Andremo tutti più piano, lavoreremo in modo diverso, la vita non sarà più la stessa”. Quante volte lo abbiamo sentito dire in queste settimane di lockdown? Tante cose certamente sono cambiate ma non certo il modello di sviluppo economico che invece sta ripartendo con tutte le caratteristiche che conoscevamo. Sfruttamento delle risorse fossili, industria automobilistica, industria aeronautica, industria bellica, lavoro precario, manifattura pesante. Ora che, dopo i primi allarmi, una relazione diretta tra trasporto nell’aria del Covid 19 e inquinamento dell’aria è stata sostanzialmente smentita in tanti tirano un sospiro (affumicato) di sollievo: potremo tornare ai nostri consueti livelli di PM10 senza doverci preoccupare più di tanto. “Impariamo a convivere col virus” è il nuovo mantra. Quindi, più o meno tutto come prima a parte il distanziamento tra le persone. Distanziamento che certamente sarà anche sempre più economico e sociale.

Tra le tante ‘ripartenze’ di questi giorni ecco l’assemblea annuale di ENI, appuntamento fondamentale per capire le strategie energetiche e di sostenibilità di questo paese. Anche quest’anno come tradizione gli azionisti sono convocati presso il ‘laghetto’ dell’EUR a Roma. Assemblea in piena regola,  non in remoto, ma a porte chiuse. Assemblea ‘a invito’, nonostante il Governo abbia dato mandato a tutte le partecipate di potersi avvalere dei collegamenti da remoto per favorire la più ampia partecipazione. Fuori dalla porta tutti i piccoli azionisti.

Così invece non accade ed ecco che diverse associazioni tra cui Greenpeace, FridaysForFuture e altre hanno organizzato su Facebook e YouTube  Quello che Eni non dice”, live streaming organizzato insieme a Fondazione Finanza Etica. Mentre si impegna a promuovere un’immagine ecologica delle proprie attività, gli investimenti di ENI fino al 2023 per l?esplorazione e la produzione di idrocarburi rappresentano ancora il 74% del totale.

Nel recente piano strategico a lungo termine l’amministratore delegato Claudio Descalzi ha disegnato le prospettive dell’azienda fino al 2050: sostituzione del petrolio col gas naturale. Da una fonte fossile a un’altra.  Di energie rinnovabili ben poco.

“Dopo il primo sciopero mondiale virtuale per il clima dello scorso 26 aprile – dice a EC Laura Di Chieri di Fridays For Future Italia – parteciperemo a questa mobilitazione online in concomitanza con l’assemblea di ENI perché non si esce dalla crisi della pandemia se non si esce dall’emergenza climatica globale. Non è immaginabile tornare al punto di partenza. Abbiamo visto anche come dopo la crisi economica del 2008 il ripartire con vecchi schemi non ci ha portato da nessuna parte. Sbaglia chi crede che ‘ripartenza’ e lotta al cambiamento climatico non abbiano nulla a che fare tra loro. È esattamente il contrario. Non lo diciamo certo solo noi: decine di economisti nel mondo, a partire da Stigliz, indicano come urgente e non più rinviabile un netto cambiamento di rotta dell’economia in questo senso. Da subito. Perché è dimostrato anche anche che la nuova economia creerebbe molti più posti di lavoro”.

In Italia, il 26 aprile Fridays For Future ha organizzato una manifestazione virtuale davanti a Palazzo Chigi. Più di 5.500 persone hanno scritto il loro cartello sul sito ritornoalfuturo.org e lo hanno incollato su di una cartina davanti alla sede della Presidenza del Consiglio. I comitati di diverse città hanno organizzato webinar scientifici.

“Non capiamo ancora se c’è una strategia di economia verde e sostenibile di questo Governo, se ne esiste una. Non sembra così” commenta a EC Ermete Realacci, uno dei ‘padri’ del l’ecologismo italiano, già deputato e Presidente Onorario di Legambiente. “Abbiamo visto negli ultimi anni come le imprese che sono andate meglio sono quelle che hanno saputo puntare su sostenibilità, innovazione,  rispetto dell’ambiente. Da questo punto di vista il nostro Paese ha potenzialità enormi. Possediamo secoli di esperienza nel rapporto stretto tra comunità e territorio, cioè sappiamo sfruttare al meglio le caratteristiche e le qualità di piccole aree geografiche. Abbiamo tantissimi esempi in questo senso.  Chi affronta la ripartenza con ancora in testa  vecchi tempi criteri di sviluppo, di organizzazione del lavoro, di consumo di suolo ed energia fossile non fa solo un errore ‘etico’ o di valutazione di impatto sociale, commette in primo luogo un errore di analisi economica a medio termine. Per dirla seccamente, fa una cosa stupida. Questo aspetto pare essere del tutto assente dalla strategia di sviluppo economica del Governo.

Anche le anticipazioni che circolano riguardo all’eco-bonus e il ‘sisma-bonus’ sembrano confuse. Ci si dimentica che o finalmente si semplificano le procedure burocratiche per accedere a questi finanziamenti o resteranno lettera morta perché le piccole e medie aziende sono soffocate da una quantità di procedure, certificazioni, moduli e quant’altro che ti passa anche la voglia di provarci. Il ‘sisma-bonus’ per esempio può essere una leva economica importantissima con importante beneficio ambientale ma fino ad oggi è stata usata poco perché complicatissima. Serve una semplificazione burocratica, applicando rigorosamente le norme sugli eco-reati e aumentando i controlli in maniera capillare, quindi prevedendo grossi investimenti pubblici nella rete di ispezioni sul lavoro.

Due esempi concreti: siamo il paese al mondo che recupera di più dai cicli produttivi. Il doppio della media europea, molto più della Germania. Non grazie a leggi o decreti ma perché siamo un Paese storicamente privo di materie prime che da sempre ha dovuto arrangiarsi. Vale per i rottami nel bresciano, per le cartiere nella lucchesia, per gli stracci a Prato. Ma siamo l’ultimo paese in Europa che applica le disposizioni e le normative europee perchè queste risorse entrino in cicli produttivi più ampi. E così rischiamo il rischio che tutte queste esperienze virtuose che ci fanno risparmiare circa 20milioni di tonnellate di petrolio all’anno vengano fermate per un ritardo burocratico nell’applicazione di certificazioni europee. In Veneto ci sono voluti cinque anni perché arrivassero tutte le autorizzazioni per il primo impianto, al mondo, che ricicla pannolini. Insomma, mi sembra che succeda per le energie rinnovabili, per la Green-economy italiana la stessa cosa che succede per le mascherine: per colpa di disorganizzazione, burocrazia, lentezze nella catena decisionale si sta bloccando ancora una volta la parte migliore dell’Italia, quelle che tante soluzioni le ha già trovate, che è ai vertici per eccellenza, sostenibilità e tecnologia e che invece affoga in un mare di carte bollate. Su questo mi sarei aspettato uno sforzo in più che non si vede. Ripartiamo con gli stessi difetti che avevamo prima del lockdown. Nell’area del ‘cratere’ de L’Aquila le macerie sono ancora a terra. Sono già finanziati interventi per 14 miliardi di euro. Tutto fermo”.

Eppure ci muoviamo 

L’Italia, insieme a Cina, Stati Uniti e Regno Unito è in cima alla classifica dei Paesi candidati ad essere “leader nella transizione globale verso un’economia sostenibile” soprattutto grazie alla sua capacità di produrre articoli tecnologicamente avanzati che danno anche benefici all’ambiente. Lo afferma un recente studio della Oxford Martin School e dalla Smith School of Enterprise. Secondo lo studio ci sono diversi prodotti che il Belpaese realizza ed esporta su cui deve fare leva, tra questi: i termometri, gli apparecchi per misurare e monitorare l’inquinamento e le apparecchiature per la rilevazione della pressione, che dunque hanno applicazioni ambientali. Gli esperti osservano poi che una crescita pulita richiede lo sviluppo e la diffusione di tecnologie che offrano benefici ambientali come le turbine eoliche, i pannelli solari o le attrezzature per monitorare l’inquinamento dell’aria. L’Italia, sulla base di questo punteggio, si colloca al secondo posto grazie alla sua capacità di produzione “green” altamente avanzata che – spiega lo studio – potrebbe sfruttare con l’aumento della domanda globale di questi prodotti.

Ma il Belpaese conquista anche il primo posto della classifica del Green Complexity Potential (Gcp), ovvero è il Paese con il maggior potenziale per diventare competitivo in questo ambito.

“Stiamo ripetendo gli errori del passato e stiamo perdendo la, storica, occasione per ripartire col piede giusto” commenta a EC il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi “si ricomincia dalle energie fossili, non si passa alla mobilità elettrica nelle città, vale per la plastica visto che continuiamo a buttare a caso milioni di guanti e mascherine. Sotto stress, in queste settimane di lockdown, tutti bravi a parole ma poi quando si tratta di mettere in pratica nuove pratiche e nuovi comportamenti la fine dell’emergenza riporta tutto come prima. La burocrazia come dice Realacci è sicuramente un problema ma io vedo come più grave la cultura e la volontà dei singoli cittadini. Non vedo questo cambiamento nell’animo delle persone come per esempio si pensava fino a un mese fa. Quello che non si capisce è che non possiamo continuare a rimandare. Il futuro sta in nuovo modello di sviluppo. Quando vogliamo cominciare se non dopo una pandemia?”.

La concezione di un nuovo ‘sviluppo possibile’ è al centro del pensiero del climatologo, attivista e divulgatore Luca Mercalli che dice a EC: “Non mi aspettavo certo che in così poco tempo, nonostante la gravità di quanto abbiamo vissuto, potessero cambiare rapidamente abitudini e aspettative. Ci sono due piani che secondo me dobbiamo tenere distinti. Le scelte individuali, e su quelle ciascuno può fare la sua parte. Evitando di correre ora al primo centro commerciale per comprare l’ultimo paio di jeans alla moda, per esempio. Pensare alle prossime vacanze, per chi potrà farle, in luoghi e territori vicini che non conosciamo. Consumare in modo più attento. Essere meno schiavi del sistema economico. Ma è chiaro che questo tipo di modello economico, questo tipo di sviluppo, non può che creare nuove schiavitù. Se non cambiamo l’economia potremmo solo tornare da dove siamo arrivati, cioè in un vicolo cieco. Devi pagare debiti, devi produrre PIL, devi crescere. Questo è ancora tutto lì. Vedremo, tra mesi, se qualcosa sarà cambiato nella testa delle persone”.

“Riprenderemo da dove ci siamo fermati, non credo proprio ci sarà un cambiamento di filosofia” conclude a EC Paolo Cognetti, scrittore, Premio Strega 2017 con il bellissimo “Le otto Montagne”.  “Avremo reazioni parallele e dissocianti:un grande ritorno alle auto private anche in aree ben servite dai mezzi pubblici, come Milano, ma chi ha la possibilità di lavorare da casa avrà sempre meno voglia di rimanere in città. E magari scegliere di andare a vivere per più mesi all’anno in montagna, in campagna, lontano dalle aree troppo popolate. Paradossalmente questo potrebbe essere un bene per il nostro territorio, per i tanti paesi svuotati e spopolati. I miei amici che vivono qui in montagna già me lo dicono, tanti ora cercano di fermarsi qui più a lungo, non solo in agosto come accadeva fino ad oggi. Questo per le piccole economie di montagna potrebbe essere una cosa buona. Ma in questo futuro prossimo di distanziamento sociale quello che mi fa più paura è la mancanza degli amici, dei rapporti tra le persone. Questo ‘confinamento’ a lungo termine tra le persone mi spaventa. Un progressivo e ascendente isolamento che certo non ci aiuterà a concepire meglio quello che invece dovrà essere un miglioramento collettivo, uno ‘star meglio’ tutti”.

(Foto Locomotiva + velocità – Roberto Marcello Baldessari)

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