Vimal Jyothi Engineering College di Chemperi con il supporto del dipartimento della Sanità: è entrato in azione negli ospedali per la distribuzione dei pasti e dei medicinali ai pazienti, permettendo al personale medico e infermieristico di parlare con loro evitando i rischi di un contatto diretto. Nightingale è un infermiere “virtuale”, non si ammala e costa poco, per conoscerlo meglio cliccate qui.


In campo anche una app di tracciamento, sulla quale le autorità locali non si sono fatte troppi problemi per la tutela della privacy, a onor del vero. Come racconta sempre Biju Veticad nel suo reportage-testimonianza su AsiaNews: “Il Kerala ha già avuto in passato epidemie di virus Nipah (catalogato dall’Organizzazione mondiale della sanità fra gli otto più pericolosi al mondo, ndr.). Per questo, non appena il virus viene identificato in una persona, subito si agisce in modo sistematico. Si comincia tracciando il percorso dei pazienti in modo molto dettagliato. Si registra ogni punto dove il paziente ha viaggiato e si indentificano tutte le persone da lui incontrate anche in modo casuale. L’identificazione avviene con l’aiuto di consiglieri del governo locale, operatori sanitari, polizia. Il percorso viene diffuso fra tutti coloro che sono implicati. Qui la cosiddetta “privacy” viene messa da parte in funzione della salute della società. Questo processo di identificazione, isolamento, ricovero in ospedale è ormai svolto attraverso una app sullo smartphone. Tale app connette tutti coloro che sono coinvolti nella lotta al coronavirus, dal dottore all’autista dell’ambulanza. Così il dottore può sapere in tempo reale dove ci sono ventilatori liberi per la terapia intensiva; l’autista viene a sapere subito il posto più vicino dove ci sono letti liberi”.

Rigore, ma anche solidarietà

“In vari Paesi – scrive ancora Veticad – la burocrazia può prevenire l’impiego di volontari nell’assistenza al settore pubblico. In Kerala, invece, il governo ha sempre mostrato che ciò è possibile e il servizio dei volontari è prezioso quanto quello degli esperti sanitari. Durante le ultime due alluvioni (nel 2018 e nel 2019), sono stati di grande aiuto gli esperti di tecnologia informatica che hanno aiutato il processo di identificazione, salvataggio e trasferimento degli alluvionati. Allo stesso modo, questa volta il governo ha formato subito una Forza sociale di volontari (Sanndhasena), che ha registrato 292851 persone di età fra i 18 e i 65 anni (in maggioranza fra i 20 e i 50 anni). Il gruppo è suddiviso per cinque differenti attività. Questi volontari sono la forza trainante delle “Cucine comunitarie”, che distribuiscono pasti ogni giorno alle persone anziane e a color che sono bisognosi in questo periodo di quarantena.
Uno dei problemi più grossi è il rimpatrio dei lavoratori provenienti dal Nord, che sono emigrati nel territorio del Kerala. All’annuncio del lockdown da parte del Primo ministro lo scorso 24 marzo, centinaia di migliaia di lavoratori migranti sono rimasti bloccati in molte città indiane. In diversi luoghi essi sono costretti ad abbandonare le città e ritornare ai loro villaggi in nord India. Il governo keralese ha invece preso una decisione positiva, garantendo loro il necessario. In Kerala, questi migranti da Bengala occidentale, Orissa, Bihar non sono definiti per la loro origine: essi vengono chiamati “lavoratori ospiti”. Viene garantita ad essi una dignità attraverso vari gruppi, anche se alcuni di loro hanno protestato perché volevano ritornare nel loro paese d’origine. Ma fino a che non sarà pronto un treno per loro, essi continueranno a stare nelle città del Kerala, sostenuti dal governo nel cibo, nei passatempi, provvedendo anche a un televisore comune”. (questa del televisore comune è molto bella. E molto indiana).

Il bollettino attuale dice che il cocktail funziona. Concretamente: a oggi sono 512 i contagiati in Kerala e 8 i morti, su una popolazione di quasi 34 milioni e mezzo. Praticamente nulla, considerando con il massimo rispetto il dolore delle famiglie degli otto deceduti. Mentre in tutta l’India sono 67.152 le persone che si sono ammalate finora, con 2.206 decessi e 20.916 pazienti guariti o dimessi dagli ospedali sul miliardo e 400 milioni di abitanti (censimento 2017). Anche se ci sono molti dubbi sui dati diffusi dal governo di Narendra Modi fin dall’inizio della pandemia, come ha denunciato tempo fa il settimanale Famiglia cristiana.

Il cocktail del Kerala funziona però pure “politicamente”. Certo, gli alfieri della privacy totale avranno di che ridire a proposito della app e delle procedure “analogiche” di tracciamento. Ma sinceramente, visto quello che succede dall’Ungheria alle Filippine, mi sembra un piccolo dazio da pagare affinché la risposta al coronavirus sia democratica e non autoritaria.

(Foto https://travelandleisureindia.in/)

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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