Il due agosto prossimo saranno 173 anni tondi tondi da che Klemens Von Metternich, quello della restaurazione post sbornia napoleonica, ebbe a dire e scrivere: “Italia è un’espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle”. Che terra terra significa: l’Italia non esiste. Era il 1847 ed effettivamente non esisteva.

Al conte, ché Metternich questo titolo nobiliare aveva, rispose, quando in realtà era bello che morto, un marchese, al secolo Massimo D’Azeglio che nel 1861, quando i moschetti dei mille di Garibaldi erano ancora caldi, celiò: “fatta l’Italia bisogna ora fare gli italiani”. Il prossimo anno sarà il 160esimo compleanno di questo proponimento programmatico o meglio sarà la presa d’atto del fallimento: obiettivo non raggiunto.

Non abbiatecela con il mortissimo D’Azeglio che, tanto per dirne una, quella frase non ha mai pronunciato, gliela hanno messa in bocca, come spesso accade ai defunti eccellenti. Se proprio volete prendervela con qualcuno, prendetevela con il coronavirus, che non è che ha disfatto l’Italia, ma ha semplicemente rinnovato la eco di quella frase di quel bellone, così dicono le cronache, del Metternich.

L’Italia non esiste. Esiste la Lombardia e il resto della penisola, isole comprese. Un conglomerato di staterelli, guidati da sedicenti governatori, spesso afflitti dal virus dell’arroganza da social media e della protervia della frase facile. La nostra non è una folgorazione tardiva per Gianfranco Miglio o per il più blasonato Cesare Correnti, ma è solo un prender atto del calar le braghe del governo di fronte alle regioni con fregola di riapertura.

Le cose funzionano più o meno così. Un po’ di parametri, qualche indice, mischi, dividi, moltiplichi e viene fuori un numero, una cifra poi tradotta in un emoticon, una faccina, un semaforo. Verde, apri tutto. Giallo, questo sì, questo no. Rosso, Lombardia, pardon chiudi tutto.

Wuhan e Bergamo distano poco più di 8.600 chilometri. La cosa deve essere sfuggita alla conferenza Stato-Regioni dove evidentemente nessuno si è posto la domanda: se non siamo riusciti a tenere il virus lontano quando era distante sei volte e mezzo la lunghezza dell’intera penisola Italiana, come pensiamo sia arginabile entro i confini tracciati a penna tra le nostre regioni? Mistero.

I cinesi, che sono brutti e cattivi, ma idioti a quanto pare non sono, quando a Wuhan ci si contagiava e si moriva molto meno che oggi nella nostra Lombardia, hanno chiuso Hubei. Quell’area geografica che noi chiamiamo regione, ma che in realtà è uno stato esteso due terzi dell’Italia e che del nostro Paese ha lo stesso numero di abitanti.

Noi no, noi sapremo tenerlo confinato in uno sputo di chilometri. Poco importa l’incapacità manifestata da Attilio Fontana. Se lui sbaglierà, Bologna non ne avrà nocumento, e così Torino, Venezia e figuriamoci Roma. L’Italia, d’altra parte non c’è. E dire Lombardia è come dire Canton Ticino o Baviera o qualsiasi regione oltre frontiera.

Ecco, le frontiere, con la scusa della riforma del titolo V della Costituzione Italiana, ora ci disegniamo stato federale. Economie e storie autonome, anche un po’ di sano razzismo verso i lombardi impestati. Una modalità di relazione che di nazionale non ha nulla e i cui strascichi saranno un virus ancora peggiore di quello che ha mietuto la vita di più di 31 mila tra italiane e italiani.

Oggi scopriamo invece che i morti vanno divisi per regione. Così i contagiati. Così gli ospedalizzati. Così quelli confinati a casa. Così quelli attaccati a un respiratore della terapia intensiva. Così i tamponati. Eccetera, Eccetera.

Ci sono tanti traumi e di questi la memoria è diversa, ma è facilmente prevedibile che l’umiliazione della Lombardia e del suo popolo, sarà facile spinta autonomista per una regione che, ancorché malata, resta motore economico e di modernità per l’intero Paese. Nel frattempo, il resto d’Italia paga, tranne alcune eccezioni di eccellenza sovvenzionata, un sistematico e storico arretramento che ha trovato il suo specchio più rappresentativo nelle deficienze del sistema sanitario. Reti di ospedali e di medicina di base beneficati dal caso di una pandemia restata, senza merito di nessuno, su al nord. Un Mezzogiorno di emigrazione senza ritorno da ben più di un secolo.

Il covid19 ha reso di nuovo attuale la fotografia e un po’ lo sfottò di Metternich, ha evidenziato come ancora inattuato il motto mal attribuito al D’Azeglio, ha rispolverato la questione settentrionale del Correnti e, incredibilmente, ha seppellito, la mai risolta, questione meridionale di Croce, Gramsci, Nitti, Salvemini e del più recente Sylos Labini.

Ci era stato venduto che il coronavirus fosse poco più di un’influenza e invece oggi scopriamo essere, oltre che l’assassino di 31 mila italiane e italiani, anche l’Alzheimer della smemorata nostra classe dirigente.

 (Foto: Nemesio Gnecchi e l’insurrezione delle Cinque giornate di Milano – Gianmaria Carioni)

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

ARTICOLO PRECEDENTE

Non più schiavi

PROSSIMO ARTICOLO

Vuoti a rendere

Commenta con Facebook