Ho ricevuto un documento in via riservata che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia per la felicità. E’ il protocollo concordato tra le case di produzione milanesi riunite in Cpa e l’Apmal, che è l’associazione dei professionisti e delle maestranze dell’audiovisivo lombarde. Felice perché questo “Protocollo di produzione audiovisiva in regime di misure contro il Covid-19“, redatto secondo le linee guida generali del governo contenute nel “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” del 24 aprile 2020, sembrava annunciare la riapertura, almeno parziale, delle porte del paradiso per noi, maestranze tecniche. In questo caso specifico, la possibile ripartenza a breve dei set per gli spot pubblicitari.

Come nel caso dell’articolo 38 del CuraItalia sulle indennità di sostegno che tante speranze aveva suscitato (ne ho scritto in Cinema da clausura, anche questa volta però la mia felicità è durata il tempo di leggere bene questo protocollo e di vedere la reazione di tanti miei colleghi e di nostre associazioni. Per dirla con un eufemismo, c’è molta perplessità nell’aria. Ecco perché ho deciso di rompere il riserbo e di parlarne in pubblico grazie a EstremeConseguenze prima che il tutto diventi ufficiale, siglato nero su bianco e operativo. Cosa che potrebbe accadere nei prossimi giorni, se non addirittura ore.

Senza troppi giri di parole, quest’accordo rappresenta un pericoloso precedente. Si tratta infatti di un protocollo che sarebbe vincolante solo ed esclusivamente per i soci, case di produzione e lavoratori, delle due associazioni. Per fare un esempio, una cdp di Milano o Bergamo non associata alla Cpa non sarebbe tenuta a rispettare quegli accordi (idem per le loro maestranze). Non avrebbe quindi alcuna valenza ufficiale sulle altre case di produzione, sugli altri lavoratori, del territorio nazionale. In sostanza è una trattativa informale, privata. Che darebbe vita a un accordo informale, privato.

Che cosa c’è di male, vi chiederete a questo punto. Il punto è che questa è innanzitutto una fuga in avanti: così facendo si va verso una disgregazione, dove ognuno pensa e prende accordi per sé, indebolendo il peso e il valore della lotta collettiva. I sindacati (Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil), unitamente alle associazioni nazionali di categoria e alle controparti datoriali (Anica, Apa e Ape) stanno lavorando alla stesura di un protocollo di sicurezza condiviso (il primo incontro si è svolto giovedì 7 maggio), che dovrà poi essere approvato dal governo: significa che, una volta firmato, ogni parte in causa (case di produzione, lavoratori e Stato) dovrà assumersene la responsabilità giuridica ed economica (si stima che i budget post-Covid potranno avere un aumento del 20/30% rispetto a quelli pre virus, tanto per capirci).  E il lavoro di un truccatore, attrezzista, cassiere sarà “in sicurezza” in egual misura a Milano e a Palermo, sulla mega produzione come sul piccolo film indipendente.

Solo così nessuno verrà escluso e tutti saranno tutelati. Se invece si continuerà sulla pericolosa strada del “divide et impera” il risultato sarà che sopravviveranno solamente quelle realtà che potranno permettersi di pagare di tasca propria e/o di sottostare a condizioni pensate ad hoc per se stessi. In soldoni: significa più o meno che pubblicità e mega produzioni con budget da 10/15 milioni sopravviveranno, il resto no. Vuol dire annientare più del 70% del cineaudiovisivo italiano. E sono stata probabilmente stretta nella stima.

Non discuto l’efficacia di norme e provvedimenti contenute nel protocollo Cpa-Apmal, né gli ottimi propositi e le buonissime intenzioni che hanno portato a redarlo. Anzi, è sicuramente un passo avanti rispetto anche alle molte altre problematiche del nostro settore non legate all’emergenza sanitaria. E’ la modalità che è, a mio avviso, sbagliata. Il fine di tutti è ripartire il prima possibile, in questo caso però il fine non giustifica i mezzi. Il mondo del cineaudiovisivo è vario, comprende pubblicità, serie tv, film, documentari, ma è e deve essere unico e unito. Abbiamo un solo contratto collettivo nazionale di lavoro e dobbiamo avere un solo protocollo di sicurezza per ripartire.

Clicca qui per leggere il pdf della bozza di protocollo Cpa in versione integrale.

 

( foto Fausto Lubelli )

 

 

 

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Claudia De Falco, milanese di nascita ma romana d’adozione, interista, di sinistra, appassionata di cinema. Dopo aver ricoperto più o meno tutti i ruoli della trafila-gavetta nel reparto regia, negli ultimi 10 anni è 2nd AD per produzioni nazionali e internazionali di commercial, serie tv e film. E’ socia dell’Aiarse (Associazione aiuto registi segretarie di edizione)

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