Poco fa ho assistito dalla mia finestra al primo funerale post-Covid (il primo nella chiesa di fronte a casa mia). C’erano (si può dire?) molte più di 15 persone, tutte con mascherine, alcune con i guanti in lattice. Dalla chiesa è uscita una bara chiara, accompagnata da un applauso. Al riparo di un ombrello, una giovane donna  teneva in braccio un bambino che i presenti consolavano a turno. Un’altra donna, anch’ella abbastanza giovane, stava al centro del marciapiede piangendo sotto la mascherina. Un lamento prolungato arrivava sino alla mia finestra.

I presenti le si avvicinavano per porgerle le condoglianze.  Abbracci lunghissimi, carezze, quel modo così caro di consolarsi tenendosi le mani. In quegli abbracci la donna sembrava sprofondare, per poi riemergere facendo no con la testa e alzando le braccia di scatto, come a dire: cosa ci possiamo fare? Sotto la mascherina indovinavo le parole incrinate dal pianto, le parole insensate che si dicono quando nulla ha più un senso.

Durante il funerale nessuna distanza è stata rispettata, perché ci sono riti, come la morte e la vita, che non prevedono il distanziamento sociale bensì il suo contrario: la condivisione e la vicinanza.

Quanti abbracci sono stati dati, e baci (proibitissimi); quante mani sono state strette in quei lunghi minuti sotto le mie finestre. Il bisogno di ripristinare un rito irrinunciabile come quello dell’addio a un defunto ha annullato la paura di un possibile contaggio.

Mi sono chiesta chi ci fosse nella bara, se un marito, un padre, un nonno, o una madre, una sorella. Mi sono chiesta se sia morto per Covid, perché in questo momento sembra che non si possa più morire di morte naturale o di altra malattia. Il coronavirus è lo spettro che ci fa dimenticare tutto il resto.

C’erano molte persone, agli angoli delle strade, che assistevano da lontano al funerale, con curiosità e commozione e forse sollievo, perché in quest’epoca incerta è un sollievo che ci sia stato restituito almeno il rito della morte, il diritto all’addio, e perciò in qualche modo anche una parte di dignità in quanto esseri umani.

Ho preso la macchina fotografica con il teleobiettivo e ho scattato dall’alto. Mi sentivo una ladra perché stavo rubando un momento non mio e molto privato, però al tempo stesso sentivo l’urgenza di documentare qualcosa (il funerale, i suoi riti, la possibilità di vivere e condividere un lutto) che durante il lockdown era stato come sradicato momentaneamente dalla nostra cultura per venire ridotto a una procedura anonima (e agghiacciante) di corpi chiusi in dei sacchi neri. I medici hanno raccontato di aver lasciato i cadaveri così com’erano, ancora con le flebo attaccate alle braccia: nessuna vestizione, né saluto, prima di sigillarli in quei sacchi.

Non mi è venuta in mente alcuna cultura che preveda una morte in solitudine o senza un rito di commiato. Ho pensato alle madri dei desaparecidos argentini, al loro lutto permanente senza un corpo su cui piangere. Lo strazio più atroce.

Nell’incertezza della fase 2 ci sono stati almeno restituiti i morti.

 

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Anna Vullo, giornalista con la passione per le storie, negli ultimi anni si è occupata in particolar modo di migrazioni e rifugiati. Ha scritto per Il Fatto Quotidiano e numerose altre testate. Ha vissuto quasi 5 anni a Buenos Aires, che considera la sua seconda casa. Da una serie di reportage sui 33 minatori cileni rimasti intrappolati nel ventre di una miniera nel Nord del Cile è nato il libro Dev'essere così l'inferno (Aliberti editore). Da un anno è responsabile dell'ufficio stampa e delle relazioni con i media di mondora, software house BCorp e Società Benefit, con cui condivide valori in cui crede: sostenibilità, etica, innovazione, inclusione.

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