Il virus Sars Cov-2 in Italia circolava già da ottobre scorso, ma nessuno se n’è accorto fino a fine febbraio. Sensibile alle temperature, come tutti i coronavirus, è destinato a scomparire con l’estate per poi ripresentarsi in autunno. Lo ha scoperto il team guidato dal professor Pasquale Mario Bacco,  in forza alla Melem Spa, società statunitense che ha diverse sedi in Italia e che si occupa di medicina e di sicurezza sul lavoro. Per il coronavirus “non ci sarà mai un vaccino, come per l’Hiv – spiega Bacco – perché si modifica molto molto velocemente. Quindi se venisse trovato un vaccino adesso, e tutti corressero a vaccinarsi, in autunno potrebbe non essere più valido”. La una nuova ondata, però, si potrà curare tempestivamente.

 

I vostri studi sono arrivati a conclusioni molto diverse rispetto ai dati ufficiali

Noi abbiamo cominciato a fare esami per valutare l’incidenza della malattia. A partire dal 25 febbraio abbiamo visitato 7038 persone sane e senza sintomi, tutti dipendenti di diverse aziende. Abbiamo diviso la ricerca in due diversi step:  il primo gruppo comprendeva circa 1700 persone ci dava già numeri interessanti. La punta dell’iceberg era la provincia di Brescia, dove il 49% del campione che si era sottoposto al test sierologico risultava positivo. A Milano la percentuale era del 44% e anche in altre città della Lombardia i numeri erano elevatissimi. Abbiamo trovato anche che gli anticorpi non erano solo immunoglobuline M, quelle precoci che fanno capire se il contagio è in atto, ma nel 78% dei casi immunoglobuline G, che dimostravano che la malattia era stata già superata. Basandoci sulla statistica medica, alla luce di questi risultati abbiamo capito che l’inizio del contagio in Italia risaliva a settembre o ottobre.

In pratica quasi in contemporanea con la Cina

Dalle notizie che abbiamo raccolto, anche in Cina il contagio potrebbe essere molto anteriore rispetto a quanto dichiarato da fonti ufficiali. Ci siamo messi in contatto con strutture universitarie e sembra che in Cina i primi casi siano stati già ad agosto o settembre dello scorso anno.

 

Se a ottobre il virus era già presente nel nostro Paese, come mai negli ospedali o al ministero della Salute nessuno ha dato l’allarme?

Il virus circolava ma nessuno se n’è accorto. A ottobre abbiamo iniziato a parlare con i medici della Toscana, del Piemonte, del Veneto e della Lombardia e tutti ci manifestano questa incredibile incidenza di polmoniti anomale. Sono state attribuite alla legionella, in realtà erano tutto tranne che legionella. Secondo noi erano i primi casi di Sars-Cov2.

 

Cosa è successo quando avete presentato gli esiti del vostro studio alla comunità scientifica?

Quando a metà marzo abbiamo presentato il nostro progetto proprio mentre in Italia nascevano le unità di crisi e c’era una grande confusione. Noi volevamo mettere a disposizione delle autorità i numeri che avevamo raccolto. In realtà abbiamo incontrato diversi esperti, tra cui il professor Roberto Burioni, a cui abbiamo presentato i nostri risultati e le anamnesi, in particolare quelle di 400 pazienti di Brescia di cui 199 erano risultati positivi. Un campione molto importante. Ci è stato risposto che l’incidenza del virus in quella provincia e in generale in Italia era del 2% e quando abbiamo chiesto da dove venisse il dato, ci è stato risposto ‘perché noi lo sappiamo’.

 

Voi cosa avete fatto allora?

Abbiamo continuato lo studio e siamo arrivati a 7038 persone sottoposte al test. La media delle persone contagiate in Italia è del 34%. Un campione così vasto ci ha dato molte informazioni utili. Alla ricerca si sono unite anche l’Università Statale di Milano, la Federico II di Napoli e altri importanti centri di ricerca.

 

Possiamo sperare in un rallentamento del contagio, andando verso l’estate?

Il virus, come tutti i coronavirus, è molto legato al clima. Con l’innalzarsi delle temperature, soprattutto al Sud, è completamente morto mentre al Nord continua a essere piuttosto attivo. Tutti i coronavirus soffrono il caldo e anche questo covid si comporta nello stesso modo. Lo abbiamo capito a marzo, quando abbiamo iniziato a portare colture del Sars-Cov2 in laboratorio, abbiamo innalzato al temperatura di 2 gradi e abbiamo visto che la metà dei ceppi morivano mentre l’altra metà si immobilizzavano. Che il virus soffrisse il caldo si poteva vedere con un semplice kit da 7 euro e 80 centesimi, mentre trai virologi blasonati c’è ancora chi, come il professor Pregliasco, dubita di questo. 

 

È anche per questo che il Sud ha avuto meno casi mentre il Nord e in particolare la Lombardia, sono state le aree più colpite?

Con i coronavirus, alla base di tutto ci sono le temperature. Non è vero che a Milano e in Lombardia la Sanità abbia lavorato male, semplicemente la regione è stata sfortunata perché il virus di ottobre scorso ha trovato le condizioni climatiche ideali per svilupparsi. Tutto questo, unito al fatto che non si sapesse come trattarlo dal punto di vista clinico, ha dato vita alla crisi sanitaria che abbiamo visto. Al Sud, invece, il virus è arrivato nel pieno di un inverno molto mite e ha trovato le condizioni peggiori per sopravvivere.

 

È verso che il Sars-Cov2 si diffonde grazie all’inquinamento?

Con il Sars-Cov2 per la prima volta dopo tanto tempo abbiamo verificato l’effetto taxi, che avevamo visto con dei virus molto più vecchi. In pratica, questo virus è capace di legarsi molto rapidamente ai corpuscoli nell’aria e questo allunga di molto la sua trasmissione. Dove abbiamo più polveri sottili e corpuscoli, il virus si diffonde molto di più.

 

Si tratta di un virus creato in laboratorio o naturale?

Non posso esserne certo al 100%, ma dopo 27 anni di lavoro so che i virus creati in laboratorio hanno delle sequenze specifiche. Chi come me lavora sul genoma sa perfettamente quali sono e questo virus a mio avviso non le presenta. Potrebbe però essere stato creato in laboratorio, essere sfuggito in qualche modo e poi essere mutato in seguito, ma lo ritengo poco probabile. Non è attendibile, invece, la tesi secondo cui il Sars-Cov2 abbia piccole sequenze in comune con l’Hiv. Conosco bene il virus della Hiv, che è molto serio perché cambia rapidissimamente e dunque è praticamente inattaccabile, ma non ha elementi comuni con questo.

 

Ci parli delle tante morti per o con coronavirus.

In laboratorio si vede che il Sars-Cov2 è molto meno aggressivo della Sars o appunto dell’Hiv. Di per se non ha un alto tasso di letalità, ma uccide soprattutto quando trova nel pazienti delle condizioni di immunodepressione o di risposta immunitaria molto più bassa della norma. Può essere molto grave negli anziani o in chi ha patologie concomitanti. Difficilmente, però, uccide i più giovani. La Sars era molto più aggressiva: se infettava due persone, almeno una moriva di certo. Il Sars-Cov2, che pure è della stessa famiglia, è più veloce nelle diffusione ma molto meno letale. Va immaginato come un ragazzo molto esile che corre forte. Se mettiamo 3 positivi in mezzo a un milione di persone, 500mila si infetteranno. Se però ci trovassimo davanti ad un virus con la stessa rapidità di questo e la stessa infettività della Sars, in Italia saremmo stati sterminati.

 

Come mai allora sono decedute così tante persone?

All’inizio nessuno sapeva come trattare questo virus e si è agito male. Adesso sappiamo che dobbiamo portare in ospedale i pazienti molto prima che entrino in sofferenza respiratoria, perché questa fase della malattia per molti over 65enni è irreversibile. A ottobre, quando si ripresenterà, doteremo tutti di un braccialetto o un altro strumento che indichi il livello di ossigeno nel sangue.  Questo accorgimento avrebbe salvato anche tanti anziani, che potevano essere curanti prima che la loro saturazione fosse troppo bassa e dunque le loro condizioni critiche. In buona fede, poi, abbiamo utilizzato la ventilazione profonda ma dopo un mese ci siamo resi conto che crea un disastro a livello polmonare. In Germania, invece, hanno puntato subito sulla ventilazione superficiale. In Italia, inoltre, non abbiamo utilizzato l’idrossiclorochina, il farmaco antimalarico che stato largamente utilizzato in Francia, o l’eparina, non abbiamo utilizzato subito i farmaci antifiammatori e soprattutto non avevamo la cura basata sul plasma.

 

Ci parli dei prossimi mesi

Abbiamo visto che la Sars-Cov2 ha già cambiato la maggior parte della sua sequenza genomica. Adesso sta vivendo male, sta morendo – molti ceppi lo sono già – e deve trovare il modo di resistere al caldo. Può diventare un po’ più aggressivo, però è pur vero che sta anche progressivamente aumentando l’immunità di gregge tra la popolazione.

 

A chi si ammalerà in autunno, dunque cosa accadrà?

La chiave, secondo noi, sarà l’idrossiclorochina. La utilizzeremo come profilassi a ottobre, se nel frattempo non dovessimo trovare un antivirale. Il virus non si lega solo alle cellule, ma anche ad una parte dell’emoglobina, le catene Beta. Per spiegarla in modo semplice, quando il virus entra nell’organismo, trova l’idrossiclorochina che ha già chiuso i canali attraverso cui penetrare nelle cellule e dunque muore. I virologi blasonati come Burioni, la Capua e Pregliasco, però, sono convinti che serva a qualcosa, nonostante uno studio americano pubblicato su Nature dica che 211 medici trattati con l’idrossiclorochina non si sono infettati. Questi virologi hanno creato il terrore sul nulla.

 

Come siete arrivati a queste conclusioni?

Sono stati i ricercatori dell’Università Statale di Milano, dove da tempo si studiano i pazienti affetti da anemia mediterranea. Questa malattia determina un’alterazione delle catene Beta e mima l’effetto dell’idrossiclorochina. In chi ne è affetto, il virus ha un’incidenza circa 10-15 volte inferiore rispetto a tutti gli altri. In pratica, è quasi immune.

 

Adesso come va affrontata la fase 2?

La gestione adesso deve essere su base regionale. E soprattutto bisogna fare uscire i giovani, perché dobbiamo cercare di sviluppare al massimo l’immunità di gregge proprio nel momento in cui il virus è molto meno aggressivo. L’immunizzazione dura dai 6 ai 18 mesi, ma almeno 6 mesi dura. E dobbiamo arrivare all’autunno preparati.

 

Leggi la PRIMA e la SECONDA parte dello studio del professor Bacco

 

(Foto Lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt)

 

 

 

 

 

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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